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“Come rifugiati nella nostra terra”

Tutti ricordiamo bene il film “Avatar” del 2010, capolavoro di James Cameron e, personalmente, il mio primo film in 3D. La magia degli effetti speciali, la bellezza delle foreste e l’epica battaglia fra i nativi di Pandora e gli avidi umani, che intendevano abbattere il loro Albero-Casa per estrarre un prezioso minerale dal sottosuolo, lo rendono uno dei kolossal della nostra generazione. Credo che nessuno di noi abbia avuto dubbi riguardo al proprio schieramento e onestamente, devo ancora trovare qualcuno che possa dire senza problemi “io tifavo per gli umani e per la distruzione dei nativi.” Le cose non sono così semplici nel nostro mondo e, consapevolmente o meno, siamo tutti complici del genocidio dei nativi del nostro stesso pianeta.

Giovedì 3 ottobre sono capitata totalmente per caso ad una lezione di antropologia tenuta dalla professoressa Gallo, cui erano stati invitati dei rappresentanti della comunità indigena brasiliana dei Guaranì-Kaoiwà. Dopo la confusione iniziale e l’imbarazzo del dover chiedere che lezione stessi ascoltando, rimasi stregata ad ascoltare le parole dell’ospite, Leila Rocha, leader indigena dell’assemblea delle donne dei Guaranì-Kaoiwà. Chi aveva introdotto il suo intervento aveva già parlato dell’alto tasso di suicidi nella regione, e quindi lei cominciò proprio parlando della sofferenza emotiva che dilania il suo popolo, legata alla perdita della terra collegata allo spirito dei loro antenati. Dal suo discorso emergono una concezione della vita e della natura diametralmente opposta alla nostra.

Prima di tutto bisogna capire che ci sono tre gruppi di Guaranì: i Nandeva, i M’bya e i Kaiowà– nome, quest’ultimo, che significa “popolo della foresta”. Sono estremamente religiosi e spirituali: ogni comunità ha un luogo di preghiera comune e l’autorità più importante è quella dello sciamano. La terra non è importante solo per la loro vita quotidiana, ma anche per la loro religione. Infatti sono alla ricerca perenne della “Terra sem mal” (terra senza male), che credono verrà rivelata loro dagli antenati, in cui il loro popolo potrà vivere libero da sofferenze e dolore– luogo, talvolta, identificato con l’aldilà. Vivono in famiglie allargate e prima dell’arrivo degli europei ogni nucleo possedeva la terra necessaria per sopravvivere. “Noi indigeni viviamo per lo Spirito e per gli antenati che si prendono cura delle nostre terre e dei nostri corpi e questo è ciò che il governo brasiliano non capisce. Il governo Bolsonaro sta vendendo la nostra terra ai grandi proprietari terrieri perché è molto ricca e per questo gli indigeni non riescono a vivere tranquilli. Ma noi siamo indigeni e continueremo a resistere.”, ci spiega Leila.

Nell’epoca della colonizzazione le famiglie sono state esportate in altri luoghi e da allora tentiamo continuamente di ritornare nelle nostre terre. Di nuovo siamo stati perseguitati e uccisi. Il governo brasiliano è contro il popolo indigeno, il governo vuole la morte degli indigeni”. I Guaranì sono ora costretti a vivere ammassati in piccole riserve cronicamente sovraffollate oppure in tende e camper ai margini della strada, nella striscia di terra fra le loro terre ancestrali, ora di proprietà dei ranch, e l’asfalto. La loro terra è stata occupata da boscaioli, minatori e allevatori di bestiame. La foresta abbattuta viene sostituita da piantagioni intensive di soia, grano e zucchero in cui le condizioni di lavoro non sono molto diverse da quelle brutali del periodo coloniale portoghese: la ‘working-life’ dei lavoratori delle piantagioni di canna da zucchero è in media di quindici anni. “Abbiamo visto i trattori passare sulle tombe dei nostri antenati” dice Rocha – non serve l’interprete per tradurre la sofferenza nella sua voce. “Gli indigeni non hanno i soldi per sopravvivere in città. Noi viviamo di pesca, di caccia, noi non compriamo medicinali perché li troviamo nella nostra terra tradizionale, ma è stato tutto deforestato e i fiumi sono stati avvelenati. Adesso è tutto inquinato, e questo è una minaccia per i bambini che si avvelenano con l’acqua.”

