Favino, Venezia e il politically correct: un menage à trois che nessuno si augurava

L’80° edizione di Venezia si è presentata come una rassegna sotto l’effige del cinema on the road. Mattotti, che ha firmato il manifesto, l’ha presentata come “una maniera di esprimere libertà, avventura, di scoperta di nuovi territori”. Ognuno ci ha visto quel che preferiva, si è cercato un cinema capace di spingersi lontano dai canoni diventati ormai tradizionali, superati – lo possiamo realizzare semplicemente tenendo in conto del fatto che una buona porzione del cinema dei tempi nostri, quella US, è in sciopero per una rivoluzione tanto inaspettata quanto insperata. E allora c’è stato modo di imbattersi in un racconto di terribile formazione con Poor Things, diretto da Lanthimos che ormai fa “un po’ quel che vuole”, ma lo fa almeno da una decina di anni, Io Capitano di Garrone, che è la quinta essenza del viaggio della speranza su pellicola, ma anche altri progetti come Ferrari o Comandante. Sono proprio questi ultimi due film che possono essere connessi da una linea – nemmeno troppo sottile – che porta il nome di Pierfrancesco Favino. Il poliedrico attore – ci è sempre piaciuto per questo – si è avventurato in un discorso molto critico nei confronti del lavoro di Micheal Mann, che si è cimentato nel raccontare “gli albori” di Enzo Ferrari e la celebre Mille Miglia, con il traguardo tagliato e le vittime che la corsa ha collezionato.

Si parla di appropriazione culturale se un messicano interpreta un cubano, non vedo perché non debba essere lo stesso se una storia del genere non si fa con attori italiani del calibro di quelli che vedete qui (parlando di Giannini, Mastrandrea, Toni Servillo, tutti nel cast del “suo” Comandante, ndr). Mi sembra un atteggiamento di disprezzo nei confronti del sistema italiano. Non è divertente il fatto che ci prendano per il culo in House of Gucci. Se noi ci azzardassimo a farlo dall’altra parte ci aprirebbero… le membra…

Questo il virgolettato dell’attore. Aprire il discorso sull’appropriazione culturale, nel 2023 e subito dopo un red carpet, è un po’ come lanciarsi nella vasca degli squali con un costume fatto di sola carne Wagyu: un suicidio – molto elegante – ma comunque un suicidio. Partiamo dal presupposto che per appropriazione culturale si parla della scelta di adoperare elementi di un’identità non propria, alterando anche degli elementi perché lo show vada avanti. La Disney ne è, da sempre, capofila, con i nativi americani di Peter Pan, dei Tre Caballeros, ma anche le tradizioni di Coco e di Encanto; gli esempi non mancano e tutti hanno avuto qualcosa da lamentare. In molti casi c’è poco da dire, nel periodo in cui andavano al cinema questi film il pensiero non c’era, è scorretto che venga perpetrato un certo atteggiamento oggi come oggi, ma la questione di Favino è un po’ diversa. Gli americani sono stati capofila nella cultura del cancellare, come anche nel parlare di appropriazione culturale: uno stato che ha persone di estrazioni così diverse, tenuto insieme per miracolo, deve essere certamente più attento; ma nel caso di Gucci e Ferrari, perché rattristarsi se la briga di raccontare una storia italiana se la prende un attore americano? È il forte accento “mimato” che ci preoccupa?

Siamo noi quelli che si sono complimentati una vita con il modello di doppiaggio italiano, come con Maurizio Merluzzo, per essere stato capace di dare più e più voci a molteplici personaggi, e – sempre “noi”, come grande pubblico italiano – ci siamo riscoperti capaci di sorprenderci davanti a un Pattinson capace di adottare venti accenti, lo stesso è capitato, a più riprese, con Favino che ha interpretato ogni tipo di personaggio sul set, dagli scenari internazionali a scene “di Serie B”. Non è meglio che sia stato Adam Driver a calarsi nei panni di Ferrari, con la direzione di Mann, che non ha mai nascosto il suo debole per le auto e per il mondo dell’automobile italiano, piuttosto che lasciare che tutto vada “a tarallucci e vino” su di un set che avrebbe avuto, potenzialmente, la qualità de Gli Occhi del Cuore? Un po’ come per certi biopic che è possibile trovare su certi canali nazionali, tra i primi numeri del telecomando. Il cinema italiano non ha mai avuto problemi nel riscoprirsi forte con la politica, i biopic a tema riescono sempre, guarda Sorrentino, ma altri – anche non politici – sembrano essere stati apprezzati, per quanto la qualità del prodotto sia stata dubitata. Un esempio – sintesi del discorso – è L’ultimo Papa Re: Favino non si è sbilanciato contro Proietti per aver preso parte al progetto, quando Jerzy Stuhr interpreta il gesuita Beckx – l’attore è polacco, il personaggio storico è belga. No, Favino non si è nemmeno ripensato, a Venezia, del suo aver interpretato D’Artagnan, un personaggio ispirato al Conte francese, ma nemmeno di aver preso parte alle gag di Sky in cui si cimentava nell’interpretare Che Guevara, goliardicamente, con l’accento tra lo spagnolo e il romanaccio. Sicuramente sarebbe stato un grande segnale di ripresa per il cinema italiano – in uno stato di evidente crisi, lo diciamo ormai da troppo e in sala si è comunque sempre meno quando c’è un bel progetto nostrano – avere un progetto come Ferrari interpretato da un attore come Favino, ma non bisogna mai essere estremisti e lasciare che una presunta correttezza possa offuscare la nostra visione sulla Settima Arte. Non c’è un estremo “buono”, non è giusto che in Tropic Thunder, per quanto ci abbia regalato tante risate, ci sia un attore bianco a interpretare un attore di colore (vogliamo vederci della satira? C’è di meglio, non è possibile dubitarlo), ma nemmeno che Brendan Fraser, che molto meglio di altri conosce la depressione e i disturbi dell’alimentazione, sia criticato per aver preso parte all’opera di Aronofsky, The Whale, in cui interpreta un personaggio catapultato da un set di Vite al Limite – anche qui, qualcuno potrebbe trovare un modo di rendere inattaccabile la posizione per cui è scorretto.  La verità sta nel mezzo: bisogna essere rispettosi, ma nemmeno essere permalosi al punto di sentirsi offesi da un certo tipo di satira o critica, né tantomeno essere così maliziosi da poter vedere violenza culturale dappertutto, specie quando un progetto tratta con i guanti l’identità culturale di un logo, un nome, una popolazione. “Una volta ci stavano i ruoli per tutti gli attori, oggi li fa(rebbe) tutti Favino”, direbbe Martellone.

Diego Morone

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