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Joker e Thanos. Fenomenologia del villain

Tutti parlano di Joker. Appena qualche mese fa tutti parlavano di Thanos. Quest’oggi vi propongo una riflessione incrociata sui due villain più modaioli del momento. Tra moralismo, totalitarismo e verità.

Sembra che Joker e Thanos siano i poli opposti della follia e della malvagità. Da un lato abbiamo Joker, che professa il caos e il disordine. Dall’altro abbiamo Thanos, il cui piano consiste nel ristabilire l’ordine per far sì che l’universo sia “perfettamente bilanciato, come tutto dovrebbe essere”. Di fatto i due supercattivi più famosi della storia dei cinecomic partono da due presupposti diametralmente opposti, antitetici e inconciliabili: per Joker la vera natura dell’uomo è il caos, il disordine, il cinismo, la sopraffazione; per Thanos la vera natura dell’universo è l’ordine, il bilanciamento, l’armonia. Per Joker vale l’Homo Homini Lupus di Hobbes, per Thanos l’armonia di tutte le monadi di Leibniz. Quindi, almeno apparentemente, il titano pazzo e il delirante clown sono due cattivi molto diversi. In realtà le cose non stanno affatto così e questi due villain sono molto più simili di quanto si possa credere. Vediamo perché.

Entrambi considerano l’essere umano come un errore di sistema, un virus da estirpare. Vedono la storia della razionalità come un progressivo allontanamento dalla vera natura del mondo. Entrambi incarnano la concezione secondo cui la ragione, l’intelligenza e il linguaggio sono una gigantesca maschera della verità. La società umana non è altro che un modo di allontanarsi dalla verità primordiale. Il presupposto da cui partono è che la razionalità dell’uomo sia una finzione, una corruzione, una degenerazione della realtà in sé e dell’essenza della natura. Entrambi vedono nella coscienza umana un errore a cui rimediare, un inciampo da superare, una deviazione dall’ordine naturale delle cose. Ed è un caso che quella naturalità sia per Joker il caos e per Thanos l’equilibrio.

L’uomo ha introdotto nel mondo qualcosa di artificiale, qualcosa che prima non esisteva, l’ha contaminato con le sue creazioni, con le sue finzioni, con le sue proiezioni, ne ha stravolto l’ordine naturale. Il fatto che per Joker la vera natura del mondo sia il caos e per Thanos sia l’ordine è un dettaglio irrilevante e contingente. Alla radice, Joker e Thanos sono due facce della stessa medaglia. L’uomo è un errore di sistema. E deve essere superato. O per lo meno bisogna restituire il mondo al mondo, bisogna rompere il dominio della finzione dell’uomo, bisogna riportare l’equilibrio naturale delle cose. Joker lo fa cercando di dimostrare che l’uomo, al di là di tutte le sovrastrutture e le finzioni sociali, economiche, politiche, razionali, linguistiche, è solo un animale, è un lupo che pensa al suo benessere privato ed egoistico. Thanos lo fa dimostrando che senza un ago della bilancia che riporti equilibrio, l’universo non può sopravvivere, è destinato a implodere sotto il peso della sovrappopolazione, perché non ci sono abbastanza risorse per tutti.

Entrambi si presentano come degli smascheratori di menzogne, dei messia, dei salvatori, dei redentori, dei Cristo rovesciati. Entrambi sembrano quasi benevoli nel loro proposito di restituire la verità al mondo. Ad esempio, Thanos si presenta come colui che è abbastanza forte per ristabilire l’ordine. Ma questo ordine comporta un sacrificio che solo un essere davvero eccezionale è disposto a compiere. Così succede anche per Joker. Quando brucia un’intera pila di banconote, milioni e milioni di dollari, significa che ha già rinnegato le finzioni dietro cui l’uomo nasconde la sua natura, ed è pronto a dimostrarle a costo di morire, a costo di farsi uccidere da Batman, o di farsi catturare dalla polizia.

