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Senza andare lontano

La nostalgia dei viaggi – o almeno della sicurezza che, se volessimo, potremmo prendere un aereo e andare via – è sentita moltissimo in questo periodo. Mai come ora, con la solitudine intermittente tra le mura di casa alla quale siamo costretti, vogliamo andare via, rifugiarci in un angolo del mondo dove non esistono riunioni virtuali alle quali presenziare e messaggi che insistentemente chiedono risposta o, al contrario, bramiamo una vita frenetica e senza i limiti tanto stretti che abbiamo al momento. In attesa che si possa tornare a conoscere il mondo senza fastidiose quarantene, tamponi obbligatori o travel ban ad infrangere le nostre fantasie da esploratori, cerchiamo di capire cosa abbiamo davvero a disposizione in questa situazione pandemica

Un buon punto di partenza per una riflessione che, specialmente in questo periodo, può fare la differenza, è cercare un nuovo approccio a ciò che ci circonda. Immaginiamo un ragazzo della nostra età, magari residente in quell’ipotetico paesino tranquillo in cui vorremmo tanto andare: lui potrebbe avere il nostro stesso desiderio di partire e forse l’Italia, con il suo cibo fantastico e il mare meraviglioso, è il paese dei suoi sogni. Se noi visitassimo la città in cui vive probabilmente avremmo tutto l’entusiasmo che lui invece, per abitudine, ha perso e ci guarderemmo intorno con gli occhi meravigliati di chi ha davanti qualcosa per la prima volta, wow non ho mai visto questi animali, è incredibile che non abbiano paura dell’uomo e si lascino ammirare!, mentre potrebbero essere solo una seccatura dal suo punto di vista, perché lo intralciano quando è in ritardo per andare a lezione. Se venisse lui qui, invece, magari la pasta al pomodoro che noi mangiamo così spesso potrebbe essere la fine del mondo, e poi che bello vivere in una città attraversata da un fiume, ti invidio tanto!

Questo esempio può sembrare un po’ debole e possono esserci delle controversie, che però non sono il punto della questione. Il fatto è che, ora più che mai, forse ciò che di davvero buono possiamo fare per noi stessi è uscire – anche solo per fare un giro vicino casa – e cercare quei piccoli dettagli che ci sono sfuggiti, assumere quell’atteggiamento da turista che ci fa ammirare quello che ci circonda nella sua essenza e ci permette di esserne grati.

In 1984 Orwell spiegava: «Tu pensi che la realtà sia qualcosa di oggettivo, di esterno, qualcosa che abbia un’esistenza autonoma. Credi anche che la natura della realtà sia di per se stessa evidente. Quando inganni te stesso e pensi di vedere qualcosa, tu presumi che tutti gli altri vedano quello che vedi tu. Ma io ti dico che la realtà non è qualcosa di esterno, la realtà esiste solo nella mente, in nessun altro luogo».

Quindi, quello che percepiamo e vediamo, piuttosto che essere in ciò che osserviamo, è già negli occhi con cui lo facciamo ed è il nostro atteggiamento di fronte alle cose che le carica di quell’emotività che attribuiamo loro. Basti pensare, infatti, che un tramonto osservato in spiaggia ci fa sentire in modo diverso di volta in volta, perché è come se, guardandolo, canalizzassimo le emozioni che sentiamo e riuscissimo a vederle e, ovviamente, queste sono in continuo cambiamento.

Un buon modo per viaggiare, almeno con la mente, sono i libri e le serie tv, ma c’è una piccola annotazione da fare anche a questo proposito. I prodotti cinematografici, di qualsiasi genere essi siano (ovviamente esclusi i documentari), sono una porta di accesso ad una realtà che, esattamente così come ci viene presentata, non è tangibile. È fantastico ammirarli, anche solo perché il cinema è una vera e propria arte, ma è importante anche restare con i piedi per terra. Va benissimo – anzi, è consigliabile – lasciarsi ispirare da un protagonista che insegue i propri sogni, uno che affronta a testa alta le avversità della vita piuttosto che uno che insegue l’amore in capo al mondo, ma il momento di ritorno alla realtà è fondamentale: è importante cercare di far fruttare questi stimoli positivi e non lasciarli morire nella frustrazione. In questo tentativo può essere significativo fermarsi, anche per poco, tra un episodio e l’altro e, eventualmente, far partire il prossimo con cognizione di causa. Spesso si parla di binge watching: di per sé non c’è niente di male se, ogni tanto, ci lasciamo trasportare da una serie di film o una sfilza di episodi di una serie tv, ma potremmo allontanarci troppo dalla realtà nel caso in cui questo diventasse sistematico.

