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Appello per la difesa dell’articolo 34

“La Scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto a raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto, assegni alle famiglie ed altre provvidenze che devono essere attribuite dal concorso.”
Articolo 34 della Costituzione italiana

L’articolo 34 della Costituzione italiana sancisce il diritto universale allo studio. Afferma che la scuola pubblica statale è aperta a tutta la popolazione italiana, inclusi coloro che non possiedono la cittadinanza italiana. Istituisce l’obbligo di frequenza scolastica dei fanciulli sino ai sedici anni, età in cui  uno studente può scegliere di continuare il suo percorso di studi, iniziare a lavorare o entrambi. Vi è anche sancito l’impegno dello Stato italiano a concedere i mezzi che è in grado di erogare, tramite gli organi periferici cioè i Comuni e le Province, a coloro che vogliono continuare a studiare e che si sono dimostrati capaci grazie a dei riconoscimenti scolastici o accademici, ciò significa che le istituzioni politiche o le associazioni possono garantire il continuo del percorso scolastico elargendo per esempio delle borse di studio.

A causa della pandemia, lo stato italiano ha cercato di continuare il percorso didattico degli studenti tramite la didattica a distanza (DAD). Dal mese di giugno in poi, i politici hanno discusso mesi sulla questione della riapertura delle scuole, discutendo di vari aspetti tra cui il numero di studenti ammesso in una classe e le misure di sicurezza da adottare, considerando i divari registrati che la DAD ha creato fra gli studenti e il bisogno espresso dagli stessi di riprendere il rapporto diretto con i professori e la socialità. Su questo tema c’è stata anche molta divisione tra i vari governatori delle Regioni italiane, alcuni hanno deciso di emanare degli ordinamenti propri  nonostante le indicazioni dei DPCM. La scuola è stata richiusa dopo due settimane dalla riapertura a causa dell’aumento dei casi di Covid-19. Per questa situazione lo Stato e le regioni hanno deciso di continuare con la DAD per le superiori e per alcune università. Il diritto allo studio difeso dall’articolo 34 è stato messo in discussione, in alcuni casi  è venuta meno la sua importanza per garantire la realizzazione individuale.

Qui di seguito sono stati presentati alcuni eventi di cronaca, antecedenti alla riapertura del 18 gennaio, nei quali il diritto allo studio è stato messo in secondo piano o in discussione dall’agenda politica nazionale, regionale oppure dagli istituti scolastici.

Verso la fine del mese di ottobre, il liceo pubblico Alessandro Manzoni di Milano aveva deciso che avrebbe favorito l’iscrizione e l’ingresso di nuovi studenti che in seconda media avessero una media del 9 oppure del 10 nelle materie di italiano, inglese e matematica. Stando alla delibera dell’istituto, la scelta era stata motivata dalle norme di sicurezza Covid le quali impongono anche il rispetto dei distanziamenti tra banchi e degli spazi in aula, riducendo il numero di future classi. La direzione scolastica del liceo aveva deciso di creare otto nuove classi di prima superiore. Il problema tra il numero dei ragazzi iscritti e il numero di studenti che il liceo poteva ospitare esisteva già prima della pandemia; la scuola ha dovuto effettuare delle preferenze dato il numero elevato di iscritti. Inoltre, la direzione avrebbe dato precedenza all’iscrizione di studenti che abitavano nel centro della città, dunque nella zona in cui si trova il liceo. Questa proposta è stata approvata grazie a 15 favorevoli tra i membri del Consiglio di Istituto contro 4 voti contrari.
A seguito della pubblicazione della delibera, gli studenti, i professori e alcuni esponenti politici di Leu hanno criticato la scelta approvata dal Consiglio di Istituto, poiché era inaccettabile che una scuola pubblica effettuasse una selezione molto severa tra coloro che si vogliono iscrivere, in quanto ciò avrebbe violato un diritto costituzionale: l’apertura dell’istituto a coloro che sono interessati a frequentare questo indirizzo di studi.
A seguito delle proteste, il Consiglio ha deciso di annullare la decisione presa su questa modalità d’iscrizione.

Di fronte a questo liceo, alle ore 18:45 di martedì 13 gennaio gli studenti del Liceo Manzoni di Milano hanno occupato il cortile della loro scuola, rispettando le norme di sicurezza, come forma di protesta per la DAD: i ragazzi non sopportano più questa reclusione forzata e protestano del fatto che la scuola non sia una priorità dell’agenda politica italiana.

