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Brexit – cosa (non) è successo

Tutti coloro che stanno cercando di seguire in questi giorni le vicissitudini di Theresa May e dei Brexiters forse saranno tentati di non leggere questo articolo: ogni giorno è una nuova sorpresa e quasi quasi viene a noia cercare di seguire il corso degli eventi. Eppure, perché non fermarsi un attimo a ricapitolare e chiedersi: a che punto siamo? Infatti, che tu sia pro o contro la Brexit, sicuramente sarai almeno un poco perplesso riguardo ai più recenti avvenimenti.

Domani, 29 marzo, sarebbe stato l’ultimo giorno di permanenza del Regno Unito nell’Unione, coincidente con il passaggio di due anni dall’attivazione dell’articolo 50 del TUE; eppure negli ultimi sette giorni la situazione è cambiata. Theresa May, giovedì scorso, ha chiesto al Consiglio Europeo (l’organo composto dagli altri 27 capi di governo dell’UE) un’estensione, dato che dal 2017 non si è ancora giunti ad una conclusione della Brexit. Com’è possibile che due anni di negoziati si siano tradotti in nulla di fatto? Vediamo che è successo in tutto questo tempo.

Il 23 giugno 2016 il popolo britannico si reca alle urne per esprimersi circa l’uscita o meno del Regno Unito dall’Unione Europea. David Cameron, neoeletto Primo ministro, aveva infatti promesso in campagna elettorale che avrebbe indetto tale referendum, mossa che gli aveva consentito di guadagnare il voto di coloro che già ammiccavano al partito euroscettico di Nigel Farage, lo Ukip. Probabilmente, secondo i piano di Cameron, questa promessa avrebbe non solo sanato due parti del partito conservatore, ma sarebbe anche diventata uno strumento con il quale poter contrattare con l’Unione. Vincono i leavers con un 51,89%: non è certo una vittoria schiacciante, tuttavia David Cameron – convinto remainer – si dimette dalla carica di Primo ministro. A sostituirlo è Theresa May, che oggi si trova in una situazione difficile. O meglio, ci si trova ormai da un po’ di tempo, da quando, dopo lunghi negoziati con l’Unione, ha proposto per la prima volta il cosiddetto May’s Deal al Parlamento britannico. L’accordo infatti è stato respinto da una delle più grandi maggioranze della storia della House of Commons. Inizia una lunga odissea, con la May che sopravvive a tre voti di sfiducia (uno sulla sua carica da Primo Ministro, uno sul Governo e uno per la leadership del suo stesso partito) e propone più volte il May’s Deal, con qualche modifica, tentando di farlo approvare.

Tre erano i punti più spinosi nell’accordo con l’Unione Europea, e la modalità in cui erano posti non ha incontrato il consenso né dei leavers né dei parlamentari più filo-europei. Innanzitutto la questione dei finanziamenti inglesi per i progetti europei per i quali si era impegnata: l’Inghilterra avrebbe continuato a pagare fino al 2030. In secondo luogo la serie di accordi che riguardavano la circolazione (delle merci, delle persone e dei servizi), problema che andava equilibrato rispetto alla volontà del Regno Unito di uscire dal mercato unico. In ultimo la cosiddetta Irish question, che è la problematica più delicata. La Brexit infatti vedrebbe l’isola irlandese nuovamente divisa, con il rischio del ritorno di contrasti e tensioni in una regione nella quale la pace regna da solamente una ventina d’anni. L’accordo prevedeva quindi che, fino a che non si fosse trovata una soluzione alla “questione irlandese” il Regno Unito non sarebbe uscito dall’unione doganale fino al 20XX (non oltre il 2099). Gli accordi riguardo questi tre punti erano tali da scontentare sia i leavers, che ritengono che questi termini mantengano l’Inghilterra eccessivamente legata all’Unione, né i remainers, che affermano esattamente il contrario.

Così, il 21 marzo Theresa May chiede l’estensione, e la ottiene, ma con alcuni paletti. Dopo ore di discussione infatti il Consiglio Europeo pone due date: entro il 12 aprile Londra dovrà decidere tra un accordo, un uscita senza accordi (no deal), la revoca dell’uscita o una lunga estensione. Nei primi due casi il termine della Brexit sarebbe posticipato al 22 maggio, se invece volessero più tempo o addirittura rimanere nell’Unione, avrebbero il tempo di organizzarsi per le elezioni del Parlamento Europeo di maggio. Insomma, l’Unione ha voluto concedere più tempo ma a patto che Londra fornisca delle garanzie, e non comprometta le elezioni.

Il Parlamento britannico tuttavia riserva sempre sempre nuove sorprese: lunedì 25 ha approvato un emendamento che gli darà la possibilità di organizzare una serie di “voti indicativi” per trovare una proposta che sia sostenuta dalla maggioranza parlamentare. Cosa significa? Che il Parlamento voterà ad esclusione una serie di possibili soluzioni fino a quando non ne rimarrà una solo. Tra queste soluzioni possono esserci un sacco di cose: non uscire dall’Unione, una hard Brexit, un nuovo referendum, una general election, una Brexit più “morbida” e così via. Questa è stata un’altra sconfitta per Theresa May, e il Primo ministro avrebbe dichiarato che sarebbe disposta a dimettersi in cambio di una conclusione ordinata della Brexit. Se quindi il Parlamento presentasse una soluzione inaccettabile per il Governo, cosa succederebbe?

Intanto, la petizione popolare che chiede la revoca dell’articolo 50 ha raggiunto il record di oltre cinque milioni di firme e sabato scorso “oltre un milione di persone” – stando ai promotori dell’evento – hanno manifestato per le strade di Londra per chiedere un altro referendum. Alla luce di una conduzione disastrosa dei negoziati e dell’assenza di risultati dopo due anni, la popolazione inglese pare aver cambiato idea, senza dimenticare quanta mala informazione avesse diffuso la propaganda dei leavers nel 2016. I sondaggi mostrano come se ora ci fosse un altro referendum la vittoria andrebbe ai remainers.

Dopo tutte queste parole, potremmo dire che in due anni dove non si è concluso niente, solo una cosa appare chiara: abbandonare l’Unione Europea non è semplice (né forse conveniente) come sembra. Si può notare come anche i politici decisamente antieuropeisti non parlano più tanto facilmente di uscire dall’UE.

Per ora abbiamo un nulla di fatto, ma questi mesi di schermaglie hanno permesso agli inglesi (e a tutti i leavers dell’Unione) di farsi un’idea più chiara di quello che comporta stare in Europa. Forse potremmo ipotizzare che il voto del 2016 non fosse troppo consapevole – ma non lo diremo, è un referendum che ha tutta la sua legittimità democratica, dopotutto.

Ora, dopo questa panoramica, la situazione forse appare più chiara ma non meno indecisa: penso che nessuno in questo momento potrebbe fare previsioni su quali nuove bislacche sorprese ci attendano. È quasi divertente, non è così?

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