/con·fì·ne/
Sul dizionario, la prima parola usata per definire “confine” è “limite”: limite di un territorio, di un terreno, di una regione geografica, di uno Stato, o anche un limite concreto, come uno sbarramento o uno steccato. In senso più generale, poi, può indicare un limite estremo e quasi irraggiungibile, in espressioni come “i confini della terra” e “il confine del cielo”.
Ma, dietro tutte queste sfumature, “confine” è una parola il cui significato può andare molto in profondità e il cui essere “limite estremo” non è sufficiente per raccontarla.
Guardiamo l’etimologia: “confine” deriva dal latino “cum” (con) e “finis” (fine o delimitazione). Basandoci su questo, si potrebbe pensare che il termine finis contenga già il significato del nostro “confine”, avendo come prima definizione quella di limite, termine. Invece, Il fulcro della questione sta proprio nel prefisso con-.
Quando in spiaggia i bambini fanno una linea sulla sabbia con la paletta per delimitare il loro spazio di gioco, quando gli operai tracciano delle linee bianche sulla strada per delimitare la carreggiata, quando attorno a una scena del crimine si mettono i nastri giallo-neri per delimitare la zona, si creano sempre un di qua e un di là, un dentro e un fuori, due spazi separati da una linea che con-dividono: una persona non occupa tutti e due i lati, ma il “di là” è sempre di qualcun altro. Infatti, confinis, in latino, come sostantivo indica il vicino, il proprietario del fondo adiacente, e come aggettivo è ciò che è limitrofo, prossimo, o addirittura affine e simile.
È affascinante come il confine possa essere allo stesso tempo una linea di chiusura e una di contatto, un muro che separa e un ponte che collega, la lontana estremità dove sembra finire il nostro orizzonte e il centro di tensioni, scambi, scontri e negoziazioni. Questa ambivalenza non riguarda soltanto confini geografici, costantemente sotto pressione tra richieste di sicurezza, desideri di mobilità e minacce di conflitto; riguarda anche i confini del sapere, continuamente estesi dalla ricerca, e quelli della morale, che vengono continuamente ridefiniti dalla società.
Ogni epoca storica ha reinterpretato i propri confini: l’antichità li percepiva come margini del mondo conosciuto, oltre cui iniziava l’ignoto; il Medioevo li trasformava in frontiere simboliche, spesso più culturali che fisiche; la modernità li ha resi dispositivi tecnici e amministrativi. Oggi, nell’era globale, il confine può essere inteso come delimitazione, sì, di un luogo di potere, ma anche di uno spazio di possibilità; non solo una linea tracciata sul terreno, ma un dispositivo culturale, sociale, psicologico. Non è soltanto ciò che delimita, ma anche ciò che mette in relazione. Non rappresenta una barriera in sé, bensì il modo in cui decidiamo di abitarla.
Forse, allora, il confine non è un posto dove fermarsi, ma un punto di vista privilegiato da cui osservare e interagire con ciò che sta nel “di qua” e ciò che sta nel “di là”. È uno specchio che rimanda un’immagine di noi stessi: le nostre paure, le nostre aspirazioni, la nostra idea di comunità. E, in definitiva, ci ricorda che ogni frontiera — geografica, intellettuale o morale — è sempre anche il risultato di una scelta collettiva su chi vogliamo essere e su come vogliamo stare nel mondo.
