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Romanzi e Ricette. ‘Le ricette della signora Tokue’

Provare a riassumere Le ricette della signora Tokue in poche righe sarebbe un po’ come provare a descrivere il profumo dolce dei fiori di ciliegio o il sapore zuccherino dei dorayaki. Ci si può provare, certo, ma solo un abile poeta o scrittore sarà capace di rendere a parole un’emozione simile, fatta di cose semplici eppure così difficile da esprimere. Una sensazione simile si prova leggendo il romanzo di Durian Sukegawa (Einaudi 2018); anche qui è proprio la semplicità della storia di amicizia tra Sentaro e la signora Tokue a rendere il romanzo una lettura leggera, ma allo stesso tempo ricca di spunti su cui riflettere. Una semplicità che si avverte già a partire dagli ingredienti principali del romanzo: un negozio di dorayaki e un albero di ciliegio. Questi due ingredienti, mescolandosi, uniscono il destino dei due protagonisti del libro: Sentaro, un giovane aspirante scrittore che, costretto ad abbandonare i propri sogni per ripagare dei debiti, lavora nel negozio di dorayaki e Tokue,un’anziana signora con qualche scheletro nell’armadio, ma abilissima nella preparazione dei deliziosi dolcetti giapponesi. 

I due personaggi, che apparentemente sembrano non avere niente in comune, troveranno, invece, una sintonia nel loro passato travagliato. Le loro vite si intrecciano quando Tokue entra nel negozio in cui lavora Sentaro e fa domanda di lavoro. Il giovane, pur non vedendo l’ora di lasciare il negozio, rifiuta la richiesta perché ritiene che lavorare in una pasticceria sia stancante e non adatto a un’anziana signora come Tokue. L’età non è però l’unico elemento a determinare il rifiuto di Sentaro; il giovane ha anche notato una deformazione nella mano della donna e pensa che questo potrebbe spaventare la clientela. Tokue, tuttavia, non demorde e lascia al giovane un barattolo di pasta di fagioli azuki, un ingrediente essenziale per la ricetta del dorayaki (il dolce è infatti composto da due pancake farciti di crema di fagioli dolci). Già dal profumo, Sentaro ne rimane estasiato. La crema di Tokue non ricorda affatto quella stantia che ordina già pronta e ricicla per giorni e giorni. Santaro allora decide di assumere di nascosto l’anziana signora e di imparare da lei il segreto dei dorayaki, in modo da rimettere in sesto l’economia traballante del locale e, una volta ripagati i propri debiti, tornare alle proprie aspirazioni di scrittore.

Così, in una chiave un po’ stravagante del topos della ‘strana coppia’, nasce l’amicizia tra Sentaro e la signora Tokue. Proprio lì, dietro al bancone del locale, in una via commerciale in cui sorge un albero di ciliegio, la cui descrizione demarca l’inizio di ogni capitolo e nel germogliare dei cui fiori notiamo il trascorrere del tempo, i due passano le giornate a preparare dolci e a parlare della propria vita. Sarà proprio quell’albero – in una dinamica che non vi spoilero – a fornire al protagonista la risposta ai suoi problemi finanziari.

L’albero di ciliegio non ha solo un ruolo fondamentale nel romanzo, ma è anche un simbolo chiave della cultura del Giappone, dove da secoli nel mese di aprile si tiene la festa di Hanami. Questo termine giapponese, che letteralmente significa “guardare i fiori”, indica l’usanza di ammirare nei mesi primaverili la fioritura degli alberi, in particolare quelli di ciliegio. Quest’anno il festival dei fiori di ciliegio a Hirosaki, che nel 2020 avrebbe festeggiato il centesimo anniversario, è stato cancellato a causa della pandemia di coronavirus. Per non rinunciare a questo importante evento della tradizione, il canale meteo giapponese ha caricato 50 video a 360 gradi degli alberi di ciliegio ed è stato lanciato l’hashtag #VirtualHanami. Così in tutto il mondo si può assistere alla fioritura del sakura, il fiore di ciliegio che in Giappone è celebrato in quanto racchiude in sé la duplicità della vita umana, così bella ma al tempo stesso impregnata della propria caducità.

