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L’apertura della sessione dell’Assemblea Generale ONU: tra sguardi, promesse e discorsi

Come ogni anno, a settembre ha inizio una nuova sessione ordinaria dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: quella di quest’anno è la settantaquattresima. In questa sede vengono delineate tutte le tematiche sulle quali bisognerà lavorare nei mesi a venire: da settembre a dicembre, infatti, abbiamo intense sessioni ordinarie, che si concludono a gennaio, quando si avviano i lavori per completare gli obiettivi che ci si è proposti di realizzare. A partire dal 2005, il Segretario Generale – colui che convoca l’Assemblea – ha istituito la prassi di indicare una questione di interesse globale sulla quale verterà il dibattito di apertura della nuova sessione. Il tema scelto dal Segretario Generale attuale (il portoghese António Guterres) è “l’incitamento a sforzi multilaterali per lo sradicamento della povertà, la qualità dell’istruzione, l’azione climatica e l’inclusione”

Cinque sono le giornate di conferenze, riunioni ed eventi che aprono la sessione (dal 23 al 27 settembre). Si va dai vertici su un’azione climatica globale agli incontri per discutere di una copertura medica universale, dal vertice sugli obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals) a eventi commemorativi e promotori della eliminazione delle armi nucleari; e parecchi sono anche gli incontri tra due o più Capi di Stato o Governo a margine degli eventi in programma. Insomma, trattasi di giornate di intensa attività politica estera. 

In questi primi giorni, gli Stati membri sono chiamati a presentare credibili progetti di innovazione in tema di emergenza climatica ai fini di garantire una riconversione delle economie, tenendo in considerazione la giustizia sociale e l’equità. Il summit su un’azione climatica globale riunisce non solo vertici politici, ma anche privati, componenti della società civile, autorità locali e altre organizzazioni internazionali. Chiaramente, si è parlato molto della presenza di Greta Thunberg. L’attivista svedese, che è riuscita a portare al centro dell’attenzione temi prima al margine del dibattito, ha fatto un focoso discorso pieno di rabbia, lacrime e amarezza, nel quale ha rimproverato i grandi e i potenti del mondo per non aver fatto null’altro che condurci all’imminenza di un’estinzione di massa. Un discorso in cui ha rinfacciato la negligenza dei vertici politici, rei di avere per decenni sottovalutato – quando non deriso – le avvertenze degli scienziati. 

Non passa di certo inosservato in questo contesto il discorso di Donald Trump, che non accenna minimamente all’ambiente malgrado la centralità di tale tematica nell’assemblea. Il presidente americano piuttosto si accinge a tessere le lodi del proprio governo in tema di economia e occupazione, additando i sostenitori della globalizzazione come “perdenti senza futuro”: “il futuro appartiene ai patrioti, non ai globalisti” – sostiene. Ovviamente, il tycoon non si fa sfuggire l’occasione per rivolgere delle velenose invettive contro Cina e Iran. Dopo che gli attivisti di Hong Kong nelle ultime proteste contro il governo di Pechino hanno esplicitamente rivolto un grido di aiuto agli Stati Uniti, visti come baluardo della democrazia, egli non poteva sottrarsi dall’esprimersi in merito. Seppure laconicamente, garantisce che la sua amministrazione “segue molto da vicino” la situazione e ammonisce la Cina, sottolineando che il mondo si aspetta che essa rispetti i trattati internazionali cui è vincolata, garantendo la democrazia nell’ex colonia britannica. Trump rivolge, infine, un appello all’intera comunità internazionale con riferimento all’Iran, invitando a reagire contro “attacchi violenti” e bramosi di sangue alle strutture petrolifere saudite, pur tenendo a ribadire che gli USA “non hanno nemici permanenti” e che non si vuole chiudere alla diplomazia. 

Non meglio, anzi forse peggio, il presidente brasiliano Jair Bolsonaro che taccia la stampa internazionale di sensazionalismo e esagerazioni, affermando che gli incendi in Amazzonia di quest’estate sarebbero da addebitare alla siccità e comunque non così gravi da suscitare l’allarme della comunità internazionale. Inoltre, ha premura di sottolineare che “l’Amazzonia non è patrimonio dell’umanità” e conseguentemente egli è libero di gestirla come meglio ritiene opportuno. L’accusa mossa, poi, ai leader che si sono spesi per tutelare l’Amazzonia è di colonialismo.

