Siria: smanie di potere e Diritto Internazionale

Di Lorena Bisignano

 

Sono oramai sette anni che in Siria infuria una spaventosa guerra civile che vede, da un lato, il regime di Assad sostenuto, com’è noto, da Russia, Turchia e Iran – ognuno dei quali ha ovviamente interessi che nulla hanno a che vedere con la volontà di appoggiare Assad, quanto piuttosto di estendere la loro egemonia in Medio Oriente (e ciò vale in particolare per la Russia) o affrontare il problema dell’indipendenza rivendicata dai curdi (e ciò è vero soprattutto per la Turchia) – e, dall’altro lato, le forze ribelli, eterogenee più che mai. Però se il regime di Assad ha dei forti alleati (e mi riferisco in particolare alla Russia), è altrettanto vero che coloro che gli si oppongono non sono da meno: USA, Francia, UK e in generale tutta l’Europa (quale fedelissima dei democraticissimi Stati Uniti d’America) non tollerano le politiche, eufemisticamente, dittatoriali siriane.

Il conflitto, caratterizzato da enorme brutalità, ha visto alti e bassi e sempre più il ricorso ad armi chimiche da parte di un governo – che oserei definire fantoccio – debole e sempre meno capace di gestire la situazione e tanto meno ottemperare agli obblighi di protezione della popolazione e di tutela dei diritti fondamentali.

Già nel 2013 una convenzione era stata sottoscritta per provvedere ad una rimozione delle armi chimiche che gli stati possedevano, e in quella circostanza USA e Russia si accordarono anche affinché quest’ultima “vigilasse” a che questo tipo di armi non fossero impiegate da parte del governo siriano, non avendo quest’ultimo partecipato alla convenzione. Senonché, nel 2017, la Siria fa ricorso alle armi chimiche per liberare una delle roccaforti dei ribelli e così indebolirli notevolmente: la “red line” tracciata da Obama era stata superata, e il suo successore – molto meno cauto e moderato – aveva deciso di reagire concretamente.

In ogni caso, l’uso della forza armata in quella circostanza non sembra aver sortito gli effetti desiderati: il 7/4/2018 infatti – presumibilmente – Assad ha utilizzato nuovamente armi chimiche per infliggere un altro duro colpo ai ribelli. Qual è stata la reazione a livello internazionale? Stupisce, anzitutto, la mossa di Trump, il quale decide di adottare una politica aggressiva, una linea dura e reagire con la forza – e oserei dire anche prepotentemente – nonostante avesse previamente deciso di ritirare le truppe americane da quella regione perché “è ora che ad occuparsi della Siria siano altri”. Il Tycoon decide, infatti, di bombardare tre degli edifici di conservazione e preparazione di armi chimiche in Siria, e tutto ciò riceve l’appoggio di UK e Francia, gli stati più “guerreggianti” in Europa. Infatti, a detta sia del Presidente Macron che del Primo Ministro May non è tollerabile l’uso di armi chimiche contro i civili e questo gravissimo illecito internazionale (e che sia un abominio e un crimine internazionale non ci piove) deve essere punito seriamente, in modo da far capire che con il diritto internazionale non si scherza e che Assad non è esentato da esso.

 

Fin qui nulla di strano, se non fosse che in realtà sembra che proprio coloro che si ergono a paladini difensori del diritto internazionale sono i primi a violarlo, per una serie di ragioni:

  1. Il raid organizzato da Francia, UK e USA dovrebbe costituire una rappresaglia, non fosse per il piccolo particolare che di rappresaglia si può parlare qualora si subissero direttamente le ripercussioni di un illecito internazionale; appare ovvio che questo non è il caso. Stando così le cose, sembra che queste tre potenze abbiano agito non tanto per difendere a spada tratta i principi di diritto internazionale, quanto piuttosto per difendere i propri di interessi. E, in effetti, sembra che Trump, nonostante quanto egli possa affermare, abbia agito più che altro per il timore di ciò che potrebbe provocare la pubblicazione del libro di Comey – in cui si chiariscono alcuni punti cruciali della personalità del Presidente americano.
  2. Gli autori del bombardamento sulla Siria del 14/4 volevano tutelare i diritti umani e fondamentali della popolazione civile. Ma, come si può considerare un bombardamento una tutela per i diritti umani o meno aberrante di un attacco chimico?
  3. Considerando che mancano i presupposti per una rappresaglia e che in realtà non si era ancora accertato in via definitiva l’uso di armi chimiche il 7/4, abbiamo quella che è una chiara violazione del principio di non ingerenza (che volenti o nolenti comporta l’impedimento per gli stati di interferire con l’esercizio del potere governativo di un altro stato nel suo territorio), nonché del divieto di minaccia o uso della forza armata (non giustificato da legittima difesa).

