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La casa di Jack: un insolito testamento

La casa di Jack (2018)

Regia: Lars von Trier

Sceneggiatura: Lars von Trier

Cast: Matt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman, Siobhan Fallon Hogan, Sofie Gråbøl

Durata: 2 ore e 32 minuti

Genere: Commedia, Thriller

di Federico Pezzo

La casa di Jack potrebbe essere l’ultimo film diretto da Lars von Trier (Melancholia, Antichrist). Il regista ha dichiarato di non essere più in grado di sostenere lo stress che accompagna la produzione di un lungometraggio e di volersi dedicare in futuro solo a corti di poche decine di minuti: La casa di Jack, ha detto al Guardian, sarà quindi il suo testamento artistico (“last testament”). Certo potrebbero anche essere dichiarazioni estemporanee buone solo per vedere qualche biglietto in più, in ogni caso di questo film vale la pena parlare perché è uno dei più interessanti usciti in sala negli ultimi mesi.

Il protagonista è Jack (Matt Dillon), un serial killer che ripercorre il proprio passato dialogando con un misterioso personaggio (Bruno Ganz). Jack sceglie cinque momenti (“incidenti”) della sua carriera criminale per dimostrare al suo interlocutore di essere in realtà non un depravato ma un artista.

A mio parere La casa di Jack ha principalmente due problemi. Il primo sono le eccesive spiegazioni che costellano il film per tutta la sua durata. Uno dei principi chiave dell’arte cinematografica è sintetizzato nella formula “show, don’t tell”, cioè: meglio rappresentare un concetto visivamente che spiegarlo a parole. Qui invece abbiamo due voci fuori campo (una di Jack, l’altra inizialmente misteriosa) che commentano di continuo gli eventi e pedantemente discutono tra loro su che interpretazione ne vada data.

Il secondo problema è la superficialità della riflessione estetica portata avanti da queste due voci. Riflessione che, in ultima analisi, può essere ricondotta a questo pensiero: l’arte non ha limiti, quindi anche ciò che è amorale può essere un’opera d’arte. Il film non fa altro che girare di continuo intorno a questo concetto base senza fornire prospettive particolarmente innovative o interessanti.

Nonostante queste due colpe non certo veniali, che sminuiscono le ambizioni di questo film di porsi come un memorabile testamento artistico da lasciare ai posteri, credo che non dovremmo essere troppo svelti nel condannare La casa di Jack.

Il giudizio che si può dare su questo film cambia radicalmente a seconda della prospettiva che si sceglie di adottare. Ad esempio, alcuni lo hanno odiato vedendolo come una totale provocazione, nient’altro che un grande dito medio del regista ai suoi detrattori, mentre altri pur prendendolo sul serio lo hanno bocciato in ogni caso giudicando sterili le opinioni espresse. Io credo che sia sfuggito a molti l’elemento comico che qui non è solo presente ma addirittura preponderante. Quindi se è vero che le provocazioni sono spesso gratuite e che fallisce come manifesto di poetica, è anche vero che il film non si esaurisce in quegli elementi. La casa di Jack, secondo me, prima ancora che un thriller/horror è soprattutto una commedia molto, molto nera e come commedia funziona egregiamente riuscendo a mantenersi piacevole e coinvolgente per tutta la sua durata.

Credo che i numerosi difetti del film (e abbiamo visto i due più gravi) non dovrebbero oscurare gli altrettanto numerosi pregi: regia e recitazione tra tutti.

Per la maggior parte del film viene usata la macchina a mano e le riprese sono quindi estremamente dinamiche; nei momenti più concitati i movimenti di macchina e gli zoom sono rapidi ed evidenti, l’immagine non di rado è fuori fuoco. Queste caratteristiche, cifre stilistiche di Lars von Trier, testimoniano il suo coinvolgimento emotivo nella scena: il danese gira i suoi film con la stessa perversa eccitazione con cui Jack fotografa le sue vittime. La regia è esperta e von Trier si lascia andare anche a piacevoli virtuosismi: rallenta il tempo per dare solennità ad un momento, lo velocizza per accentuare la comicità di un altro; in pochi secondi passa da un filmato realizzato con una GoPro a una scena che richiama il cinema espressionista: mostra insomma una padronanza assoluta della propria arte.

Il livello di recitazione è notevolmente alto, sia per quanto riguarda il protagonista, sia per quanto riguarda tutti gli interpreti secondari. La filmografia di Matt Dillon prima d’ora non aveva offerto prove entusiasmanti e la sua ottima recitazione ne La casa di Jack credo sia merito di von Trier che, al solito, deve aver usato il suo attore protagonista più o meno come una marionetta. Non credo di essere ingiusto nei confronti di Dillon se dico che la credibilità del personaggio in questo caso probabilmente si deve molto più alle indicazioni del regista che alla bravura dell’interprete. Dal canto suo Bruno Ganz, in uno degli ultimi ruoli prima della morte, è assolutamente impeccabile, anche se non credo che il suo personaggio abbia rappresentato una sfida particolarmente ardua per un attore della sua statura.

Se abbiamo detto che i movimenti di macchina sono evidenti, il montaggio forse lo è ancora di più: i tagli palesi e frequenti servono a renderci partecipi della psiche disturbata di Jack. La fotografia è molto curata e solo in un punto verso la fine del film ho avvertito una leggera sbavatura. La mise en scene in generale è particolarmente interessante, è stata ricreata l’atmosfera degli anni ‘70 in modo sottile ed efficace senza ricorrere a quei trucchetti così frequenti nei film hollywoodiani di bassa qualità che quando devono ambientare un film nel passato recente cercano di infarcirlo all’inverosimile dei simboli della cultura pop del periodo.

Insomma, se riusciamo a chiudere un occhio sui tanti contro di questo film, scopriremo che i pro non mancano di certo. La casa di Jack, pur fallendo nel suo intento di essere un’opera rivoluzionaria e provocatoria, va comunque giudicata positivamente come una black comedy divertente, sofisticata e magistralmente diretta.

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

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