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Stream Life – per un binge watching di qualità

“Stream life, because there’s no place I can go. Stream life, it’s the only life I know”.

Qualcuno di voi avrà forse riconosciuto la parodia improvvisata del refrain di “Street Life“, uno dei più famosi brani Jazz-Funk di sempre, interpretato da Randy Crawford sulle note dei The Crusaders. Ma sì che la conoscete! “Street life”, meglio nota come la colonna sonora della pubblicità dell’ Aperol di dieci anni fa. Che ci crediate o no, prima di assurgere nel 2010 a motivetto della “Spritz life”, “Street life” è stata una canzone manifesto per i The Crusaders, per il Jazz-Funk e per un’intera generazione, che festeggiava l’ingresso negli anni Ottanta con una dichiarazione d’amore nei confronti della vita di strada, con i suoi colori e le sue sonorità. Tutto molto toccante. Perché non provare dunque a profanare un’altra volta questa bellissima canzone? Non più “Street life”, quindi, né “Spritz life” (men che meno in questi tempi di distanziamento sociale), bensì “Stream life”! E’ questo infatti, lo sappiamo bene, il motto perfetto per la nostra generazionale, nel bene e nel male. Lo streaming di contenuti multimediali è una delle pratiche che più contraddistingue i nostri anni. Nel vasto mondo dello streaming, uno degli ambiti che più riguarda noi studenti, a pari merito con lo streaming di contenuti musicali, è indubbiamente quello relativo a serie-tv e film: un inerpicato ginepraio di puntate, stagioni, rewind, sottotitoli e spoiler che definire disorientate è dir poco. Siamo inondati ogni mese da nuovi contenuti, nuove serie-tv, nuovi programmi. Capire quali siano quelli per cui vale la pena passare ore davanti allo schermo del computer è impresa ardua. Per questo motivo abbiamo pensato di proporvi alcuni piani d’azione mirati, nel tentativo di fornire un modesto aiuto nel raccapezzarvi in quella selva caotica e intricata che è la stream life di noi studenti universitari. Ogni settimana vi offriremo alcune brevi presentazioni di film, serie-tv e documentari, tutti legati da uno stesso tema. Si tratti di contenuti che potrete trovare sulle piattaforme streaming a voi ben note: da Amazon Prime a Netflix, fino all’ ingiustamente negletta Raiplay.

Il tema con cui abbiamo deciso di inaugurare questa rubrica è quello della discriminazione. Si tratta di un tema quasi sempre strumentalizzato e troppo spesso banalizzato. Ebbene, se vorrete concedere fiducia ai consigli che potrete leggerete di seguito, vi renderete conto di come esso, quando affrontato con freschezza e originalità, arrivi a purificarsi da qualsiasi connotazione retorica o caricaturale, riguadagnando tutta la sua urgenza di tematica ancora viva, anzi vivissima, nell’Occidente del terzo Millennio.

100 HUMANS (di Elisa Poletti)

Vi definireste mai bigotti? Oppure direste mai di approvare degli stereotipi maschilisti? Probabilmente no. 100 Humans vi dimostrerà che sbagliate, e anche di grosso.
Questa serie riesce ad essere esilarante, grazie ad Alie Ward, Zainab Johnson e Sammy Obeid (che ammetto, è diventato il mio spirit animal), i tre conduttori che di puntata in puntata guideranno cento umani, di differente estrazione sociale, età e sesso, attraverso una serie di esperimenti che rivoluzioneranno le vostre convinzioni in merito a pregiudizi e luoghi comuni.
Per gli amanti della ricorsività, e ne conosco tanti, 100 Humans non solo ribalterà quello che credete di sapere, ma anche ciò che credete di credere.
Facciamo un breve esempio:

Sei persone, tre uomini e tre donne, sono presentate ai nostri umani. Di fatto formano tre coppie nella realtà, che per il momento non sono svelate. Lo scopo dell’esperimento è far scoprire ai 100 protagonisti chi effettivamente ha una relazione con chi. Possono inoltre essere poste alle coppie domande per aiutare a capire l’affinità fra i soggetti.
Rispetto a quale criterio creeranno le coppie? L’uomo che ha risposto di essere sportivo, verrà legato alla ragazza appassionata di trekking. L’amante dei gatti, legato alla donna che ha dichiarato di possedere molti animali. Se un uomo ha risposto: “La cosa più importante in una relazione è la connessione” sicuramente verrà accoppiato con la ragazza che ha affermato la stessa cosa. O forse no, per il principio che “gli opposti si attraggono”
E voi cosa domandereste? Che criterio seguireste? Fareste domande sull’età, sulle passioni in comune, sul carattere e sugli obiettivi delle persone che avete davanti?
Alla fine dell’esperimento vengono finalmente svelate le coppie: si tratta di una coppia eterosessuale e due omosessuali. Quanti umani hanno domandato l’orientamento sessuale delle potenziali coppie? Nessuno.
Quanti hanno avuto l’intuizione, su cento, che non si potesse trattare di coppie soltanto eterosessuali? Soltanto uno. Tra l’altro una donna di più di sessant’anni.

