La legge del silenzio

Le emozioni influenzano le nostre scelte, i nostri comportamenti e dunque le nostre azioni. Tra le emozioni definite primarie dal alcuni studiosi, si trova la paura. Qualcosa ci fa paura per delle caratteristiche che ha; proviamo paura perché ci sentiamo minacciati o, ancora, perché temiamo una perdita importante per la nostra persona. 

Cosa può succedere quando la paura si trasforma in linguaggio corporeo? Si agisce con violenza, si scappa, si rimane immobili. Quest’ultimo potrebbe essere il caso in cui nell’essere umano svanisce l’empatia e si rimane indifferenti. 

Succede che nelle nostre città, per le strade, a scuola, nel bar di fronte casa, qualcuno subisce un atto violento. Talvolta, può darsi che le persone intorno rimangano immobili, spettatori inermi secondo il cosiddetto bystander effect, un fenomeno della psicologia sociale che si verifica quando gli individui sono meno propensi ad offrire aiuto a una persona in difficoltà, quando altre persone sono presenti. Assistere a un atto di violenza implica una serie di conseguenze, quali la minaccia, la possibilità di ricevere un danno, l’essere coinvolti, conseguenze che impediscono alle persone di reagire di fronte a un’emergenza. Si prova paura, appunto, e la persona che avrebbe necessità di supporto, poiché è in pericolo, rimane invece da sola. 

Nella malavita organizzata era storicamente consuetudine la cosiddetta “legge del silenzio”, secondo cui si doveva mantenere il silenzio assoluto intorno alle persone colpevoli di un delitto o di un qualsiasi altro reato. Questo modus agendi si era insinuato nella mentalità mafiosa diventando una sorta di legge non scritta e, purtroppo, in alcuni casi esso si verificava anche fra la gente comune. Questo atteggiamento di omertà implicava il fatto che chi sapeva si asteneva dal testimoniare nei confronti di una persona, di una situazione o di un reato; ciò poteva essere dettato da un tornaconto personale o dal timore. La paura deriva dalla possibilità di poter essere coinvolti, minacciati o di subire un danno da parte di qualche personalità autoritaria. 

Nel 1983 vi fu l’ultima intervista a Pippo Fava. “Una volta si diceva che la forza dei mafiosi era la capacità di tacere e adesso?” chiese Enzo Biagi. “Io sono d’accordo con Nando Dalla Chiesa: la mafia ha acquistato una tale impunità da essere diventata perfino tracotante.” 

La risposta di Fava fu una denuncia chiara, che gli costò la vita. Il giornalista sosteneva che, secondo la mentalità mafiosa, essere protetti significa poter vivere dentro questa società: “Non si fa niente in Italia se non c’è l’assenso del politico e se il politico non è pagato. Ecco, noi viviamo in questo tipo di società e in questo tipo di società la protezione è indispensabile se qualcuno non vuol condurre la vita da lupo solitario”.

Il “rimanere in silenzio” ha comportato che le azioni di Peppino Impastato rimanessero isolate, confinate alla sua persona e a pochi altri, mentre le porte e le finestre dei cittadini venivano chiuse, per non vedere, non sentire e non essere “immischiati” nella denuncia aperta del giornalista di Cinisi contro Cosa Nostra. 

Un’altra importante testimone di giustizia è stata Rita Atria. Negli anni raccolse informazioni sulle attività mafiose a Partanna (TP). Si rivolse alla giustizia in seguito agli omicidi di alcuni parenti; si legò al giudice Paolo Borsellino, il quale cercò di proteggerla dal ripudio dei familiari. Dopo la strage di via D’Amelio, Rita disse: “Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci.”

Queste sono due delle tante storie di lotta e resistenza alla mentalità mafiosa e alla legge del silenzio. La paura è una delle cause che può condurre ad assumere un atteggiamento omertoso. Oggi questo si traduce nella consapevolezza dell’esistenza delle tante situazioni di corruzione e violazione dei diritti civili e politici, che investono l’Italia da nord a sud. L’omertà si concretizza nelle storie di coloro che sono vittime del caporalato e che faticano, in quanto abbandonati e sfruttati, a liberarsi da questa condizione lavorativa ingiusta. 

“L’omertà nasce dal bisogno di difendersi da un regime sociale di soprusi in cui la giustizia è applicata con parzialità e favoritismi” sostiene Erri De Luca.

La paura ha le sue ragioni in ogni essere umano. Ciò che potrebbe fare la differenza è avere il coraggio di indignarsi di fronte alle situazioni di ingiustizia, a favore di una società che si cura delle persone e legittima il reciproco aiuto. 

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