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L’importanza del Pride e del coming out nel 2020: la parola ai protagonisti

Giugno è il mese del Pride, ma il coronavirus ha interrotto anche le parate che accompagnano questa recente tradizione, arrivata a Roma solo nel 1994. Il Pride però non è fatto solo di parate, glitter e bandiere: è l’anniversario del mese in cui, il 28 giugno 1969, ebbero inizio i moti di Stonewall, provocati dalla retata della polizia allo Stonewall Inn, un gay bar di Christopher Street a New York. All’epoca le irruzioni nei bar gay, gli arresti, i pestaggi e gli omicidi mascherati da suicidi erano molto frequenti, ma Stonewall fu la goccia che fece traboccare il vaso. Le proteste durarono per tre giorni; il governo inviò le pattuglie antisommossa, addestrate per contrastare le proteste contro la Guerra del Vietnam, per placare la situazione. Al giorno d’oggi, questo ci può ricordare qualcosa. Le proteste anitmilitari, ma soprattutto il movimento per i diritti civili, hanno creato le condizioni storiche che hanno resto possibile Stonewall e tutto ciò che ne è conseguito. I manifestanti trasformarono “Black Power” in “Gay Power” e così ebbe inizio la lunga lotta politica per rivoluzionare una società discriminatoria ed incapace di accettare la diversità.

In Italia si sono venute a creare diverse associazioni per sostenere le persone LGBT, sia nell’affrontare situazioni di discriminazione e violenza che per essere di aiuto e sostegno nel processo di coming out. Abbiamo intervistato Giulia Barozzi che ci parlerà della Rete ELGBTQI* del Trentino Alto Adige Sudtirol e del suo ruolo nella coordinazione delle altre organizzazioni sensibili presenti sul territorio.

Giulia: “L’associazione si chiama rete ELGBTQI* del Trentino e delle organizzazioni sensibili ed è l’organizzazione sensibile del Trentino Alto Adige Sudtirol. È una forma particolare di associazione perché è un ente di terzo settore che nasce dai modelli di rete, di lavoro sociale e di comunità con l’obiettivo di generare risorse. Nel mio caso facevo riferimento alla mia supervisore che aveva il compito di coordinare le risorse sensibili disponibili di vari enti, dall’associazione AMA ad Arcigay Trento e Bolzano, al Centro Studi di genere ad altre associazioni, per fare sensibilizzazione. Tra le attività più importanti gestite dalla rete ci sono gli sportelli di counseling rivolti a tutti coloro che vogliono capire la propria identità sessuale e/o orientamento sessuale. Questi sportelli sono tenuti da una counselor professionista che può accompagnare le persone in un percorso di conoscenza profonda di sè e di emancipazione. Io nel mio tirocinio ho svolto una campagna di sensibilizzazione per la varianza di genere in età evolutiva, una delle grandi mancanze della nostra società, giungendo, così, ad affrontare un altro importante tema: la sensibilizzazione della componente genitoriale. Ho, infatti, creato insieme al Punto Famiglie, che è un’area dell’associazione AMA, due incontri rivolti ai genitori sull’educazione sessuale. La cosa più importante che ho imparato è che non bisogna dare per scontata l’identità sessuale della persona che abbiamo di fronte. Solo così, infatti, si può correttamente entrare in relazione con quella molteplicità di minoranze che è la comunità LGBTQ+ ed è solo così che si può combattere il pregiudizio. La repressione di tutta la comunità LGBTQ+ deriva, infatti, dal rigido binarismo imposto dalla nostra realtà sociale ed è per questo che diventare consapevoli della molteplicità di identità sessuali è l’unica strada per l’emancipazione”

La consapevolezza della propria identità sessuale ha un suo step fondamentale nel coming out. Coming out, ci spiega sempre Giulia, significa letteralmente “uscire fuori dall’armadio” espressione che, traslata in metafora, acquista un altro senso- ovvero quello di abbandonare una situazione di costrizione imposta dai condizionamenti sociali ed esprimere liberamente la propria identità sessuale. Questo dev’essere un atto di liberazione, ed è proprio per questo che non bisogna pensarlo come un momento di sofferenza ma di gioia. È stato questo il percorso di Mattia, Andrea, Manon, Robert e Rebecca che hanno deciso di condividere la propria esperienza, con il desiderio che possa spronare tutti coloro che non hanno ancora avuto la forza o la possibilità di esprimersi liberamente (quelli riportati sono degli estratti delle testimonianze; per chi volesse leggere le testimonianze complete è possibile scaricare il file PDF riportato in coda all’articolo)

