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Voto europeo, euroscettici vs. europeisti, funzionalisti vs. federalisti, conservatori vs. progressisti

Il voto europeo: le conseguenze economiche e politiche

  • Con Elisa Ferreira (vicegovernatrice della Banca del Portogallo), Cas Mudde (professore, University of Georgia), Jean Pisani-Ferry (professore, Hertie School of Governance), Nadia Urbinati (professoressa, Columbia University), Nando Pagnoncelli (AD di IPSOS Italia), Federico Fubini (giornalista, Corriere della Sera) | giovedì 30 maggio, sala Depero del Palazzo della Provincia, 19.00 | a cura di Francesco Desimine

 

 

Le tematiche più dibattute in queste elezioni sono state gestione dell’immigrazione e minaccia terroristica, ma la domanda dell’elettorato – su scala europea – è stata di una maggior presenza dell’Unione nella difesa, nella tutela dell’ambiente, nella politica estera. Ha avuto il suo spazio anche la discussione sulla politica monetaria, ma, nonostante le criticità della moneta unica – anche in Italia, dove hanno prevalso le forze dette “sovraniste” – un referendum per l’uscita dall’euro (de facto infattibile) non vedrebbe esito positivo. 

In Europarlamento il fronte “euroscettico”, che vorrebbe portare drastici cambiamenti (non nella direzione della maggiore integrazione, bensì verso un maggior potere dei singoli Stati membri), risulta minoritario in tutti gli scenari; sia in caso di un’asse socialisti-popolari-liberali-verdi, sia in scenari che vedono solo alcuni dei partiti detti “europeisti” mettersi d’accordo su politiche comuni. Nulla che non fosse già noto al dibattito pubblico da qualche giorno. Durante l’incontro vengono fornite da Paglioncelli, attraverso dati Ipsos, informazioni molto specifiche, meno note al dibattito: oggi la Lega di Salvini è il primo partito di chi va a messa tutte le domeniche (mentre prima era il quarto); l’elettorato sopra i 65 anni ha premiato il Partito Democratico; Forza Italia e in misura minore il Movimento 5 Stelle hanno visto uno spostamento di elettorato in direzione Lega. 

L’interesse degli italiani è sempre “italiano”, sia per gli “euroscettici” sia per molti “europeisti”. Tuttavia tutti sanno che possono ottenere molto dall’Unione, solo che hanno diverse visioni di come ottenerlo – attraverso quali alleanze politiche e privilegiando quali piani economici. Per questo, come Socrate decide di accettare le “leggi della città” nel vantaggio e nello svantaggio, allo stesso modo anche chi ha voluto farsi eleggere per andare all’opposizione ha tacitamente deciso di rispettare regole e meccanismi comuni. Perché? Il motivo è che la Brexit ha mostrato a tutti gli scettici che quel modo di fare opposizione all’Unione economicamente non paga. 

Il fatto che la maggioranza non sia “euroscettica” non vuol dire necessariamente che verrà percorsa la via riformista verso il cambiamento e importanti riforme europee. Questo perché la divisione non è solo europeisti vs. euroscettici, ma anche europeisti conservatori (quantomeno nei metodi) vs. europeisti progressisti. È come se si fosse tornati alle divisioni delle origini dell’Unione: funzionalisti vs. federalisti, ossia andare per gradi e perseguire una lenta integrazione economica, che porterà a quella politica e in seguito giuridica, su piano istituzionale-normativo, oppure fondare quanto prima le istituzioni federali e dare alla politica gli strumenti per ordinare la società del Vecchio Continente secondo un progetto paneuropeo (quale che sia la linea politica). 

È un caso che l’Italia, paese fondatore che non ha mai attraversato le procedure imposte dall’Unione come Portogallo e Grecia, sia affetta da schizofrenia euroscettica? Il Parlamento europeo è stato più un espediente retorico per parlare di rapporti di forza interni, piuttosto che occasione per parlare delle politiche comunitarie. Si ragiona secondo utilitarismo e “precauzionismo” (non vogliamo fare la fine del Regno Unito), ma non secondo un disegno paneuropeo. Pace, prosperità, protezione: sono le tre P che i cittadini italiani danno molto per scontate, ma sono state mantenute grazie al progetto economico, politico e culturale dell’Europa unita. 

L’attenzione per le diseguaglianze, la crescita ambientalmente sostenibile e temi simili potrebbero caratterizzare la narrazione paneuropea, ma, ad oggi, latitano o vivono negli zero virgola.

Francesco Desimine

Diplomato presso il Liceo Classico "Quinto Orazio Flacco" di Bari, frequenta il corso di Giurisprudenza Internazionale, Transnazionale e Comparata presso la facoltà di Trento. Appassionato di filosofia, sociologia, attualità nazionale e internazionale, geopolitica e sistemi agroalimentari. È stato uno dei fondatori della testata, membro del Collegio dei Probiviri, redattore e caporedattore della sezione Attualità de l'Universitario, dopodiché Presidente dell'associazione editrice del giornale.

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