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Fuori-sede cerca casa a casa

Con illustrazioni di CSKZ

Antichi. Arriviamo da lontano, in viaggio perenne, comparsi per le prime volte tra le strade di Bologna e Padova, nati con l’università stessa. In continuo mutamento, pronti a metterci in gioco in una lotta senza fine con città, atenei, famiglie… ed ora obbligati a cambiare l’ennesima volta, a rimetterci in discussione. Quest’articolo è dedicato a molti di noi, la maggior parte: i fuori-sede.

Vuoto generazionale. Fino all’anno scorso poco più del 20% degli universitari decideva di affrontare gli studi da pendolare. Il restante 80% ha sempre preferito andare a vivere nelle stesse città della facoltà scelta, per lo più per restar concentrati e coinvolti nell’ambiente, spesso per necessità dettate dalla scelta di un corso distante da dove si è cresciuti.

Scappiamo in fretta da casa, pronti a stiparci in stanze doppie al terzo piano mal riscaldate. Nel frattempo abbandoniamo le strade delle campagne, delle periferie, dei borghi; la maggior parte del territorio italiano. Lasciamo un vuoto che spazia dai 20 ai 26 anni, un’assenza definita spesso “gap generazionale”, un indebolimento per un tessuto sociale periferico di per sè già anziano (sinonimo cordiale di vecchio, arretrato).

Gli studenti se ne vanno per cercare opportunità, ma finisce che son loro stessi a crearle nelle città in cui studiano. Gli universitari son promotori di eventi, discussioni e spazi.

Se cerchiamo di allargare la visuale fuori da Trento, un po’ a tutta Italia, ci possiamo render conto della portata di questo “gap generazionale” . Pensiamo a tutti gli studenti che ogni anno salgono verso nord dal sud Italia , dalle grandi campagne del centro o dai borghi diroccati nei boschi umbri. In alcune zone questo vuoto si percepisce camminando per le vie, rappresenta una perdita, una ferita che difficilmente si rimargina;

ma quest’anno si potrebbe verificare un inversione di marcia.

Controtendenza. Quest’anno, secondo dati raccolti da UDU (Unione degli Universitari di Trento) e riportati anche dalla stampa locale, il 70% degli studenti universitari che vivevano a Trento ha deciso di non tornarci. Dati simili se non peggiori si presentano in altre città (Bologna e Roma annunciano un 80%).

I motivi di tale scelta sono ovvi, non è questo il momento di ripetere le paure scaturite dalla pandemia. Non è neanche questa la sede per soffermarsi sull’impoverimento sociale, culturale ed economico che ne deriverà per le città stesse; forse molti abitanti si troveranno a mettere in discussione l’opinione sgradevole che finora hanno dimostrato verso la presenza degli universitari.

Ma se proviamo a guardare il rovescio della medaglia di questo dato sconfortante per le città accademiche, molto semplicemente vedremo che il gap generazionale di cui si è appena trattato quest’anno potrebbe non verificarsi. Forse per la prima volta da quando se ne ha memoria, gli studenti universitari saranno presenti in massa nei paesini d’origine. Tutto questo si potrebbe rivelare un arricchimento per quella gran fetta d’Italia periferica che ormai rappresenta solo una risorsa economica e non culturale per il paese.

Cercasi spazio. Il primo grande problema di studiare a casa è proprio fisicamente riuscirci. Non tutti hanno una stanza per loro, ben dotata di silenzio e wifi veloce. Spesso ci si ritrova con fratellini incuranti di cosa comportino degli studi accademici, e gli stessi genitori fanno fatica a lasciare spazio.

Ed ecco che gli studenti si mettono subito alla ricerca di luoghi consoni, qua e là si aprono aule studio di cui nessuno era a conoscenza, spesso in realtà messe a disposizione per anni dai comuni ma che nessuno o quasi conosce.

La necessità di spazi fisici non si ferma a questo, pensiamo alla necessità di laboratori per produrre ed esporre. Ormai l’arte è monopolio delle città da anni, tanto è vero che le poche gallerie che resistono fuori da una realtà urbana sono spesso spazi privati legati a qualche nome aziendale, quindi non indipendenti. Il semplice bisogno avvertito in questo periodo di spazi aperti più dilatati potrebbe spingere artisti ed espositori a valutare questa opportunità, creando nuovi luoghi d’incontro e confronto proprio da e per gli studenti.