Uno dei primi obiettivi di Bolsonaro, appena arrivato al governo, è stata l’estensione del porto d’armi: aveva promosso un decreto che lo estendeva ad avvocati, proprietari terrieri, polizia stradale, camionisti, guardie di sicurezza pubblica e privata, abitanti delle zone rurali e giornalisti impegnati nel reportage in zone di guerra. Questa legge è stata poi bloccata dal Senato, ma l’intento della proposta di legge è chiaro. L’elezione di Bolsonaro ha sicuramente peggiorato la situazione, ma prima non si può certo dire che le prospettive fossero rosee. Secondo un rapporto stilato nel 2010 dall’ONG “Survival” (che ha ruolo di consulente per l’ECOSOC) sono stati violati:

  • L’Articolo 241 della Costituzione Brasiliana
  • L’Articolo 2.IX dello Statuto Indiano del Brasile
  • L’Articolo 14 della Convenzione dell’Organizzazione del lavoro Internazionale
  • L’Articolo 10 della Dichiarazione dell’ONU sui Diritti delle Popolazioni indigene

Leila Rocha ci racconta che il governo è in ritardo di almeno 25 anni nel delimitare legalmente i territori da assegnare agli indigeni, come prescriverebbe la Costituzione brasiliana. Nonostante le violenze, gli indigeni non accennano ad andarsene. “Questa terra va riconquistata perché appartiene alle nostre famiglie, perché già è stata uccisa buona parte del popolo. I latifondisti che uccidono le persone indigene non vengono né condannati né arrestati. Minacce di espulsione sono accompagnate da violenza e armi da fuoco. Gli indigeni non hanno soldi per le armi da fuoco e per difendersi, i soldi appartengono solo al governo. Gli indigeni vivono e sono difesi solo dallo spirito degli antenati che si prende cura delle famiglie e il governo brasiliano dovrebbe avere più cura del popolo indigeno.”

Quand’anche non minacciati dalle armi da fuoco, le condizioni di vita in cui i Guaranì sono costretti a vivere sono insostenibili: i tassi di mortalità infantile per malnutrizione sono altissimi, vengono imprigionati per crimini banalissimi e non sono mai affiancati da traduttori o avvocati; l’alcolismo e la violenza fanno da padrone ed il malessere interiore di questo popolo è talmente grande che il tasso di suicidi degli indigeni è trentaquattro volte superiore rispetto a quello medio del Paese, con una media di un suicidio a settimana. La maggior parte delle vittime dei suicidi sono giovani fra i quindici ed i ventinove anni. I Guaranì ritengono che l’anima negli esseri umani si trovi nella gola, come ci racconta Leila Rocha; per questo motivo la modalità di suicidio prediletta è l’impiccagione: immaginare una bambina di nove anni (il caso più giovane) che si impicca sarebbe sufficiente a commuovere chiunque, eppure il governo brasiliano è immerso nell’indifferenza.

Il legame che i Na’vi di James Cameron avevano con la loro foresta è lo stesso che hanno i Guaranì-Kaiowà con l’Amazzonia. La differenza è che se nel film di fantascienza per gli umani era sempre possibile distruggere Pandora per sfruttarne le risorse e poi ritornare sulla Terra, quello che stiamo distruggendo ora in Brasile influenza tutti noi. Non si torna indietro, non possiamo scappare. Non abbiamo un altro pianeta da sfruttare e non abbiamo altri popoli da cui prendere la terra. Il genocidio dei Guaranì-Kaiowà è la copia di quello avvenuto in Nord America nell’epoca moderna e sta continuando da allora: la terra che loro stanno cercando di salvare è anche la nostra e con ogni ettaro che loro perdono, perdiamo qualcosa anche tutti noi in quanto esseri umani.

Gli indigeni non smetteranno di lottare perché quella è la loro terra, lì c’è la loro anima e preferirebbero morire piuttosto che andarsene da lì – è un discorso che abbiamo capito di più quando ci è stato fatto da degli alieni blu immaginari che quando ce l’hanno fatto i Guaranì, o quando pensiamo a quanto accaduto ad Apache e Sioux. Forse sarebbe ora che cominciassimo ad interessarcene anche noi. Le ultime parole del discorso di Leila Rocha, che ha attraversato l’Oceano per raccontare le sofferenze del suo popolo nella speranza di attirare la nostra attenzione, colpiscono come un pugno allo stomaco. Bolsonaro mette i grandi latifondisti ai confini delle terre indigene, ma gli indigeni continuano a lottare perché la terra gli appartiene e appartiene alle loro famiglie e ai loro spiriti. I popoli indigeni non si tirano indietro: sono per la lotta, sempre.”

Rebecca Franzin

Studio a Trento, ma sono di Vittorio Veneto (tecnicamente Solighetto). Forse un giorno mi laureerò in Studi Internazionali; nel frattempo, se siete credenti, sentitevi liberi di includermi nelle vostre preghiere.

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