Vergogna: di cosa e perché

La vergogna accomuna tutti. Il dizionario Treccani ne parla in termini di sentimento più o meno profondo di turbamento e di disagio suscitato dalla coscienza o dal timore della riprovazione e della condanna (morale o sociale) di altri per un’azione, un comportamento o una situazione, che siano o possano essere oggetto di un giudizio sfavorevole, di disprezzo o di discredito. Chiaramente questa spiegazione è piuttosto generica, ma, a partire da queste parole, proveremo, In punta di piedi come da nostro manuale, ad approfondirla e a riflettere su tre delle tante cose che, tendenzialmente, ci mettono in imbarazzo: il nostro aspetto, i sentimenti e gli errori che abbiamo commesso. 

La definizione riportata, innanzitutto, ne mette in luce una caratteristica fondamentale: il sentimento è nostro, ma riguarda una reazione degli altri. Questo punto è già piuttosto interessante. Curarsi delle opinioni altrui sul nostro conto è inevitabile e, talvolta, anche necessario – siamo animali sociali, del resto -, ma bisogna cercare di seguire una ratio nella distribuzione del peso che diamo alle voci intorno a noi. Prima di tutto, è importante cercare di capire quanto quella persona, in base a chi è e a cosa sa di noi, è in grado di dare un giudizio aderente a chi siamo davvero; in secondo luogo, dobbiamo chiederci cosa viene condannato e sulla base di quali motivazioni

Il punto è, infatti, che spesso chi ci circonda ci fa sentire in imbarazzo semplicemente perché manifestiamo noi stessi senza inibirci. A meno che, però, fisicamente o psicologicamente, non feriamo qualcuno, se gli altri sono a disagio con il nostro modo di essere, non ci riguarda. Lungi da queste parole voler suggerire una mancanza di rispetto costante verso il prossimo soltanto per orgoglio – anche perché talvolta adattarsi alle circostanze è necessario -, ma nelle piccole cose è importante non rinunciare alla propria individualità. Dunque, se per qualcuno la nostra risata è troppo forte, ci vestiamo in modo strano, i nostri discorsi sono noiosi e ci sentiamo sempre fuori posto, continuare ad essere se stessi è l’unica via per incontrare chi ci apprezzerà veramente. 

L’ultimo punto chiave di questa riflessione, infine, è che l’imbarazzo di qualcuno per un aspetto del nostro carattere o della nostra apparenza è solo un piccolo e non così tanto significativo momento nell’infinita quantità di esperienze che collezioniamo ogni giorno. Quando va a dormire, la persona che ci ha fatti vergognare per il nostro corpo o qualsivoglia altra cosa sta pensando a se stesso e, probabilmente, si è già dimenticato di noi. Certo, le parole sono armi che feriscono anche se dette con noncuranza, ma, se impariamo a razionalizzare, possiamo gestirne le conseguenze con amor proprio e rispetto per chi siamo. Merita ascolto solo il giudizio di chi vuole sinceramente il nostro bene e ci conosce, mentre tutto il resto, se non è semplicemente impreciso, è frutto di un’invidia che non è un problema nostro. 

Ad ogni modo, talvolta siamo spontaneamente in imbarazzo senza che qualcuno ci induca esplicitamente a sentirci così. In effetti, come spiega bene il giornale State of Mind in un articolo, questo sentimento ha varie sfumature: del fare, cioè quando è causato da un atto che abbiamo fatto; da svelamento o da smascheramento; per lodi assunte come non meritate; ricorsivo, ovvero come conseguenza dalla vergogna stessa; transpersonale, cioè legato alla proprie condizioni socio-economiche e/o familiari; transitivo, se si presenta negli altri in risposta a un nostro comportamento; contagioso; dell’essere. Noi, oggi, proveremo a riflettere su due tipi di quest’ultima categoria e uno abbracciato dalla prima.

  • Il nostro aspetto esteriore.