Lo stesso discorso, chiaramente, è valido per i libri: a meno che non si tratti di un saggio di attualità o un romanzo autobiografico – che però è una trasposizione ben organizzata di una vita, non la vita stessa – , tutto il resto è, seppure più o meno verosimile, pura immaginazione. Una volta letta l’ultima pagina, quindi, abbiamo due opzioni: sprofondare nel vuoto che quella storia, con la sua fine, ha lasciato (che però coincide con la nostra vita vera), oppure prendere ciò che ci è rimasto da quella lettura e cercare di trasporlo nella realtà che abbiamo di fronte.

Forse, dunque, la migliore soluzione è focalizzarsi sul qui e ora. Tutto quello che abbiamo a disposizione per “evadere”, dagli aerei ai treni fino ai romanzi e ai film, non è un’alternativa concreta e diretta alla nostra vita: sebbene i viaggi, i libri e quant’altro siano in grado di ispirarci, tra lo stimolo ricevuto e il modo in cui lo vediamo nel nostro futuro c’è sempre in mezzo una nostra presa di consapevolezza

Nelle Lettere a Lucilio Seneca scriveva: «Perché ti stupisci se i lunghi viaggi non ti servono, dal momento che porti in giro te stesso? Ti incalza il medesimo motivo che ti ha spinto fuori di casa, lontano. A che può giovare vedere nuovi paesi? A che serve conoscere città e luoghi diversi? È uno sballottamento che sfocia nel vuoto. Domandi come mai questa fuga non ti è utile? Tu fuggi con te stesso. Devi deporre il fardello che grava sul tuo animo, altrimenti prima non ti piacerà alcun luogo». Se decidiamo di accogliere questa riflessione, quindi, è evidente che non c’è niente di male nel conoscere ed esplorare, fisicamente o mentalmente, quello che ci circonda, ma è necessario innanzitutto cercare di essere in pace con se stessi: il che si traduce, ad esempio, nell’imparare a guardare un film per il puro piacere di guardarlo, piuttosto che per scappare dalla propria vita. Talvolta, come abbiamo già detto, è più che legittimo farlo, soprattutto quando quello che ci mette sotto pressione è esterno e quindi più difficile da manipolare – in questo caso distrarsi può essere d’aiuto, perché permette di tornare sulla questione con più lucidità e a mente libera – ma, come qualsiasi comportamento, anche questo, se eccessivamente reiterato nel tempo, può essere un campanello d’allarme volto a segnalare un problema che non riusciamo a vedere. Pare essere imprescindibile, quindi, per godere al meglio tutte le esperienze che possiamo fare, essere quanto più possibile in armonia con se stessi e con il proprio “punto di partenza”.

A volte ci manca viaggiare perché farlo significa aprire una porta verso quell’infinito tipico del mondo di cui tutti abbiamo sete. In quest’ottica, nell’attesa di poterci immergere di nuovo in quello che ci circonda, può essere interessante provare ad entrare nel nostro infinito. L’immaginazione che abbiamo è una fonte inesauribile di idee, di possibilità che vanno oltre quelle leggi della fisica che rigidamente determinano quello che possiamo concretamente percepire. Cercare di farla fruttare (con la scrittura, ad esempio) è davvero produttivo se ragioniamo nella prospettiva di voler conoscere e creare noi stessi, nonché è un modo attivo per passare questo tempo in cui, volenti o nolenti, non possiamo muoverci molto. 

«Scopo del viaggiare», scriveva Samuel Johnson – critico letterario, saggista e tanto altro vissuto nel XVIII secolo – «è disciplinare l’immaginazione per mezzo della realtà e, invece di pensare come potrebbero essere le cose, vedere come sono nella realtà». C’è una forte connessione, quindi, tra inventiva e curiosità e, in questo periodo, possiamo scegliere di concentrarci sulla prima per poi, quando si potrà, disciplinarla attraverso l’esperienza.

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