Dalla foresta pluviale alle steppe della Siberia: il bilancio di un’estate infuocata

di Lorena Bisignano ed Elisa Mazzocato

Quest’estate gli incendi hanno devastato il nostro pianeta: dalla Siberia all’Amazzonia, dalla California all’Africa, tutto è andato a fuoco, con conseguenze disastrose su fauna, flora e popolazioni. In realtà è normale che nei mesi più caldi ci siano degli incendi, tanto nelle zone artiche quanto in quelle equatoriali; ciò che preoccupa di più è la dimensione e la durata dei fenomeni registrati quest’anno.

In Brasile, ad esempio, secondo quanto riportato dall’INPE (Istituto Nazionale di Ricerca Spaziale), gli incendi sono aumentati dell’84% rispetto al 2018. Il che è particolarmente preoccupante, se si considera che il 2019 non è stato un anno di secca, a differenza di altri anni in cui il numero di incendi registrati era stato altrettanto significativo, come il 2016. Nonostante gli incendi nella foresta amazzonica infuriassero già dall’inizio dello scorso luglio, il primo segno della loro effettiva portata si è avuto il 19 agosto, quando il fumo ha raggiunto São Paulo provocando un blackout totale in pieno giorno. Il blackout è stato, però, solo il simbolo di una tragedia dai risvolti ben più devastanti.

La prima vittima, e forse la più ovvia, è stata l’atmosfera, nella quale sono state rigettate 228 megatonnellate di anidride carbonica, secondo quanto riportato dall’Agenzia Copernicus. Sicuramente molto meno immediata è, invece, la percezione dei danni subiti dalle popolazioni indigene. Queste comunità, che spesso vivono in totale o parziale isolamento dai principali centri urbani, dipendono interamente dalla foresta per cibo, medicine e abbigliamento. Da decenni associazioni e gruppi autonomi di indigeni cercano di combattere la deforestazione, dovuta tanto al contrabbando di legname quanto al disboscamento sistematico per fini agricoli cagionato dagli incendi.

Secondo Yadvinder Malhi, professore di Scienze degli Ecosistemi ad Oxford, la maggior parte di questi incendi avrebbe infatti natura dolosa. Appiccare incendi è una pratica diffusa tra gli agricoltori, in quanto le ceneri contengono sostanze altamente fertilizzanti che migliorano la produttività del suolo. L’Associazione dei Popoli Indigeni del Brasile e molte ONG – come Greenpeace – denunciano le politiche di Bolsonaro, che costituirebbero un ulteriore incentivo per gli agricoltori ad incendiare parti di foresta. Fra tutte spicca il piano, annunciato dal Presidente brasiliano, per indurre gli indigeni a cedere temporaneamente le loro terre (finora protette per legge dallo sfruttamento commerciale) per fini agricoli e attività minerarie.

La perdita incontrastata di una così grande porzione di foresta ha suscitato preoccupazioni a livello internazionale, negli ultimi mesi, anche perché è avvenuta in concomitanza con fenomeni simili in altre parti del mondo.
In Siberia, ad esempio, i fuochi hanno colpito principalmente le regioni di Kamchatka, Irkutsk, Amur e Yakutia, ovvero la quasi totalità della Russia orientale. In queste zone, molto meno popolate rispetto all’Amazzonia, i danni si concentrano su due fronti: la fauna e il permafrost.

Le specie animali autoctone colpite dagli incendi sono numerosissime: orsi, volpi, lupi e cervi sono costretti a fuggire verso i villaggi vicini, mentre i piccoli roditori, che non riescono a coprire grandi distanze, spesso muoiono soffocati dal fumo. Quest’ultimo è dannoso per gli esseri viventi non solo direttamente, a causa della CO2 rilasciata nell’aria, ma soprattutto perché le sue particelle si depositano sulla neve e sul ghiaccio, creando uno strato di fuliggine scura. In questo modo, anziché riflettere i raggi solari, il ghiaccio li assorbe, aumentando il tasso di fusione del permafrost – lo strato di ghiaccio permanentemente congelato che impedisce al metano sotterraneo di rigettarsi nell’atmosfera. Poiché il permafrost occupa due terzi della Siberia il suo scioglimento, secondo la comunità scientifica, contribuirebbe irreparabilmente al surriscaldamento globale.

Nonostante gli avvertimenti degli scienziati, la politica della Federazione Russa risulta insufficiente a contrastare gli incendi. Greenpeace Russia riporta che, delle risorse effettivamente necessarie alle reti di prevenzione, solo il 10% viene assicurato dal governo federale e persino che alcune zone della taiga settentrionale vengono semplicemente lasciate bruciare.

L’Amazzonia e la Siberia non sono, del resto, casi isolati: la mappa fornita da Global Forest Watch (GFW) mostra l’allarmante diffusione dei roghi in tutto il pianeta. Basta uno sguardo a questa cartina interattiva per rendersi conto della gravità dell’emergenza ambientale già in atto, che legittima, ancora una volta, le istanze sempre più urgenti di una svolta reale e radicale nelle politiche ambientali in tutto il mondo.

lorena bisignano

Studentessa di giurisprudenza.

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