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La Terapia della Parola – Semplificazione

Una delle critiche più feroci espresse contro il mondo politico è quella di rendersi poco comprensibile al cittadino comune. In una democrazia rappresentativa, dove ci si auspica che il voto popolare sia formulato con consapevolezza, è infatti necessario che i singoli individui abbiano la possibilità di comprendere le questioni sulle quali sono chiamati ad esprimersi. Tuttavia, siamo ben consapevoli che la conoscenza umana nell’ampliarsi si fa settoriale, e ciò impedisce al cittadino di acquisire le competenze necessarie per risolvere i multiformi problemi sociali ed economici che lo Stato deve affrontare. Da qui deriva il bisogno di una comunicazione chiara ed efficace da parte del mondo politico, in modo da permettere a tutti di comprendere tali problemi e di formulare un’opinione in merito.
Queste prime considerazioni, tanto banali quanto necessarie, mettono in luce la forza positiva che una maggior chiarezza politica eserciterebbe sull’amministrazione della comunità, ma c’è una problematica che tralasciano completamente: fino a che punto è possibile semplificare la politica senza snaturarla?
La parola su cui cerchiamo di riflettere questa settimana è dunque “semplificazione“, termine che rivela la sua ambiguità nella incapacità di distinguerne l’utilizzo corretto da quello che, invece, finisce per corrompere il concetto che vuole trasmettere.
Il problema di questa generalità si concretizza infatti nella possibilità da parte di alcuni politici di sfruttarne l’ambiguità per far passare come accettabili delle semplificazioni che non lo sono.
Vista la complessità di tale indagine, tuttavia, vorrei limitarmi a suggerire qualche riflessione, a partire da un’esperienza personale che ritengo significativa.
Mi è sempre piaciuto tenermi informato sulle faccende pubbliche, e col tempo mi sono formato una serie di opinioni che esponevo con sicurezza e, talvolta, con superbia. In particolare, la mia posizione riguardo alle strategie per affrontare una crisi economica era grossomodo semplificabile nel “riduci il più possibile le spese”, e da sotto i miei baffetti adolescenziali criticavo con forza le manovre che incentivavano gli investimenti che avrebbero portato il bilancio in rosso. Poi, in quinta liceo, arrivai a studiare la crisi del ’29, e la teoria economica di John Maynard Keynes. Inutile dire che rimasi profondamente colpito: l’intero concetto del deficit-spending era per me a un tempo contro-intuitivo e perfettamente logico, e mi portò a realizzare quanto potesse essere complessa la macroeconomia. Nei giorni successivi, ascoltando interviste e discussioni pubbliche intorno agli effetti che un’ipotetica uscita dall’Unione Europea avrebbe avuto sull’economia italiana, mi resi conto di sentirmi quasi in soggezione, al punto da mettere in questione il valore del mio voto riguardo a una questione che mi risultava così difficilmente comprensibile.
Questo breve aneddoto può essere declinato in tanti altri campi, e in molti di essi manterrebbe la stessa validità; quello che sto cercando di dire è che se qualcuno avesse detto “la macroeconomia funziona in questo e quest’altro modo” la spiegazione sarebbe risultata senz’altro più comprensibile, ma assolutamente imprecisa e carente.
Il problema rimane aperto, e esso stesso non semplificabile oltre un certo limite: non ci rimane dunque che chiederci, davanti alla cripticità di un intervento, se essa non derivi in ultima istanza dalla complessità del tema stesso, e soprattutto, davanti all’analisi semplicistica di un fenomeno complesso, se la chiarezza non sia andata a scapito della verità.

Marco Ghirlanda

Studente di Matematica presso l'Università di Trento, ha frequentato il liceo classico e il Triennio di "Batteria e percussioni jazz" presso il conservatorio di Verona. Si interessa di cinema, letteratura, logica e filosofia del linguaggio. I suoi fari intellettuali sono Immanuel Kant, Giorgio Gaber e David Foster Wallace.

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