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Be like Mike

Per chiunque sia un grande appassionato di NBA, è facile essere colpito dalla portata epica del documentario Netflix The Last Dance, il canto del cigno di una delle più grandi personalità, non solo del basket ma dello sport di tutti i tempi, Michael “Air” Jordan. Tuttavia il termine di paragone della grandezza di tale storia è l’effetto che essa produce nell’outsider, in colui che, esattamente come chi scrive, non abbia mai visto una partita di NBA e conosca Michael Jordan grazie ad un felice ricordo di infanzia legato alla VHS di Space Jam. La grandezza della storia di Jordan riesce a travalicare i confini della passione e dell’attitudine personale, riesce a diventare incondizionata e sciolta da ogni criterio selettivo riguardo alla sua portata ispirante. Per uno che, come me, non segue l’NBA, ci si può permettere di dire che è solo un caso che Jordan abbia espresso la sua grandezza proprio nell’NBA. Una volta che la sua storia viene raccontata, diventa universale, molto di più del semplice simbolo che si è radicato nell’immaginario degli appassionati di basket. Ovviamente non sto dicendo, ereticamente, che per Jordan il basket era un effetto collaterale, sto dicendo l’esatto contrario. Jordan ha usato il basket per esprimersi e scendendo più in profondità di tutti gli altri nell’interpretazione del gioco, l’ha paradossalmente liberato dai suoi vincoli. Ha reso dei movimenti che hanno senso solo in virtù di regole ben precise in un campo da pallacanestro, movimenti dal senso assoluto, slegati dal contesto originale in cui sono stati prodotti proprio perché connessi ad esso nel modo più radicale e consapevole possibile. Sembra paradossale, ma è così che nascono tutte le grandi storie. È così che riusciamo a comunicare le nostre passioni e a estendere la cerchia degli appassionati: mostrando a tutti, con quanto più onesta e sincera passione, in che modo quella storia ha fatto presa su di noi, in che modo ne siamo stati interpreti originali. Spingiamo altri individui a entrare a far parte della narrazione. Raccontare la nostra storia sulla Storia è l’unico modo per spingere altre persone a fare lo stesso. Jordan è Jordan perché ha raccontato (o incarnato) la sua unica, irripetibile e personalissima storia sul basket e in questo modo è riuscito a toccare me che del basket so solo che una partita può essere decisa anche un secondo prima della fine. Come ha fatto? Non ci è riuscito perché ha messo da parte chi era e ha cercato di spiegarmi una verità universale. Al contrario, ci è riuscito perché mi ha mostrato la sua verità soggettiva e personale sul basket.

Per questo la storia di Jordan solleva con una potenza suggestiva il tema della comunicazione. Come facciamo a comunicare agli altri chi siamo? Come facciamo a essere noi stessi se in ogni interazione perdiamo inevitabilmente delle parti di noi, se sentiamo che ogni compromesso comunicativo è un sacrificio del nostro vero io? Come facciamo a comunicare con gli altri se ogni volta che lo facciamo perdiamo noi stessi? Sono queste le vere domande che solleva la storia di Jordan e le storie che si intrecciano con la sua, così ben tratteggiate in The Last Dance. E così, troviamo il problema del riconoscimento del proprio valore nella storia di Scottie Pippen, del riconoscimento della propria identità nella storia di Rodman, della creazione della propria immagine mediatica nella storia della sponsorship con la Nike, della creazione di un brand internazionale nella storia dell’NBA. Quelle domande rimangono: come facciamo a essere noi stessi e allo stesso tempo a stabilire un contatto con gli altri? Come possiamo coinvolgere nella nostra storia persone che non abbiamo mai visto e che non conosceremo mai e le persone care che ci circondano, senza sacrificare noi stessi in questa impresa? Quanti compromessi siamo disposti ad accettare prima di disgregarci nell’acido della pressione sociale, delle aspettative che gli altri nutrono su di noi? Come faccio a rimanere io, cercando di arrivare agli altri?

La risposta consiste nel cancellare la domanda. Solo quando smetteremo di preoccuparci di cosa gli altri pensano di noi, quando smetteremo di agire secondo quello che crediamo siano le loro aspettative, saremo davvero in grado di arrivare agli altri. Perché semplicemente questo è il modo più lineare e immediato per essere se stessi. Il problema è che quando sentiamo dirci che dobbiamo essere noi stessi nessuno ci spiega perché mai dovremmo farlo, danno tutti per scontato che essere tali produca dei benefici, ma nessuno si prende la briga di dirci quali siano. Io sto per farlo. Perché è vero che è la cosa migliore che possiamo fare e lo è per una ragione ben precisa: è il miglior criterio selettivo dei nostri interlocutori. E dato che come abbiamo appena visto, il problema per eccellenza dell’essere umano è quello della possibilità della comunicazione con gli altri, la selezione di questi ultimi, è decisiva per la nostra sanità mentale e in definitiva per cercare di vivere una vita degna di essere vissuta. Essere noi stessi è il criterio di selezione a grana più fine che esista e garantisce di limitare al massimo i sacrifici, massimizzando i profitti in termini di fedeltà a se stessi. Questo non significa che il processo sia strettamente algoritmico: noi non siamo individui già belli e finiti che si relazionano ad altri individui già belli e finiti. Per buona misura, la nostra identità si crea nel circolo ermeneutico delle relazioni interpersonali ed è il risultato di tutte le immagini sovrapposte che creiamo di noi. E visto che esse esistono solo in virtù di un pubblico di spettatori, siamo “qualcuno” solo nel reticolo pubblico delle immagini che costruiamo. Noi non avremo quasi mai il controllo su come impatteranno la vita di chi ne verrà in contatto e quindi non avremo quasi mai il controllo su quello che le persone penseranno di noi, ecco perché dobbiamo impegnarci a creare una storia che piaccia principalmente a noi. Sulla base di quella immagine ci circonderemo di persone che ci vorranno così come siamo, che trarranno piacere dal nostro modo di pensare, con cui combaceremo lungo i bordi delle nostre personalità, senza doverli modificare in modi che non ci piacciono. Si tratta di rovesciare il mito platonico degli androgini, quello per cui andiamo alla ricerca degli altri perché siamo incompleti. Al contrario, una relazione proficua con gli altri e con il mondo è quella in cui facciamo fiorire la nostra (in)completezza. Non c’è mai quindi un pezzo definitivo che completa il puzzle, ma quel puzzle continua a crescere all’infinito, rimanendo quindi per sempre incompleto. Non saremo mai completati nè da noi stessi, nè dal mondo, nè dagli altri. Il nostro processo di autocreazione andrà avanti fino al momento della nostra morte. Lungo la strada tuttavia, possiamo trovare persone con cui condividere la nostra incompletezza, la nostra parzialità.