Il presidente iraniano, Hassan Rouhani, menziona ripetutamente l’esigenza di pace, stabilità, dialogo e sicurezza per poi invitare i Paesi della regione del Golfo Persico ad unirsi alla “coalizione della speranza” per consentire un percorso all’insegna del rispetto reciproco, della parità di condizioni, di una soluzione pacifica delle differenze e del rispetto del principio di non aggressione e di non interferenza negli affari interni di un altro Stato. A quest’invito, Rouhani ne aggiunge un altro, stavolta rivolto agli Stati Uniti, a non “immischiarsi” negli affari della regione. 

La situazione nel Golfo Persico preoccupa parecchio anche il Segretario Generale Guterres, il quale nel suo discorso evidenzia l’esistenza di un concreto pericolo di conflitti armati nella regione del Golfo Persico, “con conseguenze che il mondo non può permettersi”. Guterres, molto diplomaticamente, fa ben capire che la situazione attuale non può continuare: “attacchi come quelli alle strutture petrolifere saudite sono inaccettabili, in un contesto in cui ogni piccolo errore di calcolo può portare a grandi confronti” e creare enormi instabilità politiche. Il Segretario Generale si concentra anche sulla necessità di proseguire sulla strada della non proliferazione di armi e quindi revisionare le politiche sul disarmo globale, ponendo l’importante obiettivo di estendere l’accordo “New Start” (New STrategic Arms Reduction Treaty) – sulla riduzione delle armi nucleari firmato da Russia e Stati Uniti a Praga nel 2010. 

A proposito di armi, nel suo discorso, il presidente turco – Recep Tayyip Erdoğan – implacabilmente denuncia le disuguaglianze nel mondo: “lo status di potenza nucleare dovrebbe essere proibito per tutti o consentito a tutti” – afferma, prima di rimproverare la comunità internazionale per l’incapacità di trovare risposte durature ed efficaci ai principali problemi che affliggono il mondo: cambiamenti climatici, terrorismo, fame, miseria. Erdoğan parla anche di un “corridoio di pace” tra Siria e Turchia, un percorso lungo 480 km e profondo 30 che consentirebbe di ricollocare tre milioni di profughi siriani. 

Ma la 74esima sessione è il forum privilegiato anche per altri temi, come l’esplorazione spaziale. In merito, bisogna segnalare il ruolo di prim’ordine del nostro Paese. A margine di una conferenza ONU, infatti, s’è tenuto un evento che ha visto protagonisti Italia, Zambia, USA e l’ufficio ONU per gli affari spaziali (UNOOSA). In questo vertice, si è annunciata l’intenzione di aprire anche ai Paesi in via di sviluppo l’esplorazione spaziale. In particolare, uno dei leader nel settore, l’italiana Avio s.p.a, offrirà senza costi aggiuntivi ai Paesi in via di sviluppo i propri servizi di lancio, in modo che anche essi possano accedere allo spazio in maniera sostenibile e responsabile. Simonetta Di Pippo, astrofisica italiana attualmente direttrice dell’UNOOSA, dichiara che l’ufficio ONU per gli affari spaziali fa da apripista in un settore che si presta alla commercializzazione come quello spaziale e incita partnership tra Paesi sempre più innovative, guardando non solo a ciò che, grazie ai privati, nello spazio si fa già ma anche a quello che si potrà fare in futuro. 

Insomma, l’apertura della sessione ordinaria dell’Assemblea Generale è sempre un tripudio di novità, di spunti per nuovi accordi e un forum privilegiato per indirizzare le relazioni internazionali (o quantomeno provarci) . Le tematiche sono complesse, gli obiettivi ambiziosi e le aspettative tante, specie in ambito ambientale. Non ci resta, però, che aspettare le prime risposte politiche concrete dei vari Paesi.

lorena bisignano

Studentessa di giurisprudenza.

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