Mattia, Italia

Caro Mattia del passato,

Lo so, in questo periodo stai brancolando nel buio. Brancoli perché tu in realtà sai già qual è la risposta a quelle domande, perché sai come sei fatto dentro e ti stai solo trattenendo, perché dove sei cresciuto ti hanno insegnato che quello che pensi di essere è sbagliato. La vera domanda che dovresti porti è “Chi sono queste persone per dirmi che sono sbagliato agli occhi di Dio e della società?”. Durante la prima lezione di religione delle superiori, il tuo prof disse: “Siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio. Ai suoi occhi siamo TUTTI perfetti e chi vi dice che siete sbagliati, commette un peccato”. Queste parole saranno salvifiche per te, che sei cresciuto in un piccolo paesino, che sei nato in una famiglia in cui la religione ha un peso non indifferente, che hai passato le tue notti a piangere e pregare di non essere nato così e che quella stai passando è solo una fase. Effettivamente lo è, è una fase di buio prima di vedere quella luce che rifrangendosi sulle tue lacrime darà origine ad un bellissimo arcobaleno che ti porterai dietro per tutta la vita. Fortunatamente riuscirai a ripararti da chi ti insulterà per strada e a riderci sopra. Non ti nascondo che la prima volta che ti capiterà farà male ma poi capirai che non è colpa tua se la gente è così stupida e imparerai a trattarli a modo. Incontrerai molta di questa gente, purtroppo, ma non dimenticare che accanto a te ci saranno i tuoi amici; per loro sarai sempre il solito Mattia, nessuno ti volterà le spalle, anzi ti aiuteranno ad attraversare questi momenti difficili. In famiglia non sarà lo stesso, o meglio, ancora non posso dirtelo. La paura rimarrà sempre tanta. La tua paura, che è anche la mia, è di essere sbattuto fuori di casa e di diventare la pecora nera della famiglia. Probabilmente loro sanno già tutto ma tu non ne sarai ancora molto convinto e continuerai a trattenere questo segreto nella speranza che non ti logori continuamente l’anima. Ora buona fortuna e ricordati: “If you don’t love yourself, how in the hell you gonna love somebody else? Can I get an Amen up in here?

Andrea, Italia

In un mondo ideale nessuno dovrebbe aver bisogno di dover giustificare le sue preferenze sessuali o romantiche. Tutti meritano amore e dignità, sia che si identifichino come uomo, donna, o nessuno dei due. Il nostro, però, non è un mondo ideale, anzi. Il nostro è un mondo dove vengono organizzati seminari sulla felicità VIETATI alle persone omosessuali; un mondo dove, a Bologna, due amici vengono circondati fuori da un locale e presi a pugni e calci perché omosessuali; dove, a Padova, due ragazze sono ricoperte di insulti su internet e sfrattate da una Casa dello Studente a causa del loro orientamento sessuale; un mondo dove una ragazza viene isolata dai suoi colleghi sul posto di lavoro perché lesbica; dove, a Massa, Giulia si vede negare l’affitto anche dopo aver versato i soldi e compilato i documenti necessari perché il proprietario si rende conto che Giulia un tempo era Tiberio; dove, a Roma, un ragazzo viene fatto scendere da un taxi per aver dato del “tu” all’autista perché “Del tu lo dai ai tuoi simili. Frocio;” un mondo dove l’artista 53enne Umberto Rainieri viene ucciso con un pugno in pieno volto che gli fa battere violentemente la testa sull’asfalto. Il nostro mondo è una polveriera di discriminazioni legate al sesso, alla religione, alla razza. È per questo che l’anno scorso ho capito l’importanza del coming out. Fare coming out non solo conferisce il giusto peso e la giusta importanza ad anni di lotte e battaglie sociali ma permette anche ad un componente della comunità LGBTQ+ di riconoscere i propri desideri sessuali e sentimenti romantici con il conseguente obiettivo di soddisfarli e di riconoscersi come individuo completo nella propria società. Il coming out permette ad una persona di essere completamente sé stessa e, soprattutto, è un’ispirazione per chi non ha ancora avuto il coraggio di rivelare propria identità per paura di essere diverso o sbagliato. Le storie al pride, i coming out di esponenti dello spettacolo e i personaggi di film e serie TV, sono gesti all’apparenza semplici, ma fondamentali esempi di libertà che mi hanno dato la forza e il coraggio di fare coming out. Ho capito che davvero ognuno di noi, inconsapevolmente o no, può essere un’enorme ispirazione per qualcuno nella sua stessa situazione. Quello con la mia famiglia è stato il più difficile, ma anche il più liberatorio. È come se il vero Andrea avesse iniziato a vivere davvero un anno fa. Quello che mi sento di dire a chiunque legga questa mia testimonianza è che ognuno di noi ha il diritto di vivere la propria vita al meglio essendo sé stesso. Se vi sentite sbagliati o fuori posto, sappiate che non siete soli. Quello che state provando l’hanno provato altre persone prima di voi, lo stanno provando altre persone con voi e purtroppo lo proveranno altre persone dopo di voi. Nonostante la sfiducia nei confronti dell’umanità salga di giorno in giorno, io credo fermamente che insieme possiamo fare la differenza. L’unica cosa che non dovete mai dimenticare è che voi VALETE e MERITATE DI ESSERE FELICI. Abbiamo solo una vita, non sprechiamola.

