La Svizzera d’Arabia
Il tratto di mare tra Iran e Oman gode ad oggi di una notorietà senza precedenti, ovviamente motivata dagli sviluppi della guerra, ancora in corso, tra Stati Uniti, Israele e Iran.
Anche i meno attenti agli esteri ormai conoscono a menadito la geografia del Golfo Persico: lo stretto di Hormuz è ormai il collo di bottiglia più noto al mondo, alla faccia di Malacca e Bab-el-Mandeb, e occupa uno spazio assicurato nei notiziari e nelle chiacchiere da bar, a proposito di bottiglie.
La capacità iraniana di sigillare lo stretto ha costretto il mondo a correre ai ripari: gli approvvigionamenti energetici provenienti dai paesi del Golfo sono alla mercè della marina iraniana la quale, piaccia o meno, ha la possibilità di bloccare il passaggio delle imbarcazioni sulla sua sponda, generalmente più facilmente navigabile dalle grosse petroliere.
In queste acque turbolente l’Oman, Paese eccezionalmente stabile, riesce a giocare, in sordina, un ruolo di mediazione tra potenze e interessi: forte della sua capacità diplomatica, il sultanato gode di un’inaspettata influenza sulle dinamiche regionali.
A partire dalla sua indipendenza nel 1971, l’Oman ha intrapreso una difficile opera di modernizzazione della propria economia: gli omaniti non possono contare su riserve di petrolio e gas naturale virtualmente illimitate, al contrario dei propri vicini, incontrando inoltre i limiti di una geografia che rende difficile la costruzione di infrastrutture efficienti, specie se si considerano gli exclavi della penisola del Musandam, condivisa con gli Emirati Arabi Uniti.
L’eccezione omanita si coglie peró oltre il dato economico, è infatti l’elemento religioso a rendere il paese unico: la maggioranza della popolazione aderisce infatti all’Islam Ibadita, terzo rispetto alle più note correnti Sciita e Sunnita, dunque slegato anche dai conflitti che le riguardano.
La terzietà religiosa dell’Oman ha un riflesso anche sulla sue scelte di posizionamento internazionale: a differenza dei propri coinquilini arabi e dell’ingombrante dirimpettaio persiano, gli omaniti non hanno nessun interesse a prendere parti in conflitti, apparentemente, religiosi o a finanziare l’una o l’altra milizia religiosa in una guerra di procura.
Piuttosto, la linea inaugurata dal sultano Qabus bin Said Al Said ha permesso all’Oman di uscire dall’isolamento internazionale e di mediare in conflitti complessi, anche con scelte controverse: nel 1979 fu l’unico paese arabo a tenere aperta la propria ambasciata al Cairo, dopo il trattato di pace tra Egitto e Israele. Di recente il ruolo di mediazione omanita non si è esaurito, tornando cruciale nelle negoziazioni tra Stati Uniti ed Iran sul nucleare.
L’Oman è nella sua parte di mondo un’eccezione felice, pur non priva di difetti, che fa di tutto per mediare tra i giganti che lo circondano. Che lo faccia per interesse o per effettiva convinzione poco importa, l’importante è che smentisca la regola.
