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Il femminismo è stupido: GLOW, individualismo e la “retorica del gruppo”

Una volta Wittgenstein ha detto che la risoluzione del problema della vita sta nella sua dissoluzione. Parafrasando un po’, possiamo dire che “la risoluzione dei problemi delle differenze di genere sta nella loro dissoluzione”.

Che significa questo? Che forse non dovremmo affrontare uno dei temi più caldi e controversi della società contemporanea come quello della differenza di genere? Significa che non dobbiamo porci il problema dei diritti delle donne, delle minoranze e degli “esclusi”? Ma certo che dobbiamo porci questi problemi. Certo che dobbiamo lottare. Ma il punto è: lottare, esattamente, per cosa?

Quante volte vi è successo di iniziare a fare qualcosa e a un certo punto di ritrovarvi a dire “com’è che ho iniziato questa cosa?”. Di solito quando compare questa domanda la ignoriamo e continuiamo a fare quello che stavamo facendo, anche se ormai lo facciamo per inerzia, senza più un obiettivo particolare. E così ci ritroviamo a lottare per la lotta in sé e non per raggiungere un fine, affermando la lotta piuttosto che cercando di risolvere il problema per cui quella lotta è nata. Credo che parte del femminismo abbia fatto esattamente questo. Si è scordato del motivo per cui lottava.

Il motivo per cui è nato il femminismo non è dare voce al desiderio represso di opposizione e di guerra contro un “esterno” che alberga in ogni essere umano, bensì arrivare al punto in cui non ha più senso porsi il problema dell’esterno e dell’“opposizione a”, perché tutto è diventato l’“interno”, il gruppo si è allargato per comprendere tutti. Per spiegare meglio questo concetto, vi parlo di una delle serie tv più belle che potete trovare su Netflix: GLOW.

La serie parla di un gruppo di donne che, per sbarcare il lunario nella difficile Los Angeles degli anni ’80, si ritrovano a prendere parte a un programma di wrestling femminile. Ci sono tutte le premesse per raccontare la solita storia all’acqua di rose sul girl power (come ad esempio nella maledetta scena di Avengers: Endgame in cui invece di mostrare come eroi ed eroine combattano insieme sullo stesso piano ci gustiamo una bella sfilata in mezzo al campo di battaglia su cui si decidono le sorti dell’umanità). GLOW fa qualcosa di molto più complesso e difficile. Il femminismo di GLOW è intelligente perché si ricorda le sue ragioni e i suoi fini: si ricorda che la lotta non è per l’appartenenza di genere a un gruppo ma per la dissoluzione del concetto di gruppo. Il gruppo è divisivo, esclusivo, crea differenza, è l’interno contro quelli che sono là fuori. E di solito quelli che sono là fuori sono a prescindere i cattivi, solo perché non appartengono alla mia cerchia.

Il problema fondamentale del femminismo, che GLOW supera, è quella che io chiamo RETORICA DEL GRUPPO: quel ragionamento che ci porta a definire l’individuo sulla base dell’appartenenza sociale, sessuale, etnica, religiosa e chi più ne ha più ne metta. Il gruppo è la negazione dell’integrazione, dell’uguaglianza e della parità, perché si configura come interno vs. esterno: quelli che hanno ragione (i componenti della mia cerchia) contro quelli che hanno torto (generalmente tutti quelli che non appartengono alla mia cerchia). Ecco quindi qual è il problema che GLOW si propone di superare: smetterla di ragionare in termini di gruppo e iniziare a ragionare in termini di individui.

È vero, la serie parte da problemi immancabilmente legati alla femminilità, ma li usa solo come pretesto per mostrare come quelle difficoltà sono solo una declinazione specifica di problemi che appartengono a tutti gli esseri umani in quanto individui.

At the end of the day, come direbbero gli inglesi, esistiamo solo in quanto individui; siamo noi perché siamo noi, non perché siamo parte di un gruppo, e siamo liberi nella misura in cui possiamo auto-esplorare e creare la nostra identità senza rispettare regole di appartenenza a un gruppo, ma facendo quello che ci pare. Ed è un caso che nella mia auto-esplorazione in quanto essere umano, io debba affrontare problemi legati al fatto di avere un pene e tu una vagina. Come se due strade diverse portassero alla stessa meta: e quella meta è capire cosa voglio essere, cosa mi rende felice e come posso essere libero nel poco tempo che ho a disposizione. Per usare le parole di Nietzsche, capire come “diventare ciò che sono”.

Non si parla quasi mai del gruppo in GLOW, ma di drammi individuali. E quelli sono irriducibili ai drammi di un gruppo perché sono legati alla sensibilità e alla personalità di esseri umani unici e irripetibili. GLOW parla delle donne come parla degli uomini, dei gay, dei trans, dei pansessuali. Affronta tanto i problemi di Bash (il produttore del programma di wrestling) alle prese con la sua confusa sessualità, tanto quelli di Sam (il regista del programma), tanto quelli di Ruth eterna infelice e vittima, e quelle di Debbie, moglie divorziata e madre sempre insufficiente. L’unica lotta che GLOW decide valga la pena affrontare è quella contro sé stessi e non quella contro l’esterno. GLOW ci dice che siamo troppo contraddittori e troppo unici e irripetibili per poter essere categorizzati e interpretati sotto il paradigma dei gruppi sociali, religiosi, etnici o sessuali. Ecco perché in GLOW ci sono tutti: neri, asiatici, bianchi, maschi, femmine, gay, trans, lesbiche, madri, padri, figli ecc. Ed ecco perché tutti hanno la stessa dignità e lo stesso diritto di esprimere e di esplorare la loro individualità e di definirsi in quanto unici e non in quanto parte di un gruppo. Ogni personaggio è un essere umano alle prese con il problema fondamentale che tutti prima o poi affrontiamo: chi sono io?

Le ragazze di GLOW fanno quello che fanno per capire chi sono, per costruirsi una vita che si avvicini ad essere felice. Non lo fanno per rivendicare una lotta solo per il gusto di lottare. Lo fanno per loro stesse. Non per difendere i loro diritti in quanto donne. Ma per difendere i loro diritti in quanto esseri umani.

È questo il passaggio fondamentale che realizza GLOW: si passa dalla “lotta per dei diritti in quanto donne”, alla “lotta per dei diritti in quanto esseri umani”. GLOW allarga l’orizzonte del gruppo perché l’unico gruppo di cui ha senso parlare è l’umanità intera.

Ecco perché il problema della differenza di genere esisterà finché continueremo a ragionare in termini di gruppo, perché la RETORICA DEL GRUPPO non ci fa riconoscere l’universalità di problemi che sono condivisi da ogni essere umano. Libertà significa poter decidere di declinare la propria vita nelle sfumature iper-complesse che desideriamo. E quelle sfumature, così specifiche e peculiari, impediranno sempre di ridurre un individuo a un gruppo, a meno di non far svanire tutta la sua unicità e la sua specificità di essere umano. Rivendico il mio diritto di scoprire chi sono, di contraddire i criteri dei gruppi in cui gli altri mi inseriscono. Rivendico il mio diritto di non essere categorizzato, perché ogni etichetta mi sta stretta e sta stretta a chiunque abbia un po’ di amor proprio e autocoscienza.

Rivendico il mio diritto di essere umano.

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