Quando il confine non è geografico: la storia di Khalid e il diritto alla salute
«Per un corpo come il mio, nero, straniero, ogni spazio pubblico in Italia diventa un luogo in cui bisogna dimostrare qualcosa: di essere innocuo, di essere bisognoso, di essere degno. Anche quando si tratta di chiedere aiuto, perfino quando si ha paura.»
La mia casa è dove sono, Igiaba Scego, Rizzoli, 2010
In Italia si parla spesso di confini come linee tracciate sulle mappe, punti di ingresso e frontiere. Ma per molte persone migranti il confine più duro non è solo quello che si attraversa arrivando in Italia: è quello che si incontra ogni giorno nell’accesso ai servizi, soprattutto quando la salute è in gioco.
La storia di Khalid- nome di fantasia– giovane nordafricano richiedente protezione internazionale, mostra quanto questo confine possa essere invisibile ma a volte invalicabile. Dopo mesi trascorsi in struttura di accoglienza, a marzo 2024 Khalid scopre, tramite semplici esami di routine, una grave compromissione renale: un rene non funziona più e l’altro è in forte sofferenza. I medici prescrivono subito una biopsia renale, l’unico esame capace di indicare una cura precisa.
Eppure, tra la prescrizione e la possibilità di accedere alla cura, si apre un confine burocratico e organizzativo che porta ad un anno di attesa prima del ricovero, avvenuto solo nell’aprile 2025, e un mese in reparto, senza però arrivare alla biopsia. Alcuni documenti non risultano disponibili e, nella difficoltà di un lavoro complesso e sfaccettato, mancano passaggi di informazioni tra servizi coinvolti.
Khalid resta fermo su una linea di frontiera: quella tra ciò che dovrebbe essergli garantito e ciò che nella pratica incontra rallentamenti e difficoltà. Sul piano emotivo, questo confine sanitario diventa anche un confine interiore. Khalid ha perso il padre per la stessa patologia. Ogni ritardo riapre la ferita, alimenta ansia, paura, la sensazione di essere intrappolato in un limbo senza punti di riferimento.
La sua non è una storia isolata. Una recente indagine dell’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA, 2023) intitolata Being Black in the EU ha rilevato che il 44% delle persone di origine africana in Italia ha dichiarato di aver subito discriminazioni razziali nei cinque anni precedenti, un dato in lieve calo rispetto al 49% del 2016. Tuttavia, la percentuale rimane elevata. Anche l’attesa va a velocità differenti. Numerose ricerche, come il report di Emergency pubblicato nel 2024, evidenziano infatti che le persone migranti in Italia affrontano tempi di attesa più lunghi nell’accesso ai servizi sanitari e sociali rispetto alla popolazione autoctona.
Il tempo di attesa, oggi, non è soltanto un fattore organizzativo, ma assume la valenza di una vera e propria variabile sociale che incide direttamente sul godimento del diritto alla salute, e non solo.
Tale scenario interroga profondamente il dettato dell’Articolo 32 della Costituzione Italiana, il quale sancisce la salute come “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività“, impegnando la Repubblica a garantirne la tutela effettiva, anche attraverso la gratuità delle cure per le persone indigenti.
Il caso di Khalid ci obbliga a guardare questi confini interni, quelli che attraversano il Welfare e i nostri diritti, perché abbatterli significa restituire dignità e garantire ciò che la Costituzione promette a tutti e tutte.
