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Tutti nello stesso piatto, si apre il festival dei cambiamenti

Martedì 4 Novembre si è tenuta al teatro Sanbàpolis la serata di apertura dell’undicesima edizione del festival cinematografico Tutti nello stesso piatto organizzato dalla Mandacarù Onlus, cooperativa di commercio equo e solidale del Trentino-Alto Adige. Il filo conduttore, i cambiamenti passati presenti e futuri, lega una serie eterogenea di lungometraggi provenienti da tutto il mondo, alcuni dei quali candidati agli Oscar come miglior film straniero.

Capofila della rassegna è il film indipendente Il Vegetariano di Roberto San Pietro. Una storia semplice e sincera, raccontata nella splendida cornice della campagna emiliana bagnata dal fiume Po. Il soggetto, racconta il regista prima della proiezione, è tratto da una serie di ricerche che lui aveva condotto in quella zona due anni prima sulla comunità sikh. Fra le mille testimonianze una lo ha toccato profondamente: un lavoratore indiano del Punjabi rifiuta il posto di lavoro fisso in un allevamento perché non riesce ad accettare che le mucche improduttive siano mandate al macello. La necessità di mantenere sé e la sua compagna lo porta ad accettare qualsiasi tipo di mansione, a chiamata e in nero. Tuttavia, le occupazioni che uno straniero può trovare in quella zona sono veri e propri metodi sistematici di sfruttamento dove si lavora quattordici ore al giorno per due euro e cinquanta all’ora. Roberto San Pietro dipinge con mano ferma e tratti delicati il ritratto di Krishna, personaggio ispirato dalla testimonianza.

Uno dei principali pregi de Il Vegetariano è che non scade nel fare la morale, non diventa una critica alla società occidentale che non permette ai sikh di integrarsi ma si incentra principalmente sulla bellissima varietà che può nascere dall’incontro fra due culture. Il film gioca sugli accostamenti tramite la forza delle immagini: in una scena si assiste a una cerimonia sikh, subito dopo l’occhio del regista conduce lo spettatore alla lavorazione in una fabbrica di grana padano o in una chiesa ortodossa in Emilia. Queste sequenze sono veramente efficaci. Stupiscono e meravigliano come del resto tutto il lungometraggio, la cui unica pecca è forse di dilungarsi troppo nel ritrarre e troppo poco nel raccontare la vicenda drammatica principale.

Il Vegetariano si apre con un dettaglio dei semi di melograno e chiude con un campo lungo sul fiume Po che scorre fra la campagna verdeggiante. Queste due parentesi racchiudono un intero percorso di trasformazione, di cambiamento, il tema di questa edizione del festival. Un percorso che fluttua dal particolare all’universale accompagnato da quei silenzi che un po’ caratterizzano il cinema indipendente. Roberto San Pietro continua e continua a riproporre tramite le immagini il leitmotiv della natura con sequenze in cui l’occhio si muove tra le fronde, quasi come un mantra.

Alla fine del film c’è stata una discussione fra il regista, la giornalista freelance Floriana Bulfon e il sociologo e ricercatore per Amnesty Italia Marco Omizzolo. La problematica dello sfruttamento della manodopera straniera nei campi, sottolinea Omizzolo, è un problema dilagante in Italia. Lui stesso per due mesi si è finto indiano per sperimentare sulla sua pelle le condizioni disumane del lavoro. Molto spesso, come si vede nel film, se un operaio ha un malessere o si infortuna viene semplicemente lasciato sulla strada per evitare controlli e, in certi casi, l’omissione di soccorso può risultare fatale. In provincia di Latina, continua Omizzolo, ci sono più di diecimila aziende e soli due ispettori del lavoro. La situazione non è gestibile.

Il Vegetariano, fra i suoi numerosi accostamenti, lascia in ultima analisi allo spettatore la riflessione sull’incredibile contrasto fra Krishna, che si umilia pur di rispettare la vita di un animale e i proprietari dei campi che, pur di trarre un ulteriore profitto, non rispettano la dignità umana.

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