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Buon Día de los Muertos a tutti!

“Dopo tutto, la morte è solo un sintomo della vita.” – Mario Benedetti

 “Forse l’uomo non è libero perché molto, troppo rimane in lui dei morti, e questo ‘molto’ ricusa in eterno di spegnersi” – prof. Brighenti

Come tutti sappiamo nell’età moderna nulla sfuggiva al commercio, nemmeno le persone. Prima che Coca Cola e democrazia diventassero i brand occidentali più esportati al mondo, erano Cattolicesimo e colonizzazione le regine del mercato mondiale. L’impatto storico degli scambi commerciali dell’età moderna è di proporzioni smisurate e ha influenzato anche la cultura europea – sicuramente quella italiana, che senza il pomodoro si vedrebbe costretta a rimuovere la fascia rossa dalla propria bandiera. Culturalmente parlando, vittima di questi scambi sono stati gli indigeni del Nuovo Mondo e in generale, tutti i non europei. Ma le idee si sono rivelate più difficili da sopprimere del previsto e le culture di colonizzatori, indigeni e schiavi si sono mescolate, dando vita a qualcosa di nuovo. Così nasce il moderno Día de los Muertos, dalla mescolanza di riti e tradizioni mesoamericane, spagnole e Cattolicesimo. È stato dichiarato nel 2008 Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, segno che forse stiamo cominciando a renderci conto dell’importanza delle nostre tradizioni.

La morte è un’esperienza che accomuna tutti gli esseri umani: come veniva ricordato ai generali romani vittoriosi durante le parate, a prescindere dalla nostra posizione sociale e dai successi ottenuti, condividiamo uno stesso destino. Nonostante ciò, ogni civiltà affronta la morte in maniera diversa e paradossalmente questo può dirci molto, a livello antropologico, su come le stesse vedono la vita. I popoli Nahua ritenevano la morte parte integrante e onnipresente dell’esistenza, tanto che morti e nascite venivano annunciate in maniera molto simile: nel caso di una nascita, i bambini del villaggio urlavano e correvano per le strade, mentre le morti erano annunciate dalle urla e dai lamenti delle anziane. Come nota l’antropologo Patrick Johansson, nel mondo precolombiano la presenza dei morti era invocata durante tutti i momenti importanti della vita della comunità, per esempio durante la semina, prima della caccia, in guerra, durante i rituali magici o in occasione di nascite e matrimoni.       

Per le civiltà mesoamericane la morte rappresentava l’inizio del percorso dell’anima nell’aldilà e credevano fosse dovere dei familiari viventi accompagnarli tramite un rituale. Il cadavere veniva interrato a quattro giorni dalla morte con i suoi effetti personali e cibi preferiti, e ogni anno per quattro anni si organizzava una cerimonia sfarzosa di festeggiamento e ricordo in prossimità della tomba del defunto. 

Secondo la mitologia Nahua al momento della morte l’anima aveva quattro diverse destinazioni:

  • Tlalocan: situato nella zona orientale, dominio del dio delle piogge e del fulmine. Questo era un paradiso di banchetti, festeggiamenti perenni e ricco di cibo, dove riposavano i morti per annegamento, chi era stato fulminato o era morto per malattie legate all’acqua come gotta, idropisia, scabbia o lebbra.
  • Tonatiuh Ichan: luogo di riposo temporaneo per chi moriva di morte onorevole, come i soldati morti in battaglia o le donne morte di parto – considerate guerriere, perché il parto era assimilato alla battaglia.  Dopo quattro anni le loro anime si reincarnavano in uccelli oppure accompagnavano il Sole nel suo percorso, i guerrieri all’alba e le madri al tramonto.
  • Cincalco: paradiso dei bambini morti innocenti, ricco di alberi da frutto e prati ricoperti di fiori. I bambini morti prima di essere svezzati si nutrivano da un albero sacro di questo immenso giardino.

La maggior parte delle anime però – i morti di morte naturale o di malattie non legate a divinità particolari – andavano nel Mictlàn. Questo era diviso in nove livelli attraverso i quali le anime viaggiavano per quattro anni, superando delle prove che testavano la loro integrità. Erano accompagnati nel loro percorso da Xoloitzcuintli, il cane nudo messicano creato dal dio Xolotl (spesso raffigurato con testa di cane) per vegliare sugli uomini in Terra e guidarli nell’oltretomba. Il Mictlàn era il regno di Mictlantecuhtli e Mictlecacihuatl, rispettivamente dio dei defunti e protettrice delle ossa. Mictlecacihuatl era la patrona dell’originario Día de los Muertos e nel tempo si è evoluta in Nuestra Señora de la Santa Muerte. Le divinità Nahua venivano rappresentate con ornamenti e gioielli fatti di ossa e queste due non fanno eccezione, anzi: in virtù del loro ruolo di guardiani dell’oltretomba, sono raffigurati molto spesso con fattezze scheletriche. Le ossa erano simbolo di fertilità, rinnovamento e abbondanza: non a caso era una divinità femminile a proteggere i resti umani nell’aldilà. Anche i colonizzatori spagnoli in quel periodo avevano un rapporto particolare con le ossa, nello specifico con quelle dei santi: le reliquie sono tutt’ora venerate dai cattolici e si ritiene possiedano proprietà curative o miracolose. Nei regni di Leòn, Aragona e Castiglia, infatti, ad Ognissanti si era soliti preparare dolcetti di pasta di mandorle –panallets e huesos de santo – che ricordavano le reliquie ed erano a forma di ossa, crani o scheletrini. L’antropologa Marìa Concepciòn Lugo Olìn nota la permanenza di questa tradizione spagnola nel moderno Dìa de los Muertos.                                                                         