Nelle prime settimane di novembre, la Provincia autonoma di Bolzano, a causa di un’ordinanza del Ministero della Salute diventava zona rossa. Stando al decreto del 3 di novembre, la possibilità di effettuare le lezioni doveva essere garantita a tutte le scuole elementari e alle scuole secondarie di primo grado fino alla seconda media.
Il presidente della Provincia di Bolzano Arno Kompatscher ha avanzato sul territorio della provincia una proposta piuttosto interessante: nella settimana dal 16 al 22 novembre, tutti gli istituti scolastici di qualsiasi ordine e grado avrebbero avuto l’obbligo di chiudere e di tenere le lezioni a distanza.
A partire dalla settimana successiva, la Provincia si impegnava a garantire il servizio degli asili nido e lo svolgimento delle lezioni scolastiche in presenza a tutti gli studenti delle scuole elementari e delle classi di prima media, nel caso in cui i genitori avessero svolto un lavoro essenziale o non potessero usufruire dello Smart Working. Questa proposta si può ritenere incostituzionale perché si tenderebbe a privilegiare gli alunni solamente se i loro genitori rientrassero nelle condizioni prescritte o nelle categorie professionali citate nell’ordinanza. Inoltre, non esistono delle restrizioni prescritte nella costituzione come la sicurezza o la salute, come nell’articolo 16, sebbene le reali circostanze contraddicano la necessità di chiudere il più possibile per limitare i contagi. Questa ordinanza è stata annullata a seguito degli screen di massa avvenuti agli inizi di Dicembre.

La DAD è stata criticata, specialmente dagli studenti, in quanto non rappresenta una possibile alternativa, ma solo l’alternativa alla didattica in presenza in caso di aumento dei casi Covid. Nelle settimane che hanno seguito la chiusura delle scuole a livello nazionale, gli insegnanti e gli studenti si sono lamentati del fatto che il governo non sia riuscito a risolvere efficacemente la questione della capienza dei trasporti oppure a garantire un constante monitoraggio della situazione pandemica prima di decidere di riprendere la didattica in presenza.

A Torino nella metà di novembre, due studentesse della scuola media Italo Calvino, Anita e Lisa, hanno protestato per la decisione della regione di chiudere le scuole medie. Le ragazze si sono presentate all’ingresso della scuola munite dei loro tablet, una sedia, un tavolino pieghevole e il materiale scolastico per effettuare la lezione rispettando le norme di sicurezza dettate dal governo. Le ragazze ribadivano la necessità di riprendere le lezioni in presenza dato che, secondo loro, era più efficace ed efficiente apprendere tramite un contatto visivo diretto e non sullo schermo. Inoltre, si domandano come mai siamo uno dei pochi Paesi in Europa dove si stanno effettuando misure simili chiudendo in primis la scuola anziché tenerla aperta anche in caso di lockdown. Un esempio per valorizzare l’affermazione delle due ragazze è l’Irlanda che è stato il primo paese dell’UE a ripristinare un lockdown totale dalla metà di ottobre 2020, ma ha deciso di tenere aperti gli esercizi commerciali essenziali e le scuole di qualunque ordine e grado. Però ci sono alcuni stati dell’UE dove gli studenti hanno criticato la gestione sulla riapertura delle scuole. In Francia, gli alunni di vari licei parigini hanno protestato davanti all’ingresso degli edifici per le misure emanate dal ministro dell’istruzione. L’apertura dei licei per il primo semestre era stata prevista il 2 di novembre.

Gli studenti protestavano, come testimonia il video pubblicato da  “Le Huffington”, in seguito all’insensata decisione di riaprire un luogo numericamente affollato e alle misure di sicurezza emanate, tra cui l’obbligo di tenere le finestre aperte per la circolazione dell’aria in un luogo che non è stato igienizzato dall’estate, la mancanza di chiarezza di indicazioni in caso di positività di un docente o di uno studente, l’impossibilità di procurarsi autonomamente i dispositivi di sicurezza (in Francia, la distribuzione delle mascherine nelle scuole non è gestita dallo Stato come in Italia).

Due mesi dopo, Il 20 gennaio 2021 gli studenti universitari e liceali di Parigi hanno di nuovo protestato nelle strade della capitale per criticare le decisione prese dal presidente Macron, dal ministro dell’Interno e dell’Istruzione sulla inadeguata distribuzione della ripresa delle lezioni in presenza degli istituti scolastici  (il presidente aveva promesso almeno due giorni in aula a patto che venissero rispettate le indicazioni ministeriali), l’insensatezza (secondo l’opinione dei manifestanti) di chiudere totalmente tutti i luoghi di socializzazione della gioventù francese e il fatto che le istituzioni francesi abbiano lasciato i giovani in una situazione di precarietà a più livelli, dimostrando incapacità nel fornire loro un futuro. Pochi giorni dopo la manifestazione, il presidente Macron ha annunciato un possibile riavvio di un altro lockdown a causa del peggioramento della curva epidemiologica. Sarebbe la terza volta che il Presidente decide di mettere in atto questa misura perciò sarebbe molto probabile un’altra chiusura di qualunque istituto scolastico di secondo grado superiore e delle università.

Dal loro gesto, si sono susseguite le proteste e i flashmob su tutto il territorio nazionale. I flashmob sono stati organizzati e programmati dal comitato “Priorità alla scuola” rispettando ovviamente le regole della sicurezza.

