“Demain, je t’écrirai une vraie lettre”
Sussiste un posto, che non si trova in nessuna mappa: lo spazio tra chi scrive e chi legge.
In questa intercapedine, la parola diventa il prolungamento metafisico per accorciare la distanza. Per sentirsi vicini. Per essere vicini.
Seguendo tale prospettiva, la lettera non ha solo lo scopo di essere un telegramma, ma anzi è una pronta risposta alla tangibile assenza dell’altro.
Scrivere una lettera è l’arte di consumarsi: non basta rimanere nell’epidermide, bisogna scavare dentro se stessi. Rispetto ad un effimero messaggio digitale, la lettera esige il culto del tempo, la disciplina del pensiero, la pazienza dell’attesa. Le parole devono essere dosate e scelte con cura, proprio per la sacralità insita del mezzo.
Questi ideali raggiungono la loro apoteosi nelle “Correspondance” (1944-1959), la raccolta epistolare che vede coinvolti Albert Camus e Maria Casarès, i quali, non potendo stare insieme, divennero amanti (nel senso più puro e profondo del termine). Infatti, negli anni i due vissero accanto relativamente poco, a causa delle loro vite impegnate, eppure decisero di scriversi (e occasionalmente incontrarsi) per 15 anni, affidando a carta e penna la dinamica testimonianza del loro amore.
Un rapporto caratterizzato da un’assenza pregnante, che però viene ridimensionata di fronte alla pantagruelica grandezza di un sentimento lucido e potente.
Il titolo della collezione è emblematico, poiché indica lo scambio postale, ma soprattuto rivela la reciprocità degli affetti.
A differenza di personalità come Kafka, Rilke e Flaubert -che spesso patirono e subirono la distanza come un “limite” o un “riparo” per proteggersi dall’invasione reale dell’altro- , Camus e Casarès decisero di affrontare la lontananza con vitalità, proprio attraverso le parole.
Infatti, le loro lettere sono piene di riferimenti temporali e/o geografici accuratissimi, considerazioni sul meteo, scambi di consigli e opinioni, descrizioni di itinerari, resoconti delle giornate… Tutti dettagli che hanno permesso alla coppia di simulare una quotidianità condivisa dove potersi amare pazientemente. Perciò, Albert e Maria hanno costruito il loro spazio sfruttando un’intima materializzazione della parola.
Questo sito metafisico viene rivelato già nei primi scambi, infatti troviamo scritto in una lettera del 1944 di Camus a Maria « Il y a quelque chose qui n’est qu’à nous et où je te rejoins toujours sans effort» (tradotto, «C’è qualcosa che appartiene solo a noi, e dove ti raggiungo sempre, senza sforzo»).
La distanza è stata sicuramente un ostacolo per il loro rapporto, ma si è rivelata anche un mezzo per conoscere e conoscersi: è stato un male necessario affinché il loro amore si spogliasse dal superfluo per entrare in contatto con l’essenziale. Poiché quando non c’è il corpo, ciò che resta è solo l’eco dell’anima.
Ad oggi, dove la voracità della messaggistica veloce è protagonista dei nostri scenari relazionali,
riscoprire questo epistolario è fondamentale per ricordarsi che la vicinanza non è una questione spaziale, ma è materia di cura, scoperta, pazienza e attenzione.
