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La leggenda del Re Otnît

C’era una volta un re longobardo, il mitico Re Otnît. Costui era molto legato alla sua Rocca, costruita vicino al lago di Garda, e lì trascorse gli anni più belli della sua infanzia e della sua fanciullezza, tanto che, anche quando crebbe e divenne re, rimase sempre affezionato a quei luoghi, presso i quali ritornava non appena gli era consentito. Durante le sue permanenze, Rocca di Garda si animava e le giornate passavano felici tra giochi, cacce, lunghi riposi e camminate nei boschi. Fu proprio durante una delle sue solite passeggiate a cavallo che il giovane re fece un incontro straordinario. Cavalcando senza meta, Re Otnît finì per giungere davanti a un grande prato, dominato da un enorme tiglio dalla chioma così folta e ampia da sembrare una torre.
La più grande sorpresa però stava ai piedi del tiglio: appoggiato al tronco, infatti, sedeva un minuscolo vecchietto, dall’aria allegra e la barba lunga, che osservava il nuovo venuto con malizia.
“Lieto di vederVi, Maestà. Mi chiamo Alberico, Re degli elfi. Che Voi ci crediate o meno, sono un Vostro lontano parente e, spero, Vostro futuro amico.” Così si presentò l’ometto, con un sorriso, mentre il giovane re lo guardava stupito.
“L’eco delle Vostre imprese è giunto anche alle mie orecchie e non ho potuto fare a meno di prenderVi in simpatia,” continuò l’elfo, ignorando lo sbalordimento del longobardo “per questo Vi ho attirato al mio castello. Non temete, Vi voglio solo aiutare. So, infatti, che molti complottano contro di Voi.”
Re Alberico rivelò a Otnît i mille pericoli che lo aspettavano a corte e chi aveva intenzione di tradirlo. Gli regalò poi un’armatura incantata, forgiata dai nani, che nessuna arma avrebbe potuto intaccare e la spada Rosa, che poteva infrangere qualunque metallo. Il Re degli elfi raccomandò, poi, al longobardo di chiamarlo ogni qualvolta avesse avuto bisogno del suo aiuto.
Re Otnît tornò a Rocca di Garda e, con l’aiuto dell’elfo, sventò tutti i complotti tramati alle sue spalle e vinse molte battaglie.
Grazie ad Alberico, Re Otnît si avventurò persino a conquistare il Santo Sepolcro in Terra Santa, dove conobbe la figlia del re pagano Muntabur: Otnît, innamoratosi di lei, con l’aiuto dell’elfo la rapì e la portò a Rocca di Garda, dove la fece battezzare come Sidrat e la sposò. Fu grande gioia nel regno, perché si diceva che la principessa fosse di incredibile bellezza: una degna sposa per un così grande sovrano, diceva il popolo.
Re Muntabur, d’altra parte, mai perdonò l’affronto e, per diverso tempo, meditò vendetta contro il longobardo. Un giorno, un cacciatore venne al suo palazzo, presentandogli una soluzione: il re avrebbe dovuto fingere di perdonare Re Otnît e avrebbe dovuto mandargli degli ambasciatori per stringere una pace. Tra questi si sarebbe nascosto anche il cacciatore, che con sé avrebbe portato due uova di drago. Una volta entrati in territorio longobardo, il cacciatore sarebbe rimasto lì e avrebbe allevato i due cuccioli, fino a quando non fossero diventati abbastanza grandi e forti da uccidere Otnît. A Re Muntabur questa idea piacque e così i finti ambasciatori partirono per l’Italia. Una volta giunto in territorio longobardo, il cacciatore si nascose con le uova tra le montagne della valle dell’Adige, in una grotta a nord di Trento. In poco tempo dalle due uova nacquero due piccoli draghi, dall’aspetto terribile e dall’appetito tremendo. Entrambi crescevano a velocità inaudita: in meno di un mese erano già grandi come un uomo di una certa statura, ma mangiavano almeno il doppio. Il cibo che il loro stesso padrone gli portava non era più abbastanza ormai e ben presto i due iniziarono ad abbandonare il loro rifugio per devastare i raccolti della valle, sbranare uomini e animali e incendiare abitazioni. Molti cercarono di fermarli, ma perirono nel tentativo. La maggior parte degli abitanti scappò dalla valle, mentre altri rimasero, confidando e sperando che un giorno un grande eroe sarebbe venuto a salvarli.
Nel frattempo Re Otnît, ignaro di tutto, viveva felice a palazzo, innamorato della sua sposa, pieno di fortune e ricchezze. Credendosi artefice del proprio destino, finì per dimenticarsi dell’esistenza del suo protettore, il buon Re degli elfi, che ne rimase molto offeso. Quando giunse a palazzo la notizia dell’esistenza dei draghi, il vecchio Alberico era di nuovo pronto ad aiutarlo. Pensava, infatti, tra sé: “Solo un pazzo vorrebbe sfidare due creature simili da solo. Re Otnît tornerà da me, si scuserà per avermi ignorato e si renderà conto di non valere niente senza il mio aiuto.” Ma il giovane re non si ricordò di Alberico e partì, con indosso l’armatura e con la spada a fianco, senza consultare il suo vecchio guardiano. Il re degli Elfi, adirato, lo lasciò partire, maledicendolo e augurandogli la morte.
Re Otnît girò a lungo per la valle, cercando in ogni grotta e scalando molte montagne, nel tentativo di scovare i draghi. Alla fine, troppo stanco per cavalcare, decise di riposarsi all’ombra di un grande albero. Rimase vigile il più a lungo possibile, ma la stanchezza alla fine ebbe la meglio e il cavaliere cadde in un sonno profondo. Comparve allora uno dei draghi, attirato dall’odore del giovane re. L’uomo era così profondamene addormentato che non si accorse della bestia. Questa lo prese delicatamente fra le fauci e lo portò nella sua caverna e fu lì che l’eroe morì, risucchiato dai draghi.

Del periodo di dominazione longobarda sul Trentino sono rimaste poche tracce, qualche gioiello, alcuni frammenti di colonna o pavimento. Sono rimaste però diverse leggende, la più nota delle quali risale al XIII secolo circa e fa parte del ciclo di poemetti di Otnît. Esistono diverse versioni di questa leggenda, ma tutte condividono lo stesso triste finale: Il Drago, che a livello simbolico è associato al demonio, uccide il nostro eroe. Come può essere nata una tale leggenda? Un’ipotesi interessante sulla sua origine viene data da Giovanna Borzaga, nel suo libro Leggende del Trentino, la quale afferma che “forse era nato un uomo dall’intelletto tanto illuminato rispetto ai propri contemporanei da concepire e creare un’arma quale il lanciafiamme. Forse fu tanto orgoglioso della propria scoperta da usarla indiscriminatamente ed i suoi contemporanei, imbevuti di mistica medievale, diedero subito un significato sovrannaturale agli eventi”. È ovviamente difficile risalire alle reali origini della leggenda, ma si può supporre con relativa certezza che una grave calamità in tempi remoti possa aver sconvolto la vita del fondovalle, rovesciando l’ordine della natura. La mitologia medievale, con il suo complesso simbolismo, si deve essere sovrapposta poi al reale ricordo dei fatti, arrivando così a creare questo straordinario mito.

Bibliografia:
Giovanna Borzaga, “Leggende del Trentino”, Luigi Reperito Editore, Trento, 1971

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