Essere completi significa conoscere abbastanza la propria incompletezza da risultare in essa completi, accettare il dramma dell’insuperabilità di questo limite e smettere di cercare di superarlo per aderire ad esso. Jordan ha aderito ai suoi limiti, ecco perché ci sembra che non ne abbia avuti. Ha incarnato le sue mancanze e, così facendo, non si è fatto sopraffare dal desiderio irrealizzabile e logorante di oltrepassarli, ma ha dato loro forma, li ha compresi. E così ha reso quella mancanza che tutti ci portiamo dietro, la sua potenza. Ha ritagliato la sua immagine e la sua storia lungo i bordi estremi dei suoi limiti, non cedendo mai al soddisfacimento delle aspettative che gli altri nutrivano su di lui e che non coincidevano con i suoi interessi. Grazie a questo artificio prospettico a noi sembra che abbia annullato quei limiti. Perché quelli non stanno in ciò che possiamo fare (come ha dimostrato Jordan nella sua vita), ma nel fatto che qualunque cosa faremo, non saremo mai paghi in modo definitivo. Ecco perché, fino alla morte, continueremo a trasformarci, a cercare di completarci, senza riuscirci, perché non c’è niente da completare se non c’è una forma ideale a cui conformarsi. Senza di essa abbiamo campo libero per creare la nostra storia come ci pare, liberi da ogni vincolo. Non esiste un obiettivo finale da raggiungere: il progresso nella vita si valuta non in relazione alla meta a cui che dovremmo arrivare, ma in base all’allontamento dal punto di partenza. Ogni meta infatti sarà sempre momentanea, un punto di partenza per un altro cammino, una fionda verso un nuovo obiettivo. Ci approssimiamo al finale definitivo, ma lo facciamo all’infinito e così non vedremo mai quella fine. Possiamo solo goderci il gioco della creazione mentre lo compiamo, il suo senso è giocarlo, non finirlo. Vincere significa divertirsi mentre si sta giocando. Non c’è un livello di vittoria superiore, nessun premio. Questo significa vivere in un eterno presente, dilatarlo e dare ad ogni istante un valore assoluto che si esaurisce in se stesso e ha valore solo in relazione a se stesso. La sfida è giustapporre così tanti momenti del genere da non avere letteralmente il tempo per fermarsi a rimpiangere il passato, essere subissati da una bellezza tale da toglierci tutte le energie, perché saremo sempre occupati ad apprezzare un presente perennemente gradito.

Nel quinto episodio della serie ci sono alcune riflessioni sulla figura pubblica di Jordan. Nathan McCall, giornalista del Washington Post dal ’89 al ’98, dice che Jordan verrà dimenticato, mentre Alì sopravvivrà perché è diventato un volto dell’attivismo e ha usato la sua notorietà per una causa superiore, quella dei diritti dei neri. Michael Jordan afferma che questa scelta può essere definita egoistica, ma sa che non può lasciarsi definire dalle aspettative che gli altri nutrono su di lui e che deve impegnarsi a fiorire nel modo in cui sa farlo: sul campo da basket e non su un podio elettorale. Egli proprio ignorando la lotta, non si è lasciato definire da essa: ha scelto di essere Michael Jordan con tutta la sua complessità, irriducibile allo scontro per una sola delle sue caratteristiche che non ha scelto, come il colore della pelle. Ha deciso di definirsi sulla base delle sue azioni sul campo, ha deciso i criteri in base ai quali essere giudicato e non ha lasciato che nessun altro li decidesse al posto suo: questa è la libertà. Questa è la vera lotta. Forse, proprio rimanendo saldamente un individuo, raccontando la sua storia nel modo che lui riteneva più opportuno, selezionando i suoi interlocutori e lasciando al pubblico il diritto di fare ciò che vuole con quella storia, Jordan è stato l’attivista più importante di tutti. Ha insegnato a costruire la propria strada, non gridando che si può fare, ma mostrandolo praticamente, mostrando la passione e la dedizione per il basket, facendolo diventare simbolo di tutte le passioni e di tutte le dedizioni. Di tutte le auto-creazioni libere e individuali.

Uno spot della Gatorade incitava ad essere come Michael Jordan, nella misura in cui questo comportava bere bevande Gatorade. Ora sappiamo che essere come lui significa essere come se stessi.

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