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Giocasta: l’illusione della maternità

GIOCASTA: “Ch’io non sarei madre e moglie” (V. Alfieri, Polinice, Atto II, Scena IV, 1775)

Moglie e madre. Un binomio comune e in un certo senso caratterizzante di quasi tutte le donne dell’epica classica, che nel personaggio di Giocasta si fonde in maniera nefanda e tragica.

Se da una parte l’orrore dell’incesto scoperto porta inevitabilmente alla morte, dall’altra il matrimonio con il figlio paradossalmente è proprio il periodo in cui Giocasta può affermarsi in quanto donna – cioè, conformemente all’etica greco-arcaica, come moglie e madre amorevole. Come si legge nel testo sofocleo infatti, l’unione con Edipo è caratterizzata da gioia e comprensione ed è segnata da devozione reciproca, affetto e stima. Lo stesso re di Tebe accetta i suoi consigli sull’amministrazione regia e sul comportamento da tenere nei confronti dei suoi sottoposti, come accade alla fine dello scontro con Creonte nell’Edipo Re di Sofocle, dove la donna oppone la calma e la ragionevolezza all’irruenza del giovane marito.

Una felicità, quella della nuova vita coniugale, che le sembrava negata durante il matrimonio precedente con Laio. Il vecchio re di Tebe infatti non ha mai giaciuto con Giocasta e non solo per la maledizione che incombe sul suo capo, ma anche per via della sua sessualità deviata che sfocia anche in violenza, come nel caso dello stupro di Crisippo. Non si cura di lei e la lascia sola, senza la possibilità di colmare il vuoto di affetto con la maternità. Giocasta diventa succube del marito, ricerca le sue attenzioni e la sua approvazione. Come viene rivelato nell’opera di Sofocle, per compiacere il marito Giocasta arriva addirittura a consegnare personalmente il figlio (concepito in una notte di ebbrezza) al servo affinché lo uccida, perché si adempisse il desiderio dello sposo.

Θεράπων

κείνου γέ τοι δὴ παῖς ἐκλῄζεθ᾽· ἡ δ᾽ ἔσω

κάλλιστ᾽ ἂν εἴποι σὴ γυνὴ τάδ᾽ ὡς ἔχει.

Οἰδίπους

ἦ γὰρ δίδωσιν ἥδε σοι;

Θεράπων

–μάλιστ᾽, ἄναξ.

Οἰδίπους

ὡς πρὸς τί χρείας;

Θεράπων

–ὡς ἀναλώσαιμί νιν”

SERVO. Di lui, di Laio! Figlio suo. Era la voce. Lei, chiusa là, può raccontarti bene. La donna sa le cose. EDIPO. Ah, da lei direttamente a te. È così? SERVO. Proprio così, padrone. EDIPO. Che dovevi farne? SERVO. Farlo scomparire.

Un gesto contro natura, impossibile da giustificare: l’abbandono di un figlio da parte di una madre, che sembra quasi dimenticarsi di quel bambino esposto sul monte Citerione. Dietro questo atteggiamento si cela però il desiderio di un’assoluzione personale; non ricordare il destino a cui ha condannato il piccolo Edipo le concede la possibilità di sfuggire alla propria coscienza e fingere che quello che ha fatto non sia mai accaduto. E’ proprio questo desiderio di dimenticare che non le permette di notare la ferita al piede di Edipo, provocata dalle catene con le quali ella stessa aveva legato i piedi del figlio. Solo quando il Messo accenna alla menomazione del Re la Giocasta che ci racconta Sofocle capisce la verità, ed il velo sereno di moglie e madre inizia a sfaldarsi e a svelare il ripugnante incesto. Il figlio che ha rigettato è tornato a casa, ha ucciso il padre e sposato la madre. Si sono così avverati i timori del marito Laio e lei, la saggia Giocasta, non è riuscita a vedere il dramma che si stava consumando nel suo letto.

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Silvana Mangano nel ruolo di Giocasta nell’Edipo Re diretto da Pier Paolo Pasolini, 1967

Alla fine del dialogo tra il Messo ed Edipo, Giocasta invita il figlio e marito a desistere dal suo intento di ricerca: lei sola deve soffrire, in quanto artefice inconsapevole della vicenda. Lei ha abbandonato il bambino, lei si è beffata degli oracoli e lei ha fatto chiamare il Servo che rivelerà poi a Edipo la sua identità. Consapevole ormai della sua colpevolezza, in uno slancio di pietoso affetto materno chiede implicitamente al figlio di abbandonarla alla sua solitudine, di lasciare a lei il peso dell’espiazione. Sta tentando infatti di non coinvolgere Edipo nella spirale di sofferenza in cui la stirpe dei Labdacidi è precipitata.

Esplicativo è in questo senso la morte di Giocasta nei poemi omerici: la regina, qui chiamata Epicasta, è l’unica a morire. Il figlio invece si sposa con un’altra donna e da lei avrà quattro figli, questo per salvaguardare la reputazione di Edipo. Nella tragedia di Sofocle la morte di Giocasta- avvenuta per impiccagione, la stessa pena riservata alle ancelle traditrici nell’Odissea – è un sacrificio inutile; Edipo non solo viene cacciato dalla città, ma si priva pure della vista. Anche le dinamiche dell’accecamento di Edipo riguardano, in un certo senso, il ruolo di Giocasta: strappando le spille dalla veste della donna la prima parte del corpo ad essere scoperta è inevitabilmente il seno, cosa che sottolinea l’ambiguità assunta dal personaggio di Giocasta nello svolgersi della tragedia, il suo duplice ruolo di moglie e madre esercitato verso un singolo soggetto.

Nelle “Fenicie” di Euripide Giocasta non muore subito ma, smascherato l’incesto, abbandona il ruolo di moglie e diventa esclusivamente madre. Per questo il suo dolore è doppio, poichè tutti i suoi figli maschi -Edipo, Eteocle e Polinice – si contorcono nell’odio reciproco e lei non può fare nulla per sanare la situazione. Giocasta diventa qui un personaggio centrale della vicenda di Eteocle e Polinice, come suggerito dalla scelta di Ludovico Dolce nel chiamare la propria tragedia sui Labdacidi con il suo nome: così facendo sottolinea la sua l’importanza nella tragedia e pone attenzione sulla vanità del suo operato.

Stessa sorte tocca alla Giocasta di Alfieri in Polinice: la donna viene scelta come mediatrice tra i due fratelli per trovare un accordo che possa salvare Tebe dalla guerra civile. Di fronte alla sordità dei figli la donna maledice se stessa e la stirpe infausta da lei originatasi – anatema simile a quello lanciato dal marito. Sul finale però, dinanzi ai cadaveri dei figli, lo spirito materno ha il sopravvento e chiede la morte con voce rotta dal pianto. Diversamente da quanto accadeva nelle Fenicie questa non avviene all’interno della tragedia, poiché Antigone la trattiene sussurrandole un patetico “Oh madre”.

Sebbene spesso eclissato dalla sventurata vicenda del figlio-marito – e dalla stirpe con lui generata – il personaggio di Giocasta dimostra, quindi, una grandezza drammatica essenziale per lo svolgersi del ciclo tebano, ponendosi come esempio, pur certamente estremizzato, del mondo femminile, relegato talvolta a contorno di quello maschile, nella sua complessità dialettica e nella difficile affermazione del proprio ruolo sociale.

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