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Rap e dintorni: intervista a Cesare Alemanni

di Giacomo Ferri

Se dovessimo indicare il genere musicale che – per volume di vendite e di ascolti – più di ogni altro rappresenta il presente, quel genere sarebbe il rap. Il rap è un fenomeno sfuggente perché oltremodo sfaccettato, variopinto e diffuso. Ecco perché ho letto con estrema curiosità “Rap. Una storia, due Americhe”, presentato lo scorso 19 dicembre alla libreria “Due Punti”. Prima della presentazione, siamo riusciti a scambiare due parole con l’autore del libro, Cesare Alemanni.

Partiamo dal titolo: “Rap. Una storia, due Americhe”. Perchè “due Americhe?” 

Negli Stati Uniti ci sono enormi diversità. New York è una città completamente diversa da Los Angeles. Lo è culturalmente, storicamente, urbanisticamente, per composizione sociale ed etnica. Poi c’è l’area meridionale degli States e il Midwest che sono a loro volta un altro  mondo, caratterizzato da centri rurali e livelli di povertà e ignoranza incredibili. Quindi l’America è assolutamente proteiforme. Tutto questo influisce sulla forma che il rap prende nei diversi contesti: ogni grande area ha elaborato tradizioni musicali proprie. Il rap della East Coast nasce dal soul e dal jazz, ed è stato indirizzato in maniera decisiva dall’industria discografica che si è sviluppata prima che altrove. Nel Sud degli Stati Uniti sono stati fondamentali altri generi, come il blues, lo spiritual e il gospel, mentre a Los Angeles il funk e i derivati. Oggi le cose vanno un po’ diversamente, perché la trap ha portato una certa omologazione di suono anche negli Stati Uniti.

Tu credi che nel rap conti di più il produttore (o beatmaker) o il rapper?

Se uno legge la storia del rap, si accorge di come sia un genere che nasce come basato sulle produzioni per diventare poi un genere fondato sugli interpreti. Prendiamo il caso di Drake, un rapper che cordialmente detesto, ma che ha venduto tantissimo negli ultimi anni: nessuno, se non nerd e addetti ai lavori, sa chi produce i suoi beat. La gente compra i dischi di Drake perché sono di Drake. Alla fine, quindi, il rapper resta al centro: più ha carisma e capacità, più ha potere, ed è in grado di scegliere i migliori produttori sul mercato. Questo succede anche in Italia. Ho assistito alla produzione del primo disco “mainstream” di Marracash: Marra chiamava direttamente i produttori che gli piacevano chiedendo loro se avessero beat a disposizione.

Che cosa ne pensi di Eminem?

Tecnicamente, Eminem è mostruoso. E questo lo riconoscono anche rapper leggendari come Rakim e Nas. A livello di lavoro con la voce, scrittura e incastri tra le parole non ha pari. Poi per me manca un po’ di carisma e di anima. Inoltre, ha giocato troppo a lungo con l’immagine del bianco represso e arrabbiato. Immagine che la sua biografia giustifica, ma che lui ha portato all’eccesso, perché vendeva. Infatti, Eminem è il rapper che ha venduto più dischi nella storia. Molto brillante è la sua “drammaturgia” – i suoi alter ego – che però non è mai riuscito ad aggiornare o riempire di contenuti nuovi. 

Tra le accuse che vengono spesso rivolte al rap, una in particolare riguarda i germi di omofobia e misoginia di cui sembra farsi veicolo. Che cosa risponderesti a questa critica?

Che è una critica fondata. Molti rapper sono profondamente omofobi e misogini. Va anche detto che un certo vocabolario e certi atteggiamenti sono frutto di situazioni di estremo disagio. Secondo me, è molto più problematico il momento in cui un rapper si emancipa da quel contesto, ma non cambia. È un problema perché arreca un danno alla comunità di appartenenza. E questa è una cosa che rapper molto intelligenti come Kendrick Lamar o Jay-Z provano a smascherare. Ci sono anche studiosi che stanno cercando di capire come si può dirottare il rap verso un uso più politico e più intelligente anche del vocabolario. 

Per quanto riguarda la misoginia, ci sono anche rapper donne…

Esatto. È molto interessante il lavoro di molte rapper, come Nicki Minaj, che utilizzano il rap – e il vocabolario delle loro controparti maschili – per rivendicare la propria sessualità e la libertà di esprimerla.

Cambiando discorso, mi pare di capire che tu individui l’apice del genere negli anni Novanta, giusto?

È una questione di gusto personale. Il momento apollineo (di completezza) del rap si raggiunge negli anni Novanta, quando c’è un equilibrio perfetto tra MC (che portano nei loro testi la questione politica, l’afrocentrismo…) e produttori (grandi virtuosi del campionamento come Pete Rock, RZA). Dopo una fase di stanca coincisa con i primi anni Duemila, oggi rap e trap sono sostanzialmente una rivisitazione postmoderna di un fenomeno che era già postmoderno. In quasi tutti i movimenti artistici si arriva a una definizione chiara e definitiva di cos’è “l’oggetto”, che poi si inizia a smontare. Io credo che gli anni Novanta, vista la qualità dei dischi e degli interpreti, siano l’apice. Un disco come Illmatic di Nas (1994, ndG) è l’oggetto-rap definitivo. Credo che da allora nessuno sia più riuscito ad aggiungere nulla di davvero sostanziale alla “valigetta” dell’hip-hop.

Nemmeno Kendrick Lamar?

Kendrick non ha innovato, ma è tornato a fare il rap degli anni Novanta. Cioè: grande ricerca stilistica e qualcosa da raccontare. È stato bravo a sposare il proprio gusto classico ad alcune sonorità trap (specie nell’ultimo disco, Damn) e a riportare la narrazione politica all’interno dell’hip-hop mainstream, riuscendo anche ad avere successo. Molti altri hanno provato e provano a fare lo stesso, ma non sono in grado di raggiungere un pubblico così ampio.

L’ultima domanda ci porta un po’ distanti. Tu hai scritto un libro sulla storia del rap in America. Conosci anche la scena italiana? Cosa ne pensi?

Sono stato amico di artisti oggi famosi, come i Club Dogo, Gué Pequeno, Marracash… Mi dispiace un po’ per come si sia evoluta la loro carriera perché penso che in passato avessero più cose da dire. Oggi non seguo molto la scena trap, perché mi sembra abbastanza infantilizzata e infantilizzante. A differenza non solo degli Stati Uniti, ma anche dell’Inghilterra, della Francia e della Germania, dove il rap è ascoltato anche da trenta-quarantenni, in Italia i nuovi artisti giovani sono ascoltati solo dai loro coetanei o da gente ancora più giovane. Sembra ci sia uno stigma sul rap, posto dalla cultura “ufficiale” e frutto solitamente di provincialismo e pigrizia culturale. Ho deciso di scrivere questo libro anche per dare dignità a un fenomeno estremamente rilevante, soprattutto oggi. Per esempio, nel rap americano si possono leggere in controluce tanti fenomeni che caratterizzano questi tempi, come il degrado urbano, lo scollamento sociale, il razzismo.

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