 

Ma, tralasciando per un momento i presupposti – insussistenti – per un attacco, quali sono state le conseguenze?

Guardiamo prima a quanto asserito dai nostri eroi protettori dei diritti fondamentali degli individui: per Francia, UK e USA il raid è stato un successo. Trump, addirittura, sbilanciandosi, dichiara che è stato un duro colpo alle capacità di impiego di armi chimiche della Siria, dato che i tre principali edifici di conservazione e produzione di quest’ultime sono andati in cenere. Ciononostante, Assad sembra quasi più sereno e contento di Trump, dichiarando che la maggior parte dei missili sono stati respinti grazie alle armi russe, e questo dimostra che non siamo di fronte ad una forza armata americana insuperabile, con quella russa che sembra essere superiore dati i danni limitati.

A questo punto sorge spontaneo il dubbio: l’attacco sferrato da Macron, Trump e May, che avrebbe dovuto avere effetti deterrenti, è davvero stato tale? Ora, è logico che ciascuna delle due fazioni sostenga la posizione migliore per la propria immagine, ma a ben guardare come stanno realmente le cose?

Considerando la limitata portata dell’intervento, l’inefficacia di precedenti simili e analizzando le circostanze successive all’attacco, verrebbe da dire che sia stata solo un’inutile dimostrazione di forza – quasi più minacciata che reale. Inoltre, a sentire il presidente americano non c’è stato un ripensamento sulla strategia da adottare in Siria: gli Stati Uniti ritireranno le truppe. Per di più, rispetto alle temibili sanzioni che sarebbero dovute essere inflitte alla Russia si è fatto un passo indietro in sede ONU. E ancora,  alcuni membri del Congresso americano hanno affermato che la limitata portata dell’attacco non può costituire un serio deterrente e quindi ciò che si necessita è una seria presa di posizione e un programma lineare sul da farsi in quella regione.

D’altro canto, l’attacco non ha suscitato violente reazioni da parte della Russia, Siria e dei loro alleati se non che una – com’era ovvio – condanna del comportamento di queste tre potenze occidentali. Viene allora in rilievo quanto evidenziato dall’ambasciatore russo Nebenzya e cioè che l’America e suoi alleati continuano a violare spudoratamente il diritto internazionale, ponendosi al di sopra di esso e addirittura cercando di riscriverlo;  segue dicendo che è ora che Washington inizi a considerare che v’è un codice internazionale di comportamento rispetto all’uso della forza contenuto nella Carta delle Nazioni Unite e che bisogna ottemperare.

Ma non è tutto qui, la cosa ancor più bizzarra è che proprio il giorno dell’attacco una commissione OPACOrganizzazione per la Proibizione delle Armi Chimicheavrebbe dovuto fare un sopralluogo nella zona che il 7/4 presumibilmente aveva subito attacchi chimici, per accertare il dato. Questo fa sorgere un dubbio, ossia: la fretta, per così dire, di Trump, May e Macron a cosa è stata dovuta, considerando che ancora non vi fosse nulla di certo? sarà stato solo un atto intimidatorio? quasi a voler dire al mondo intero che l’occidente è ancora superiore, e che la Russia è destinata a rimanere sempre un passo indietro? che a nulla vale tentare di espandere la propria egemonia in Medio Oriente?

Nel mentre i tentativi di trovare un accordo all’ONU proseguono – anche se con scarsi risultati –, l’OPAC effettuerà i dovuti accertamenti e i siriani continuano a versare sangue  – per sudici giochi di potere e il crescente timore delle già irrimediabilmente degradate relazioni internazionali.

 

Di Lorena Bisignano

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

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