Nonostante l’onnipresenza degli antenati nella vita della comunità Nahua, c’erano due occasioni speciali in cui venivano ricordati. Frate Diego Durán documenta nella sua “Historia de las Indias” l’esistenza di due feste dedicate ai morti, la Fiesta de los Muertecitos festeggiata in agosto e la Fiesta Grande de los Muertos, che si festeggiava a ottobre nel periodo della raccolta del mais. Queste erano anche feste dell’agricoltura, poiché “richiamando” i morti i Nahua invocavano abbondanza e fertilità e pregavano che il freddo non danneggiasse le piantagioni. Gli spagnoli avevano due feste analoghe che celebravano i primi due giorni di novembre con falò, balli e processioni: la Fiesta de Todos los Santos e la Fiesta del Los Fieles Difuntos. La festa attuale si festeggia l’1 e il 2 novembre e corrisponderebbe alle due feste spagnole, ma il modo in cui si celebrano è stato fortemente influenzato dagli indigeni.

Ofrenda

Anche i moderni simboli del Día de los Muertos sono frutto della mescolanza delle due culture. Le ofrendas sono altari di origine pre-ispanica; solitamente in ogni casa ce n’erano un paio e potevano essere dedicate agli antenati o a divinità particolari. Al giorno d’oggi vengono preparati da metà ottobre e restano alcuni giorni dopo la festa, più o meno come il presepe, perché sono molto elaborati e ricchi di decorazioni artistiche. Su di essi vengono poste le fotografie dei defunti accanto alle loro bevande o cibi preferite, con veladoras (candele) e fiori di cempasùchil per creare un cammino che indichi al defunto la strada di casa e, ai piedi dell’altare, incenso o resina aromatica (copal) per purificare – caratteristica comune di molte religioni. Una volta sulle ofrendas si mettevano anche i crani dei defunti, ma con il tempo si è ritenuta questa pratica un po’ troppo macabra e si è preferito ripiegare su calaveritas di zucchero, cioccolato o amaranto. Queste si possono mangiare, ma non bisogna dimenticare che presso gli atzechi il cannibalismo aveva una forte valenza rituale. Una tradizione che sta scomparendo è quella delle calaveritas literarias, poemetti in versi ed epigrammi che servivano o per ricordare i defunti, o per prendersi goliardicamente gioco del proprio futuro cadavere. Infine, le niveles sono delle bandierine poste sopra l’altare: in origine erano nove e rappresentavano i livelli che doveva attraversare il morto nell’aldilà, ma possono essere anche 3 per simboleggiare i tre reami – cielo, terra e oltretomba.

 Si potrebbero trovare infinite somiglianze con altre religioni pagane– i nove livelli del Mictlan e i nove regni di Midgard della mitologia norrena, l’importanza dei cani come animali dell’oltretomba (Cerbero e Anubi), le ofrendas e gli altari casalinghi che i romani dedicavano ai lari – ma il più notevole è lo stretto legame che sia la religione egizia che quella Nahua vedevano fra vita e morte. Anche gli egizi avevano elaborati riti per accompagnare il defunto nella sua nuova vita e le prove che deve affrontare l’anima per giungere al Mictlan ricordano il percorso che precede la pesatura del cuore. Come Mictlecucihauatl, che protegge le ossa dei morti ma assicura anche la fertilità della terra, Osiride è sia dio dell’agricoltura e della fertilità che dell’oltretomba.

Ora che siamo tutti culturalmente equipaggiati per affrontare questa bellissima festa, frutto della contaminazione di tradizioni diverse e di costumi affascinanti, non resta che riguardare il film Disney “Coco”, che personalmente è responsabile di avermi fatto conoscere questa tradizione messicana. Buon Día de los Muertos a tutti!

Rebecca Franzin

Studio a Trento, ma sono di Vittorio Veneto (tecnicamente Solighetto). Forse un giorno mi laureerò in Studi Internazionali; nel frattempo, se siete credenti, sentitevi liberi di includermi nelle vostre preghiere.

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