Manon, Francia

Il mio primo coming out è stato al liceo, avevo quindici anni e ho detto ad una ragazza della mia classe che stavo uscendo con una delle nostre compagne, che era nella mia compagnia di amici. Inizialmente avevo paura a dirlo alla mia famiglia, perché avevo sentito mio padre fare commenti omofobi fin da quando avevo 8 anni, dicendo per esempio che due donne o due uomini non dovrebbero stare insieme o avere bambini perché non è naturale. Mi aspettavo che sarebbe stato furioso e persino che mi avrebbe cacciata di casa, perciò non ho detto nulla per molto tempo. Non è mai successo in modo ufficiale, stavo parlando con mia mamma e con la mia sorella maggiore. L’amica di mia sorella aveva appena partorito e stava dicendo che sarebbe stata delusa se da grande avesse scoperto che è gay. Ho detto loro che non si dovrebbero avere figli se non siamo pronti ad accettarli per quello che sono, se quello che vogliamo è solo che siano uguali a noi. Sono parecchio impulsiva quindi ho finito per dire a mia madre “E comunque anche io ho avuto delle relazioni con delle ragazze, sei delusa?”. Lei mi ha risposto di no, che se lo aspettava. Un paio di settimane dopo mi ha mandato un messaggio chiedendomi se lo poteva dire a papà dato che non ci sono segreti fra di loro. Dopo averlo fatto mi sono sentita molto meglio perché ora posso essere veramente me stessa con la mia famiglia, anche se non voglio ancora dirlo alle mie nonne. Mio padre ha cambiato idea sull’omosessualità, ed è molto più aperto mentalmente.

Robert, Polonia

Mi chiamo Robert, sono transessuale e queer nel senso più ampio del termine. Il mio processo di coming out è stato molto lungo ed è stata una delle cose più difficili che io abbia dovuto fare nella mia vita. Sapevo che i miei genitori mi avrebbero accettato, ma ero anche pienamente consapevole che sarebbe stato difficile per loro. Dichiararmi transgender nel mio caso non si limita a cambiare il modo in cui mi presento alla società, ma implica anche una serie di trattamenti medico sanitari (ormoni, interventi chirurgici) e un sacco di beghe legali. Nel mio Paese per poter cambiare legalmente genere e nome devo denunciare i miei genitori e portarli davanti ad un giudice. È un processo assolutamente ridicolo che presto dovrò affrontare. Pensavo che il coming out sarebbe stato una grossa frattura nella vita di tutti i membri della mia famiglia, ed è stato così. Ha portato con sé molta preoccupazione ed angoscia, ma alla fine ne è assolutamente valsa la pena per tutti noi, perché ci ha avvicinati molto come famiglia e per la prima volta in questo nucleo familiare posso essere veramente me stesso, non una versione falsa. Il coming out è sempre difficile, e solitamente non si tratta di una conversazione semplice. In retrospettiva, il mio sembra positivo e privo di problemi, ma al momento è stata l’esperienza più terrificante e spiacevole che io abbia mai avuto. Ho imparato che il cambiamento è sempre spiacevole all’inizio. Che si tratti di una nuova scuola, di un nuovo lavoro o anche di qualcosa di meno importante, inizialmente porta sempre con sé instabilità e la necessità di affrontare nuove acque spaventose. Ma poi le cose si rimettono a posto e anzi, migliorano. Questo maggio l’Associazione Internazione di Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transessuali (ILGA) ha pubblicato una graduatoria dell’omofobia nei Paesi Europei. La Polonia è alla fine della lista. È un posto davvero terrificante per essere LGBT. Il dibattito sui diritti LGBT ha conquistato la rete e si leggono molti commenti negativi, ma solitamente quando ci ritroviamo ad affrontare la realtà e gli esseri umani, questi possono reagire con gentilezza inaspettata. Con questo non voglio minimizzare la sofferenza degli altri –personalmente però ho incontrato molto meno odio violento di quanto mi sarei aspettato, il che vuol dire che non sono ancora stato aggredito o molestato, e mi rendo conto che questi sono standard molto bassi.

