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Il lato sbagliato di Via Verdi

Il lato sbagliato di via Verdi: il nostro ex presidente de l’Universitario ama chiamare così il dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale. E non è il solo: da quando a settembre mi sono iscritta al corso di sociologia – ma sarò imparziale – ho sentito più volte denigrare il dipartimento. O meglio, burlarsi di esso. Devo dire che non ci faccio molto caso: insomma, chiunque è libero di pensarla come vuole. Però, avendoci passato tanto tempo nel corso dell’ultimo anno, vi posso dire che non è poi così pauroso come lo si descrive.

Innanzitutto, la prima volta che sono entrata in dipartimento – anni fa, ad una laurea – l’edificio mi ha messo un po’ di soggezione: così vecchio e maestoso, mi pareva di dover camminare in punta di piedi. Era come se percepissi la storia dentro quelle mura. Varcare la soglia da studente è stato diverso: pur sentendomi ancora in soggezione, adesso lo sentivo anche mio.

Tra le persone a cui dicevo che avrei intrapreso questo percorso, alcuni se la ridevano: “Sociologia a Trento? Ho sentito che è diventato un posto con certe frequentazioni!”. Allora ascoltavo, avevo i miei dubbi, ma non mi facevo intimorire.

Dopo alcune settimane ho iniziato ad orientarmi: non è scontato capire che l’edificio è quadrato. Iniziavo a vedere gente e cose che non mi piacevano, come i bagni spesso usati in malo modo. Frequentavo l’università, ma non la vivevo: le cose mi apparivano solo per come le vedevo. Quando ho iniziato a frequentare associazioni e ad interagire con gli altri studenti anche il mio punto di vista è cambiato. A breve ci sarebbero state le elezioni studentesche e vedevo molti studenti attivarsi per rappresentare il dipartimento. Ho avuto modo di conoscere personalmente tanti ragazzi che poi sono stati eletti. Da subito si sono attivati per sistemare quello che non andava o per ascoltare le richieste sottoposte dagli altri studenti. Intorno a me c’era una rete di studenti e di docenti a cui importava ciò che accadeva. Mi sono imbattuta nell’atrio autogestito, di cui avrete sentito parlare, e anche se non condivido alcune delle idee dei suoi rappresentanti, l’università si è dimostrata capace di gestire anche questo tipo di situazione. L’artista di strada che fu citato da un articolo de Il Dolomiti si fa vedere alle volte, ma come nel Dipartimento di Sociologia lo si può incontrare nelle altre sedi dell’università e in tutto il centro storico. Costui era stato elevato a “simbolo” del degrado della facoltà, ma si può ben notare che è una persona con delle disabilità psichiche che necessiterebbe di essere seguito dalle autorità competenti; il dipartimento non ha tanto potere su di lui, ed è ingeneroso additarlo come un “untore” di degrado. Questa primavera il dipartimento ha poi deciso di chiudere i bagni per chi non fosse in possesso della tessera studenti. Una decisione che fino all’ultimo si è voluta evitare: secondo me, l’università dovrebbe essere uno spazio aperto che accoglie tutti. Per molti il dipartimento è un posto sicuro, come lo era per Claudio Pacchiarotti, il clochard venuto a mancare ad aprile, faccia nota che girava per i corridoi senza infastidire nessuno.

Da studentessa posso dire che non mi sono mai sentita in pericolo nel dipartimento. Certo, alcune cose vanno sistemate, ma il problema non sta dentro a Sociologia: quello che c’è dentro è lo specchio di ciò che c’è fuori. Nel lontano 1962, Bruno Kessler, presidente della Giunta provinciale, pensò che Trento avesse bisogno dell’università. Così nacque la prima facoltà di Sociologia in Italia. Una facoltà che ha visto sempre studenti attivi, pronti a lottare per i propri diritti e per ciò che credevano giusto, come nel ’68. Gli studenti sono cambiati, ma la voglia di lottare per quella che si considera “casa propria” è sempre la stessa. Non si dovrebbe escludere nessuno, si dovrebbe rendere l’università un posto sicuro includendo tutti.

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