Quando i confini della democrazia sono tracciati a matita: storia e attualità del gerrymandering

Elbridge Thomas Gerry, ex governatore del Massachusetts, è una personalità in larga parte sconosciuta. Viene da un’altra epoca: lottò vivacemente contro il colonialismo britannico e firmò la Dichiarazione d’Indipendenza nel 1776. Ma il suo più grande lascito è un simpatico calembour pubblicato dalla Boston Gazzette nel 1812, poco prima della sua elezione a vice presidente degli Stati Uniti d’America. Alcune delle circoscrizioni di Boston erano state plasmate in maniera molto contorta e una di queste, in particolare, coglie l’attenzione del giornale locale. Somiglia a un drago medievale, a una salamandra. Nasce così il gerry-mander, una caricatura satirica di questo mostro mitologico pronto a impossessarsi dei voti dei cittadini.

Il gerrymandering farà il suo ingresso nel dizionario nel 1848; il termine descrive la pratica di ridefinire i distretti elettorali per ottenere un vantaggio politico. È la geometria del cinismo: si spezzano comunità per indebolirle, si stipano elettori in pochi distretti per zittirli, si fondono collegi per far fuori due candidati in un colpo solo, si spostano confini per sradicare gli avversari. Per dirla in parole semplici, i politici che scelgono i propri elettori, quando invece dovrebbe accadere il contrario. Da quest’altra sponda dell’Atlantico siamo tendenzialmente abituati a sistemi più proporzionali e meno maggioritari. Qui l’estensione e la forma delle circoscrizioni gioca un ruolo più che altro organizzativo, e questa pratica è molto meno diffusa – per il semplice motivo che non può quasi mai sortire alcun effetto. Negli Stati Uniti, negli anni Sessanta, si presero invece alcune misure federali atte a tutelare casi di gerrymandering razziale, vietato perché mina direttamente il diritto di voto e la tutela delle minoranze. Venne introdotto il principio one person, one vote – secondo il quale ogni circoscrizione deve avere approssimativamente la stessa popolazione. Il gerrymandering partitico, per quanto discutibile, è stato però considerato legale dalla Corte Suprema, che lo ha definito con la decisione Rucho v. Common Cause una «questione politica» fuori dalla sua portata. Una distinzione sottile, ma decisiva. Una distinzione che lascia spazio a interpretazioni diverse e a mappe fortemente sbilanciate, che riflettono gli interessi dello status quo. Uno spiraglio legale in cui negli anni si sono infilati senza pudore sia Democratici che Repubblicani, con alcuni esempi grotteschi come gli spicchi di pizza a Chicago o il famoso dodicesimo distretto del North Carolina negli anni Novanta.

La questione è più che mai attuale in Louisiana, Texas e Florida, dove il dibattito è molto acceso e la Corte Suprema è chiamata a dar prova della propria integrità. In Louisiana, una mappa con un solo distretto a maggioranza afroamericana (che invece rappresenta un terzo della popolazione) era stata bocciata, ma il nuovo disegno è accusato di essere a sua volta un gerrymander razziale e la Corte Suprema lo riesaminerà. In Florida è stata invece confermata una mappa che riduce la rappresentanza nera, scatenando critiche diffuse. Il Texas ha disegnato pochi giorni fa, rispondendo all’appello di Trump, una mappa ritenuta discriminatoria. L’attesissima sentenza giocherà un ruolo importantissimo in vista delle elezioni midterm del prossimo anno, poiché altri Stati governati dai Repubblicani potrebbero seguire l’esempio del Texas per avere più chances di mantenere il controllo del Congresso, qualora il disegno dovesse venire approvato.

Riccardo Eger

Riccardo Eger

Zaino in spalla e voli low-cost, poi, nel tempo libero: tennis, giornalismo e Studi Internazionali

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