Cercasi casa. Ma la necessità di un luogo dove studiare non è l’unica esigenza di chi sta a casa: non siamo solo libri. La cosa piu bella di vivere con altri studenti è la sensazione di essere in un ambiente focalizzato, con l’opportunità di avere maggiori stimoli rapportandosi con chi sta svolgendo un percorso simile al nostro. Ora più che mai si sente il bisogno di circondarsi d’input stimolanti,e la soluzione avviene sempre allo stesso modo: cercando case da condividere.

Molti studenti stanno accettando l’idea di andare a vivere insieme a coetanei a cui si è più affini, come si è sempre fatto; ma per questa volta farlo nei comuni di residenza e limitrofi, spesso quindi in realtà di campagna distante dai bilocali cittadini.

Se ci si pensa bene questo comportamento può avere un enorme impatto.

Inanzi tutto sull’idea che si ha di “giovani” ancor prima che di studenti: si dimostrano intraprendenti sul vivere una vita per quanto possibile indipendente dal nucleo famigliare. Vivere fuori di casa vuol dire conoscersi e mettersi in gioco. Questo spinge molti studenti anche a cercare lavoro, scoprendo che è molto più facile trovarlo fuori da città sovraffollate, spesso con contratti meno flessibili ma meglio pagati.

Poi c’è da considerare la possibilità di riscoprire e valorizzare più attivamente i comuni in cui vivono ora, sia socialmente che economicamente parlando. Ma molto più semplicemente: immaginiamo le possibilità di vivere con coetanei che stanno compiendo anche lo stesso percorso accademico, magari però in tutt’altro ateneo di una città lontana, dove uguali tematiche sono affrontate in modo ben differente. Le possibilità di comparazione e accrescimento culturale sono notevoli.

Il volontariato non è solo in città. Non si cerca solo un posto dove studiare e dove vivere, l’università non è solo libri. Gli studenti spesso sono promotori di eventi, attività sociali, ricerche nel campo, e quant’altro; per fare un esempio si pensi semplicemente al volontariato, spesso supportato in gran parte dagli universitari nelle ore di tempo libero. Nelle città, per quanto sembri impossibile, a volte i progetti più interessanti hanno maggiore domanda di quella necessaria, dovendo “scegliere chi può aiutare” e chi invece si potrà riproporre l’anno seguente. Dopo il Covid molte situazioni di supporto e aiuto come case famiglia e mense per i senzatetto sono entrate in crisi. Il periodo complica notevolmente un’attività che di suo richiede contatto diretto con le persone che rappresentano le classi sociali più a rischio; spesso nelle periferie questo settore è sostenuto da pochi individui ormai stanchi. Ora gli studenti potrebbero rappresentarne un nuovo volto, essendo anche una categoria meno a rischio.

Infine gli studenti hanno l’opportunità di ricercare queste attività dove sono cresciuti,riscoprendo magari un empatia maggiore per quel nostro “vicino di casa” che da sempre vediamo ma che mai abbiamo conosciuto veramente.

Dialogo aperto. Gli universitari per le città sono sempre stati una risorsa economica, sociale e culturale; una fonte rinnovabile di idee e novità. Ma il piu delle volte la loro presenza è stata vista come scomoda e superflua, spingendo le istituzioni e i privati a tentare un dialogo mono-direzionale fatto di obblighi da rispettare, mai di proposte.

Ora sta ai comuni, alle periferie stesse intuire le necessità dei giovani ed assecondarli. Potrebbero essere l’origine della rivalorizzazione delle zone periferiche, che dopo anni di spinta industriale ora sentono la necessità di partecipare ad una cultura italiana sempre di più spaccata in due, divisa fra terra e cemento. Potremmo essere quel collante, quel ponte d’unione fra i due mondi.

Non conviene chiudersi in casa aspettando di tornare a come si viveva prima proprio ora che si presenta l’opportunità reale di cambiare. Ma sta anche agli studenti cercare un dialogo, farsi sentire per quello che si è: presenti.

Biagio Cerantola

Quando il "meno-peggio" diventa l'abitudine, il giornalismo diventa un vizio

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