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Perché lo scherzo delle Iene non dovrebbe far ridere (e perché dovremmo rivedere la definizione di femminismo)

Durante la puntata delle Iene del 12 maggio 2020 è stato mandato in onda uno “scherzo”, ideato da Sebastian Gazzarini,Si amano davvero o fingono solo per stare in TV?“. Finalmente la televisione si è decisa ad affrontare i dubbi esistenziali che hanno tormentato le nostre anime durante la solitudine della quarantena. Per mettere alla prova gli amori nati nel piccolo schermo, Andrea Zelletta confessa alla sua fidanzata Natalia Paragoni, conosciuta a Uomini e Donne, di averla tradita e che l’amante è ora incinta di due mesi. La donna reagisce con insulti, schiaffi e calci, il tutto incorniciato da risate di sottofondo. Avevo visto solo la parte peggiore del video prima di scrivere questo articolo, ma per essere il più obiettiva possibile mi sono auto inflitta questa tortura. Un quarto d’ora della mia vita che non avrò più indietro e che certamente ha contribuito a destabilizzare le già poche speranze che nutrivo sulle sorti della nazione e della razza umana – ma non è questo l’oggetto dell’articolo. Torniamo ai fatti.

Il video comincia con la scoperta di un pacco per Andrea dall’origine sconosciuta che Natalia non si fa problemi ad aprire – la violazione della privacy è un diritto che in questo video viene convenientemente ignorato. All’interno trova un vinile, delle cuffie ed una lettera scritta a mano in cui una donna sconosciuta allude all’impossibilità di cancellare “ciò che c’è stato” con Andrea ed esprime il suo rammarico per la forzata “prigionia” cui quest’ultimo sarebbe stato condannato nel passare la quarantena con Natalia. La ragazza chiama il fidanzato, gli impone di tornare a casa e la situazione degenera. Secondo chi ha creato questo becero contenuto televisivo la gente dovrebbe ridere, perché si tratta di un uomo che viene picchiato da una donna e questo per definizione è assurdo e di conseguenza, divertente.

Negli esseri umani la risata nasce nel momento in cui ciò che crediamo essere vero viene improvvisamente sovvertito. Il nostro cervello codifica ed interpreta il mondo attorno a noi basandosi sulle informazioni in suo possesso – alcune “pre-impostate” nel DNA, altre innate (il dibattito qui è acceso), altre ancora apprese. Ci è impossibile sapere che cosa accadrà in futuro, ma per evitare di impazzire o di sprecare tutte le nostre energie crogiolandoci nell’ansia dell’avvenire, usiamo gli “schemi” a nostra disposizione per capire che cosa è probabile che accada o ciò che dovrebbe accadere, dato un certo numero di fattori. Questo è il motivo per cui ci fa ridere un uomo che inciampa, perché il nostro cervello aveva “previsto” che avrebbe continuato a camminare ed invece è successo il contrario. La risata è una sorta di meccanismo di difesa del cervello, una riparazione dell’errore di continuità che si è venuto a creare nella realtà. Questo spiega il “potere terapeutico” della risata. L’atto in sè può essere innocente, o estremamente dannoso a seconda del soggetto o della situazione a cui è rivolta. Ogni società ha degli argomenti di cui è generalmente accettabile ridere e altri che invece sono tabù – probabilmente è sufficiente l’idea di fare una barzelletta sugli ebrei in una sinagoga a farvi rabbrividire, a meno che come me non apprezziate il black humor ma anche in questo caso, converreste con la maggioranza sul fatto che “non si dovrebbe ridere“. E’ socialmente accettabile però ridere di un uomo che si veste da donna, perché secondo il “senso comune” è ridicolo. Possiamo ridere di un uomo che viene picchiato da una donna, perché è ridicolo. Non il contrario.

Qui sta il punto della situazione. Il motivo per cui la violenza contro le donne è reato non va ricercato in quel ‘contro le donne‘. La violenza è violenza ed è reato. Punto. Non è permesso picchiare una donna non perché sia più debole, non perché ‘non è galante‘, non perché ‘le donne non si toccano neanche con un fiore‘, non perché sono esseri fragili e degni solo di protezione, amore e comprensione e bacini in testa. L’idealizzazione delle donne è dannosa tanto quanto la loro degradazione. Il motivo per cui si parla più spesso della violenza sulle donne è perché è prevalente, perché le donne ne sono vittima in maniera esponenziale. Ma il sistema che porta agli stupri e ai femminicidi è lo stesso che ci permette di ridere di un uomo che subisce violenza, ed è altrettanto deplorevole e rivoltante. E’ il sistema che porta alla prevalenza di suicidi nella popolazione maschile, che porta gli uomini a ricercare l’eterno mito della mascolinità e del machismo a discapito loro e delle donne, che porta a precludere agli uomini certi modi di esprimere la loro personalità o di intraprendere determinate carriere per difendere la loro identità di genere. La violenza contro le donne è bestiale e sbagliata perché si tratta di violenza ai danni di un essere umano, esattamente come lo è la violenza contro gli uomini.