Provocatorie, come dev’essere un’opera per far presa, queste otto puntate sono il genere di produzione che serve alla nostra società, davvero. Per prendere consapevolezza dei luoghi comuni che sono ancora radicati. Ogni puntata tratta un tema, come aspetto fisico, età, sesso, felicità e lo fa in un modo talmente attuale da risultare quasi visionario. Se non aiuterà ad eliminare alcuni tabù nello spettatore, almeno ci farà accorgere dell’esistenza di questi, un passo già di per sé enorme.

LA PAZZA GIOIA (di Michele Bargagli)

Due donne in fuga. Dal mondo, ma soprattutto da se stesse. È questo il leitmotiv di “La pazza gioia”, film del 2016 firmato da Paolo Virzì, vincitore di cinque Nastri d’argento e cinque David di Donatello.
Beatrice Morandini Valdirana, ex moglie di un importante avvocato affetta da bipolarismo, e Donatella Morelli, ragazza madre con un tentativo di suicidio alle spalle, si incontrano a Villa Biondi, il centro di recupero/casa famiglia in cui entrambe sono ricoverate. Dalle personalità diversissime, le due in qualche modo legano e un giorno riescono a scappare dalla casa famiglia, partendo per un’avventura che le porterà a fare i conti con il loro passato e, di conseguenza, con il loro futuro.
Il film, attraverso l’abile interpretazione di Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti, tratta con toni ora comici, ora drammatici, la tematica del disagio psichico e sociale. Una grande prova di regia, che ci fa scontrare con il dolore e l’incomprensione, la miseria, la paura, ma anche con legami veri e profondi; ci fa commuovere e, pur trattando una tematica che si presterebbe a facili pietismi, evita di sfociare nella retorica, riuscendo a mantenere una verità del racconto e dei personaggi.
Il film è disponibile sia su RaiPlay e sia su Netflix.

HOLLYWOOD (di Rebecca Franzin)

“Hollywood” è una miniserie Netflix partorita da Ryan Murphy (il grande), padre di “American Horror Story”, “Pose” e “Glee.” Se c’è una cosa di cui si può essere certi quando si ha a che fare con Murphy è che le sue opere sono rappresentative di tutte le minoranze: questo grande filo conduttore del suo lavoro più in generale si è incarnato nel tema centrale di “Hollywood.” Questa serie TV appena uscita su Netflix racconta di un gruppo di giovani artisti (attori, registi, produttori, sceneggiatori) e dei loro tentativi di emergere nello show business; parla dell’importanza della rappresentazione delle minoranze nell’arte, che sia essa proiettata su uno schermo televisivo o in un teatro, in un cinema. Dalla giovane attrice di colore che riesce ad ottenere la parte di eroina romantica in un film d’amore, attirando sullo studio l’ira del Ku Klux Klan, alla coppia omosessuale che decide di presentarsi mano nella mano agli Oscar, questa serie racconta le differenze del nostro mondo e di come queste possano tenere alcune persone lontane dai riflettori, mentre è invece importante lasciare loro la voce. Ryan Murphy ci mostra, talvolta con durezza, ciò che succede dietro le quinte e come vengono creati i prodotti artistici che ci vengono mostrati. Ci spiega infine come viene selezionata e confezionata la realtà che ci viene mostrata, e perché è importante che invece l’arte imiti la realtà il più possibile.

WHEN THEY SEE US (di Francesca Altomare)

È la notte del 19 aprile 1989, Trisha Meili, una giovane di 28 anni, è andata a Central Park per la sua sessione serale di jogging mentre, dall’altra parte del parco, Kevin, Antron, Yusef, Raymond e Korey, cinque ragazzini afroamericani della comunità di Harlem, “brancheggiano” con i loro amici. Quella stessa notte, nel giro di poche ore, le vite di queste sei persone vengono spezzate: Trisha viene stuprata e picchiata e Kevin, Antron, Yousef, Raymond e Korey accusati del crimine. Presi con forza e portati in centrale, i cinque ragazzi, dopo 18 ore di intimidazioni confessano di aver commesso lo stupro. Nonostante le evidenti falle nel processo di accusa, la mancanza di prove e le incongruenze nella ricostruzione dei fatti i cinque ragazzi vengono condannati dai 6 ai 13 anni di carcere. “When they see us”, la miniserie scritta e diretta da Ava DuVernay per Netflix, racconta in quattro episodi la tragedia della discriminazione razziale e l’assurdità di un sistema che sfrutta il pregiudizio invece di combatterlo. Consigliata a tutti coloro, giuristi e non, che hanno a cuore la giustizia.

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