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Kamala Harris – mito o leader?

Tempo fa, alla mia esultanza per l’elezione ad una carica importante di un candidato appartenente alla comunità LGBTQ+, mi era stato detto che questo non era una garanzia per un buon mandato. Era giusto essere felici, tuttavia era giusto separare le due cose: una cosa era che finalmente le minoranze avessero la loro rivincita e un’altra era la persona candidata. Questo mi fece riflettere e pensai che effettivamente è vero: ormai ci esaltiamo – come è giusto che sia – quando l’ultimo della fila arriva prima, ma rischiamo di non focalizzarci su ciò che veramente conta, ossia la capacità di essere un buon leader.

Può questo ragionamento essere applicato a Kamala Harris, la prima vicepresidente donna degli Stati Uniti d’America?  È quasi controcorrente parlare a sfavore della Harris in questo momento storico. Questa è una vittoria che per le donne arriva dopo ben 48 vicepresidenti uomini. Il suo nome resterà per sempre inciso nella storia, le sue parole: “Sono la prima donna vicepresidente, ma non sarò l’ultima” faranno da eco per molto tempo. Kamala è veterana come donna delle prime volte; è stata la prima donna eletta Procuratrice distrettuale a San Francisco, la prima donna nonché la prima afroamericana ad essere eletta Procuratrice generale in California nonché la prima indiana-americana eletta Senatrice. Fare da aprifila non è mai un compito semplice.

Kamala Harris nasce nel 1964 ad Oakland, in California; il padre ha origini giamaicane, mentre la madre è un’immigrata indiana. Si laurea alla Howard University in scienze politiche ed economia, e poi alla University of California ottiene il Juris Doctor il titolo di studio necessario per poter fare l’avvocato negli USA.  Negli anni successivi inizia la sua carriera come procuratore. La sua carriera è tutta in salita: è donna, nera e figlia di immigrati. Tra alti e bassi, la Harris prosegue per la sua strada. È una donna forte, di quelle che non hanno paura a scontrarsi con il mondo: è contraria alla pena di morte, crea un’unità contro i crimini d’odio verso gli adolescenti, lotta per il diritto alla riservatezza sulle varie piattaforme informatiche. Allo stesso tempo però, viene definita uno sceriffo intransigente, tanto che il New York Times scrisse di lei che “è spesso stata dalla parte sbagliata della storia”. Nel corso della sua campagna alle primarie dei democratici- perse poi contro Joe Biden- fu criticata dall’ala più di sinistra del partito, che riteneva che molte delle politiche messe in atto da Harris durante i suoi mandati da procuratrice fossero andate a discapito proprio delle minoranze di cui Harris fa parte. Una delle decisioni che fa discutere maggiormente, quando era procuratrice distrettuale a San Francisco, fu la persecuzione penale dei genitori dei ragazzi con troppe assenze a scuola. Anche se si dice che questa iniziativa volesse servire solo a spaventare i genitori, il beneficio del dubbio rimane. Inoltre, pur essendosi sempre mostrata a favore delle minoranze e della tutela dei ragazzi/e in transizione, difese l’autorità carceraria quando si rifiutò di somministrare le terapie necessarie ad una detenuta in transizione.

Kamala Harris è destinata a rimanere nella storia. È la prima vicepresidente donna degli Stati Uniti d’America. Solo questo basta, sicuramente, a scrivere il suo nome nella storia. Fatto non sicuro, come per tutti i suoi predecessori, è se la ricorderemo anche per il suo mandato.

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