«I wanna rob»: desiderio, imitazione e perdita di sé

Dopo grandi successi come “The Virgin Suicides”, “Lost in Translation”, “Marie Antoniette” e “Somewhere”, Sofia Coppola produce il suo quinto lungometraggio ovvero “Bling Ring” (2013), un film con una narrativa completamente differente dai suoi precedenti lavori.

La trama è ispirata ad un reale fatto di cronaca. Infatti, a Los Angeles, tra il 2008 e il 2009, una
squadra di adolescenti fece irruzione nelle case di svariate celebrità (come Paris Hilton e Lindsay
Lohan) per rubare soldi, vestiti, scarpe, gioielli…
Il film della Coppola, però, non nasce per condannare i protagonisti. Al contrario, la regista comprende e abbraccia la loro realtà, consapevole che l’intrinseca amoralità è il prodotto dell’alienazione causata da una società che esclude e lascia indietro chi non partecipa al culto delle celebrities e dei mass media. In definitiva, dunque, quelli che dovrebbero essere i “carnefici” sono difatti le vittime.
L’aspetto più interessante, poiché a mio avviso è quello più umano e puro del film, è che le azioni criminali di Nicki, Sam, Marc, Chloe e Rebecca non sono un gesto di protesta o opposizione contro il mondo fittizio e controverso delle celebrities, ma semplicemente un modo per farne parte.
Secondo il loro punto di vista, questa conformazione può avvenire solamente tramite il possesso di oggetti che rappresentano un determinato status symbol e che dunque sono indice di potere: capi d’abbigliamento e soldi divengono il mezzo per riuscire ad essere insiders.
Per questo, a parer mio, il momento più potente del film è quando Nicki Moore dichiara: «I wanna rob» (“voglio derubare”), frase pronunciata con un sorriso ammiccante ed una sigaretta tra le dita, in una stanza piccola e disordinata. Questa scena sembra giocosa, leggera, ma è profondamente significativa: dimostra l’ingenuità dei personaggi e quanto essi, in realtà, siano inoffensivi. L’unico motivo per cui Nicki vuole andare in casa di Paris Hilton è prendere le sue cose per essere come lei, per far parte del suo mondo.
I protagonisti sono ossessionati dalla volontà di imitare i loro idoli, fino a trasformare il desiderio di appartenenza in una progressiva perdita della propria identità. Il finale del film rende evidente l’esito di questo processo: dopo l’appetito del successo e della fama non rimane nulla, se non un senso di logorante vuoto, segno di un’esistenza costruita sull’imitazione piuttosto che sulla ricerca e consapevolezza di sé.

Le figure centrali sono palesemente inconsapevoli del meccanismo che li governa, eppure lo stesso sistema che li seduce e alimenta, alla fine li condanna, negando ogni responsabilità collettiva. Per questo, in definitiva, tra i vari film della Coppola, “Bling Ring” si distingue come l’opera che, forse più di ogni altra, restituisce un ritratto accurato e originale della società contemporanea, senza ricorrere a eccessive sovrastrutture logico-razionali.