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La solitudine dei primi ministri

“Le cose più belle le riconosci solo un attimo dopo che le hai perdute”. Sono queste le prime parole pronunciate nel quinto episodio del terzo capitolo della trilogia iniziata con 1992. A parlare è un uomo in costume che galleggia nel mare cristallino della Sardegna. La voce profonda e leggermente rauca dell’uomo continua: “perché parlo al passato? Beh, perché io sono morto”. A raccontare la vicenda in prima persona dal regno dei morti è Paolo Pellegrini, ex sondaggista di Pubblitalia diventato parlamentare di Forza Italia che per uno scherzo del destino ha perso la vita.

Sono le ore calde del primo Governo Berlusconi: il decreto Biondi è stato ritirato dopo la dura lotta con la procura di Milano e adesso ad avere riserve sull’alleanza di governo è il collega leghista. Umberto Bossi e il sottosegretario dell’Interno Pietro Bosco giungono fino a Villa Certosa e il governo trema davvero. Non vogliono cedere alla riforma pensionistica e sono determinati ad ottenere la legge Antitrust perché i leghisti vogliono far vedere che è in atto il cambiamento e non solo chiacchiere. Silvio non cede, sull’Antitrust non si discute. Nel bel mezzo dello stallo però giunge come una dea Veronica Castello; la “bonassa” di Forza Italia viene chiamata da Leonardo Notte per dare un osso al “cane da guardia” di Bossi, deciso a far cadere il governo a tutti i costi e all’insaputa di tutti.

E’ proprio nelle ore della contrattazione che i protagonisti riveleranno la loro vera natura. Leonardo rimane lo stratega senza scrupoli di sempre, disposto a condividere Veronica con Pietro per salvare il governo. E’ persino incapace di piangere davanti all’amico morto senza pensare che potrà prendere il suo seggio in Parlamento, ottenere l’immunità ed evitare così il carcere – unica vera paura di Notte. Veronica vorrebbe essere spregiudicata come Leonardo ma in realtà si rivela fragile, ferita e, come Pietro, costantemente in cerca d’amore.  L’ex soubrette in fondo ama entrambi per motivi diversi: il faccendiere del Cavaliere non la giudica per il suo passato e il sottosegretario di Maroni la ama per com’è, oltre le apparenze e con tutte le sue fragilità. Pietro si fa nuovamente prendere dai sentimenti per la donna che ama, non riuscendo ad essere fino in fondo un consigliere senza scrupoli come Leonardo e incapace di dimenticare la rabbia per la morte del padre.

Anche Silvio Berlusconi inizia a rivelare la sua vera natura ed è molto diversa da quella vista tante volte. Dietro alle battute irretite al segretario della Lega e al sorriso tranquillo si nasconde un uomo insicuro, profondamente offeso dalle sprezzanti parole di Bossi (“vengono qui, guardi che accoglienza e di cosa vengono a parlarmi? Delle fabbriche della merda!”). È un Berlusconi molto meno teatrante del solito, da cui non traspare mai l’idea di un coinvolgimento nell’affaire Mondadori. Gli sceneggiatori ed il regista hanno saputo però evitare che sembrasse un martire. È un uomo abbandonato da tutti: sebbene riesca a strappare l’accordo sulla sopravvivenza del governo al leader leghista grazie al lavoro di squadra, si sta avvicinando qualcosa di minaccioso – e non è certo solo il “Black hole sun” dei Soundgarden in sottofondo.

Pochi mesi più tardi infatti, durante il summit sulla legalità a Napoli si palesa l’imminente caduta del governo.  Il team di Mani pulite, sebbene sottoposto ad un controllo da parte del Ministero della giustizia, lavora assiduamente per trovare la prova che indica l’incontro tra Guarnieri e Berlusconi. Contemporaneamente, una minoranza silenziosa rappresentata dal deputato Gaetano Nobile e l’autoproclamato “ex comunista” Massimo D’Alema trama con il sottosegretario Bosco per rompere l’alleanza con Bossi e costringere Berlusconi alle dimissioni. Sono i giorni più duri di questo governo, in cui Silvio si sente abbandonato da tutti: alleati e collaboratori fidati. Sono i giorni della solitudine, sintetizzata perfettamente nella splendida inquadratura di un Silvio Berlusconi che piange, composto, sulle note di Rigoletto.

Di infinita solitudine soffrono anche Veronica Castello, Leonardo Notte e Pietro Bosco, antieroi che lottano strenuamente contro il loro destino di infinita tristezza. La trasformazione per diventare ministri potenti, politicanti e ‘uomini dell’ombra’ è quasi completa, eppure loro si vedono sempre gli stessi di sempre: sempre maledettamente soli.

Erica Turchet

Studentessa di Studi internazionali presso l'università di Trento

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