Anita è stata nominata dal giornale “Politico” come una delle figure femminili più influenti del 2020 poiché ha ribadito l’importanza di seguire le lezioni e di studiare in presenza con dei protocolli e regolamenti accettabili per la protezione della salute propria e degli altri.

Erano rimasti tuttavia ancora dei dubbi, non tanto per la decisione politica, ma per la scelta della data indicata che sarebbe dovuta essere giovedì 7 gennaio (la riapertura dei licei è stata rimandata a lunedì 18 gennaio). Alcuni hanno deciso di prorogare la DAD fino a fine gennaio finché non avessero un quadro territoriale più chiaro dopo le feste o in base al DPCM successivo. I cittadini hanno giudicato la data proposta dal Governo Conte bis, per la riapertura delle scuole troppo vicina ed insufficiente per verificare l’efficienza delle indicazioni del rientro scolastico. Purtroppo, nemmeno la proroga avanzata dal governo è stata ben accolta dai governatori regionali, solo i governatori delle regioni Emilia Romagna, Molise, Lazio e Piemonte hanno deciso di riaprire i licei con le condizioni che la loro zona non fosse di colore rossa e la presenza fosse garantita per almeno il 50% degli studenti di ciascuna classe.

Abruzzo, Toscana e Valle d’Aosta hanno addirittura anticipato la riapertura all’11 di gennaio. Da lunedì 25 gennaio hanno riaperto i licei anche in Liguria, Lombardia, Marche ed Umbria con le medesime condizioni citate in precedenza . Le rimanenti regioni hanno deciso di riaprire i licei all’inizio o alla seconda settimana di febbraio. Sebbene i licei e gli istituti tecnici e professonali siano stati aperti, non sono mancate delle regole o delle norme eccezionali e creative proposte dai governatori regionali. Prendiamo ad esempio la regione Calabria che ha concesso la libertà di scelta ai genitori degli alunni di mandarli a scuola oppure no.

Nella seconda metà di gennaio gli studenti di vari licei della Lombardia hanno presentato un ricorso al Tar, il tribunale amministrativo regionale, per contestare i provvedimenti del DPCM sulla chiusura delle scuole, considerandola ingiustificata e penalizzante nei confronti degli studenti, soprattutto nei confronti di coloro che non possiedono i mezzi per seguire le lezioni in DAD, violando di conseguenza il diritto costituzionale allo studio sancito dall’articolo 34. Il Tar ha dato ragione agli studenti e ha ordinato alla Regione di riaprire i licei dalla settimana successiva, adottando le misure anti contagio. Il 16 gennaio tuttavia un nuovo DPCM ha inserito la Lombardia la provincia autonoma di Bolzano e la Sicilia nella zona rossa, decisione che ha comportato di fatto un ritorno integrale alla didattica a distanza. Uno scenario simile è avvenuto anche in Emilia Romagna, solo che i soggetti che hanno fatto ricorso al Tar sono stati 23 genitori di vari studenti residenti in quella regione e la sentenza emessa è stata applicata nell’immediato essendoci le condizioni per aprire in tutta sicurezza le scuole secondo il giudizio del Tar.

Tenendo conto degli eventi descritti e delle esigenze degli studenti, il problema della presenza è impossibile da risolvere se non si riesce in primo luogo a disporre un piano per i trasporti, la sicurezza interna dell’edificio e un programma adatto e proporzionato alle esigenze degli studenti. Inoltre, bisogna tenere conto che la chiusura prolungata delle scuole non solo ha aumentato la dispersione scolastica degli alunni, situazione che purtroppo spingerebbe i ragazzi ad entrare nella criminalità organizzata, favorendo un contesto di Learning Loss, cioè la perdita di apprendere capacità relazionali, sociali e conoscitive che non saranno più apprese a causa di una mancata educazione strutturata.

Dalle descrizioni di questi episodi e delle notizie circolate in questi ultimi giorni, mi sorge il quesito: “le istituzioni politiche di qualunque grado e forma conoscono l’importanza dell’accesso all’istruzione?”. Date le circostanze, ci si interroga su come abbiano garantito la presenza in sicurezza e come abbiano erogato il più equamente possibile le opportunità di studiare. La DAD, malgrado le critiche e i divari impliciti emersi in questi mesi, rimarrà comunque uno strumento che farà parte della didattica, sperando venga utilizzata non nelle condizioni e modalità dell’ultimo anno delle superiori, che molti studenti stanno ancora sperimentando.

Alcune liste di associazioni studentesche di Trento, durante le elezioni degli organi universitari come il senato accademico e la presidenza all’interno dei dipartimenti dell’università di Trento hanno proposto di mantenere la possibilità di tenere le lezioni a distanza anche dopo la conclusione della pandemia.
Si spera che le proteste e le osservazioni fatte dagli studenti di ogni grado siano in grado di riprogettare il concetto di didattica e le modalità attraverso cui diffonderla e che le istituzioni riflettano sull’importanza del diritto allo studio.

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