Rebecca, Italia

Ho detto a mia madre che mi piacevano anche le ragazze più o meno a 15 anni. Il mio “anche” non dev’essere stato facile da capire per lei, che non conosceva il concetto di bisessualità. Tutti quei “E’ solo una fase” e la paura mi hanno convinta che fosse meglio ignorare la cosa ed è esattamente quello che per molti anni ho fatto, con fermezza e radicato spirito di negazione. Più di tutto avevo paura di sentirmi dire quello che molte persone bisessuali che conosco si sono sentire dire: “è una fase”, “sei solo indecisa”, “non sei stata con abbastanza ragazze per essere credibile” o ancora “lo fai solo per impressionare gli uomini”. Una sorta di discriminiazione su entrambi i fronti, questo era quello che mi spaventava. Una sera il ragazzo con cui stavo uscendo mi ha chiesto a bruciapelo a cena “Sei bisessuale?” e lì mi sono resa conto di quanto fossi in negazione. Sono andata nel panico e ho sbottato “No!” prima di alzarmi e rifugiarmi in bagno. Era come se mi fosse scattata una sirena in testa ed un segnale al neon rosso lampeggiante mi dava della bugiarda ogni volta che chiudevo gli occhi. Ora i miei amici lo sanno – almeno i miei amici più stretti e quelli con cui è uscito il discorso non ho distribuito volantini. L’ho rispiegato a mia madre, dicendole che cosa significa essere bisessuale; la situazione è ancora complicata, ma so che lei mi vuole un mondo di bene e sta facendo del suo meglio per capirmi. Non è stato facile, ma questo processo mi ha resa la persona che sono oggi. Mi ha dato forza e sicurezza, perché ho sentito moltissimo appoggio da parte dei miei amici e moltissimo amore e tentativo di comprensione da parte di mia madre – sono stata fortunata. Se potessi parlare alla me di cinque anni fa le direi di essere forte, di prendersi il suo tempo e di non dubitare mai dell’affetto di sua madre o dei suoi amici. Di non sentirsi in colpa, di non sentirsi una bugiarda e di accettarsi. Le darei questo consiglio: “live your truth”, con orgoglio.

Tutti questi desideri individuali di rivendicazione trovano nel pride il più bel momento di condivisione. Il coming out come atto liberatorio e il pride come rivendicazione collettiva della libertà sessuale sono i due momenti fondamentali per un sempre più consapevole sviluppo etico e morale della società. Alla luce degli avvenimenti recenti non possiamo dire che la lotta per l’uguaglianza sia terminata. La discriminazione esiste ancora e non solo contro le persone LGBTQ+, ma verso tutte le minoranze. L’impossibilità di prendere parte alle parate non può e non deve farci dimenticare l’importanza del Pride. La marcia dopotutto è solo un’espressione dell’orgoglio, ma finché questo sentimento sarà presente nei singoli individui e finché ci saranno persone, di qualsiasi genere e orientamento sessuale, pronte a promuovere una società meno discriminatoria e più aperta, il Pride non verrà cancellato.

Rebecca Franzin

Studio a Trento, ma sono di Vittorio Veneto (tecnicamente Solighetto). Forse un giorno mi laureerò in Studi Internazionali; nel frattempo, se siete credenti, sentitevi liberi di includermi nelle vostre preghiere.

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