Ma torniamo a Sentaro e Tokue. Nella cucina del negozio, i due vivranno momenti più leggeri, come quello in cui Sentaro ammette imbarazzato alla signora Tokue di odiare i cibi dolci, rivelando l’ironia della situazione in cui si trova, ma anche momenti in cui il loro difficile passato viene a galla. Il giovane aspirante scrittore scoprirà che la ricetta degli incredibili dorayaki non è l’unico segreto di Tokue che, invece, nasconde un passato molto più tenebroso. La donna, infatti, ha dovuto scontare un lungo periodo di reclusione in una casa di cura a causa della lebbra di cui, pur avendola sconfitta, porta ancora i segni. Si rivela così il mistero della deformazione alle dita, un segno che è sempre costretta a portarsi dietro, come una condanna e che suscita ogni volta lo sguardo pieno di disgusto e di giudizio dei passanti.

Dietro questo tratto distintivo della signora Tokue, si cela la trama più articolata e sconvolgente del romanzo. Nel destino di Tokue si può leggere, infatti, quello di molti giapponesi, che nel corso del Novecento, in seguito ad una diagnosi positiva di malattia di Hansen, più comunemente conosciuta come lebbra, furono costretti a salutare le proprie famiglie e a passare i propri giorni in una condizione di reclusione forzata. Tra il 1907 e il 1953 in Giappone furono emanate tre leggi per la prevenzione della lebbra che legalizzavano il trattamento infimo dei malati. Nel 1996 le leggi furono revocate e gli ex affetti da malattia di Hansen – i casi nuovi di malattia sono rarissimi – vivono oggi in condizioni di libertà. Nonostante ciò, gli ex pazienti sono ancora soggetti a discriminazione e il tema della malattia resta tuttora un grande tabù, tanto che i pochi superstiti delle case di cura non possono parlare liberamente della propria esperienza di reclusione. Oggi le famiglie dei pazienti hanno avviato una causa contro il governo chiedendo un risarcimento per i trattamenti disumani a cui venivano sottoposti i parenti. Nel 2016 la testata The Guardian ha intervistato Shinji Nakao, un superstite di una casa di cura sull’isola di Nagashima. Shinji, che aveva solo quattordici anni quando fu internato, ha raccontato ai giornalisti che entrare nella casa di cura fu “come entrare in una prigione. Non venivamo chiamati per nome ma con dei numeri, e ovviamente non potevamo uscire. Non appena misi piedi su Nagashima capii che della mia libertà non restava traccia”.

Le ricette della signora Tokue, cela, sotto la superficie resa dolce dai fiori di ciliegio e dal profumo della pasticceria giapponese, il desiderio di rendere noto un tragico evento della storia del Giappone ancora oggi dimenticato e stigmatizzato.

Se questo non dovesse bastare per prendere in mano Le ricette della signora Tokue, l’evidente parallelo che oggi possiamo tracciare tra la nostra condizione di quarantena e quella della signora Tokue potrebbe spingerci a leggerne almeno qualche riga senza dimenticare, però che le circostanze della nostra reclusione sono diversissime da quelle dei malati di Hansen – innanzitutto la nostra “reclusione” ci permette di stare al sicuro e, poi, non si tratta di una reclusione a cui solo pochi sono obbligati ma noi oggi siamo tutti uniti in questa condizione. Ad ogni modo, in questi giorni sentire parlare di internamento e reclusione non può che farci pensare al Covid-19 ed è per questo che il romanzo potrebbe ritornarci utile. Una delle funzioni del libro è, infatti, quella di fornirci degli spunti per comprendere meglio il mondo in cui ci troviamo e farlo entrare in sintonia con altre realtà, pur lontanissime dalla nostra.

Se, tuttavia, leggere di quarantena in questo periodo non fa per voi – vi capisco benissimo e vi sono vicino spiritualmente – potete sempre provare a distrarvi seguendo la video-ricetta dei dorayaki, che sicuramente addolciranno questo strano periodo.

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