E’ da questo assunto di parità che parte l’intero discorso femminista. “Uomo” e “donna” dopotutto sono solo parole, termini con cui tradizionalmente identifichiamo una differenza biologica che è stata poi legata a delle aspettative sociali. La concezione di genere binaria è un prodotto della cultura occidentale e assente in altre società, ma ancora profondamente radicata nell’immaginario collettivo. Salvaguardarla in nome della tradizione equivarrebbe a fornire delle basi logiche al sistema tolemaico, al terrapiattismo (ah, mi dicono dalla regia che qualcuno ci crede ancora? okay, come non detto) o al farsi la doccia una volta al mese. “Uomo” e “donna” sono termini che non possono e non devono sparire del tutto dal nostro vocabolario, ma che abbiamo l’obbligo di slegare dalle loro connotazioni tradizionali. Le risate di sottofondo a quello “scherzo” sono un insulto gravissimo ai diritti umani. Ci si sta permettendo di ridere, su un network nazionale, di un caso di violenza domestica. Non è importante che sia di una donna verso un uomo o di un uomo verso una donna: i diritti umani non guardano in faccia nessuno.

A tutti coloro che giustificano la donna del video con “è stato un momento di rabbia“, “non ci avrà visto più“, “in alcuni casi è giustificato“: queste sono le parole con cui molti giustificano la violenza sulle donne ed i femminicidi, che è un altro modo per dire omicidi, cosa che spero tutti concordino sia socialmente inopportuna, perciò vi consiglio di rivedere la vostra prospettiva. A chi si è permesso di ridere e di condannare la cosiddetta “assenza di virilità” di questa persona: se c’è bisogno di rispondere alla violenza con la violenza per dimostrare la mascolinità, vi suggerisco di abbandonare smartphone e barrette caloriche, scambiarli con delle clave e andare a tirarvi legnate in qualche caverna. Gli eventuali danni non dovrebbero essere visibili, comunque.

Ho sempre sostenuto e sempre sosterrò, almeno finché il futuro di parità dei sessi che spero di vedere non si attuerà, l’importanza del femminismo. Spesso ho dovuto giustificare la cosa perché nell’immaginario collettivo la parola “femminista” evoca una donna isterica che urla in strada, non dissimile dalla carissima Natalia nel video, e che ritiene il genere maschile fonte di tutti i mali – cosa che curiosamente sta alla base del maschilismo stesso, rileggetevi la storia di Adamo ed Eva. Per me femminismo significa diritti umani, parità, libertà di espressione e rispetto delle differenze e delle identità altrui, che ricadano nel binario di genere o meno. Aggrapparci ad una concezione antiquata di “maschile” e “femminile” è dannoso per tutti, ed è questo che si vuole condannare quando si prende di mira il “patriarcato”. Date però le polemiche che il termine spesso scatena e che ha scatenato anche in quest’occasione (“se fosse stato una donna le femminazi sarebbero già entrate in azione“) forse sarebbe conveniente rivederlo o quantomeno, metterci d’accordo su una definizione alternativa.

Il linguaggio è lo strumento che gli esseri umani usano per comprendersi, un “codice“, un insieme di significati che i membri di una comunità più o meno ampia collegano a combinazioni di vocali e consonanti altrimenti prive di significato. E’ ciò che crediamo ci distingua dagli animali, che ci rende “civilizzati.” Se c’è tanta controversia sulla definizione di femminismo, dovremmo accordarci su un’altra definizione, una definizione che condanni la violenza, la discriminazione, l’oppressione basata sulle differenze di genere di qualsiasi tipo. Una definizione che porti tutti noi ad indignarci e rabbrividire di fronte alla reazione di quella donna e soprattutto alle risate di sottofondo. Il giorno in cui questo tacito accordo sul termine verrà raggiunto avremmo forse finalmente ottenuto la parità dei sessi che ad oggi, in Italia, non abbiamo.

Rebecca Franzin

Studio a Trento, ma sono di Vittorio Veneto (tecnicamente Solighetto). Forse un giorno mi laureerò in Studi Internazionali; nel frattempo, se siete credenti, sentitevi liberi di includermi nelle vostre preghiere.

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