In vari articoli di In punta di piedi abbiamo affrontato questo discorso provando a raccontare la bellezza delle nostre caratteristiche che, a volte, ci permettiamo di definire imperfezioni in modo dispregiativo, alludendo così ad un modello ideale non realistico. In questo breve paragrafo, invece, ci limiteremo a ricordare una banalità: quello che conta nelle relazioni interpersonali è il modo in cui, reciprocamente, l’uno fa sentire l’altro, ascoltandolo ed essendo disponibile, e certamente non sono gli addominali o le faccette ai denti a fare la vera differenza. Le apparenze sono importanti e prendersene cura è necessario, sì, ma solo per sentirsi a proprio agio con se stessi ed essere in salute

  • I sentimenti.

Quante volte diamo per scontato che gli altri sappiano quello che proviamo, convinti di dimostrarlo chiaramente, oppure, mossi dalla paura, incrociamo le dita e ci auguriamo che, nel nostro breve sguardo, la persona che amiamo abbia colto i nostri pensieri, tutti dedicati a lei in quel momento, tutti pieni di affetto, di rispetto, di devozione, di stima. In quante occasioni siamo imbarazzati dall’amore ma non dalla rabbia, non dall’odio, non è un problema dire che sono così incavolato per il suo comportamento!, ma lo è ammettere di essere innamorati, pieni di speranza, di sogni. Tendiamo a interpretare come indice di debolezza aprire il proprio cuore, ma non cedere all’attraente negatività, e il rifiuto ci spaventa, se mi dovesse prendere in giro?, se non mi capisse? se poi mi ferisse dove fa più male?, quindi preferiamo lasciare gli altri insicuri piuttosto che parlare sinceramente. Perdiamo tante occasioni di dare gioia a chi ci circonda e, così, anche noi stessi, per inseguire un’idealizzata imperturbabilità e autonomia che tutto è tranne che sinonimo di felicità. Fidarsi delle proprie sensazioni e appoggiare il proprio cuore nelle mani di qualcuno, anche solo per un attimo, è l’essenza stessa dell’essere umani, cioè connessi con chi ci circonda. Se poi dovessimo restare delusi o feriti, dentro di noi sappiamo già che quella ferita, con il tempo, si rimarginerà.

Non essere amati è solo sfortuna; la vera disgrazia è non saper amare.

da L’estate, Albert Camus

  • Gli errori.

Infine, i nostri fallimenti sono un altro diffuso motivo di imbarazzo. Sbagliando si impara, certo, lo sappiamo tutti, ma sbagliare significa agire commettendo errori e commettere errori significa uscire dalla retta via, allontanarsi dal vero, dal bene, dal conveniente. Dato che questa interpretazione dei fatti ci fa solo stare male e non ci aiuta in alcun modo, però, proviamo a cambiare lettura. 

Alla luce del fatto che nessuno di noi è esente dagli sbagli – non perché ve ne siano di oggettivi (la connotazione che diamo agli eventi è del tutto personale, esistono solo tante strade che ci portano in luoghi diversi), ma dal momento che in ogni percorso c’è una variabile imprevedibile e sconosciuta che può influenzare l’esito finale –, possiamo iniziare ad essere gentili e compassionevoli verso noi stessi. Il punto è, infatti, che un errore è motivo di imbarazzo e ha il potere di farci star male solo se lo vediamo meramente come qualcosa di negativo e se gli concediamo la voce per dire qualcosa su di noi. Il nostro vero modo di esprimerci, però, non è nei risultati ottenuti, che hanno i loro tempi ad arrivare, ma è nelle scelte che facciamo. Sono le risposte che diamo a quello che, volenti o nolenti, ci accade a raccontare chi siamo davvero.

Ci sarebbero tanti altri aspetti da analizzare, mille altri motivi di imbarazzo e, perché no, anche qualche vantaggio del provare vergogna che, in fondo, è un campanello d’allarme, indice di qualcosa che può meritare la nostra attenzione. Il punto, però, sarebbe sempre lo stesso: essere sinceri sui propri sentimenti e gentili, meno egocentrici e più connessi con chi ci circonda, relazionarci con empatia e rispetto sono tutti approcci alla vita sociale che possono aiutarci ad attenuare il peso dell’imbarazzo e, volendo, a condividerlo.

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