Questi personaggi credono di essere delle vittime sacrificali che si immolano per salvare il mondo. Ecco perché la morale del supercattivo non è la malvagità, ma il vittimismo. Il villain è la figura che incarna meglio di tutte i valori del pessimista autocompiaciuto, ovvero di colui che gode del suo pessimismo e si crogiola nel vittimismo. Il villain è colui che crede di avere la verità, di essere l’unico abbastanza sensibile, forte, intelligente, valoroso, da avere accesso alla vera essenza del mondo. È la vittima che si compiace di essere vittima e chiede disperatamente di essere riconosciuto come tale, di essere compatito, di essere glorificato come un salvatore, come un redentore. È il pessimista che crede di aver compreso che la vera essenza del mondo è il dolore e la sofferenza e vuole imporre la sua visione al mondo stesso, indignandosi davanti alla bassezza di coloro che non sono suoi pari.

Questo è quello che io chiamo “moralismo pessimistico”: chi non è pessimista non è abbastanza sensibile per essere considerato intellettuale e viceversa chi non è abbastanza sensibile non può comprendere l’essenza dolorosa della realtà. Secondo il moralismo pessimistico c’è una corrispondenza diretta tra verità e pessimismo, tra intelligenza e dolore. È la stessa tesi alimentata dal mito romantico dell’artista bohemien, solo, rifiutato dalla società, reietto, escluso, relitto umano. Il metro di giudizio dell’intelligenza, della creatività, dell’originalità artistica è il grado del tuo pessimismo, della tua (pretesa) sfiducia nei confronti dell’umanità e del mondo.

Ma questa è solo una storia che ci raccontiamo per stare bene con noi stessi. È la storia che ci raccontiamo per sentirci superiori a tutti gli altri, per giustificare il nostro insuccesso. Se gli altri non mi capiscono o non mi accettano è colpa loro, della loro insensibilità verso la vera arte, che guarda caso è proprio la mia. Il moralismo pessimistico, come tutti i moralismi, rende assoluto e oggettivo un principio del tutto soggettivo e arbitrario per fondare una supposta superiorità morale.

Sì, miei cari. I villain sono i personaggi più moralisti di tutti. Proprio quelli che vi sembravano i più immorali, i più nichilisti, i più malvagi, alla fine sono radicalmente moralisti, sono radicalmente mascherati, nascosti dietro la loro teoria di superiorità solo perché hanno timore di fallire, di non essere riconosciuti dal mondo che decidono quindi preventivamente di condannare. Anticipano la possibilità del fallimento. Si mettono al sicuro. E così, proprio loro che credevano di essere degli smascheratori, indossano le maschere più inestirpabili di tutte. Ovvero la maschera del totalitarismo, quella concezione filosofica e politica per cui un’idea, un sistema, un modello interpretativo della realtà diventa l’unica accettata e riconosciuta come vera. Il totalitarismo è reso possibile da un concetto di verità forte, ovvero dall’illusione che sia possibile arrivare a detenere la verità assoluta e irritrattabile sul mondo. La conseguenza di una tale fiducia nella verità assoluta è che chi crede di averla raggiunta sarà disposto a tutto pur di imporla anche agli altri.

Verità, totalitarismo e moralismo. Pensate un po’ a tutti i sistemi totalitari nella storia umana e vedrete che questi tre principi convivono e si alimentano l’un l’altro. L’inquisizione cattolica del Cinquecento, il regime di Hitler o di Stalin, avevano tutti in comune la fiducia nella verità assoluta. E guarda caso loro erano proprio coloro che avevano raggiunto tale verità. Con il dovere e il diritto morale di insegnarla agli altri. E una volta che hai la verità assoluta, quanto potrà mai valere una vita umana difronte ad essa? Quanto potrà mai valere la vita di un popolo, in confronto a qualcosa di universale e immortale come la verità?

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