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La Finlandia: una scuola perfetta?

Intervista ad Anna Maria Zampieri

Per la rubrica “Cara, vecchia scuola”, del collettivo Un’Altra Scuola

“Cara, vecchia scuola”, la rubrica di interviste di Un’Altra Scuola in collaborazione con Sanbaradio, apre il nuovo semestre con un’ospite decisamente più giovane della media. È Anna Maria Zampieri, ex studentessa di Scienze della Formazione a Padova, da appena un anno insegnante in una scuola primaria. Ieri ci ha raccontato una scuola di cui si parla spesso, ma raramente attraverso la voce di chi l’ha vista coi propri occhi: quella finlandese. Grazie ad un Erasmus in Finlandia, Anna Maria ha sperimentato in prima persona pregi e difetti di questo sistema scolastico, ormai tanto osannato da apparirci, in lontananza, quasi utopico. In questa intervista scopriremo se, anche osservato da vicino, meriti la fama che si è guadagnato.

Partiamo dalla nostra solita grande domanda: quali sono secondo te i maggiori problemi del nostro sistema scolastico?

Ritengo che in Italia, purtroppo, manchi soprattutto la consapevolezza rispetto al grande valore della scuola per la società. Questo non solo da parte della classe dirigente, le cui scelte legate alla scuola raramente hanno una progettualità a lungo termine, ma anche della società stessa. Questa poca consapevolezza si riflette nella scarsa collaborazione tra scuola e famiglia, per una mancanza di fiducia alla base del rapporto tra esse, che fa sì che agli insegnanti non vengano riconosciuti il loro valore e la loro grande responsabilità.

Avendo iniziato ad insegnare proprio l’anno scorso, hai notato un cambiamento nel rapporto tra scuola e famiglie, rispetto a prima della pandemia?

Da una parte il rapporto si è rafforzato: l’esigenza di incontrarsi anche al di fuori delle mura scolastiche, ma con mezzi diversi rispetto alle solite “due parole” dopo la fine delle lezioni, ha migliorato e intensificato la comunicazione con alcuni genitori. Con altri, purtroppo, e anche con alcuni studenti, soprattutto durante la quarantena, il rapporto è stato molto più difficile se non quasi assente.

Di questi problemi ti eri resa conto già prima, negli anni della tua formazione, o soprattutto dopo l’esperienza in Finlandia e con l’inizio del lavoro vero e proprio?

Diciamo che è una consapevolezza che è emersa gradualmente. Un primo punto a favore della formazione che ho ricevuto è che sono stati proprio i miei studi a farmi desiderare un’esperienza nuova e in un contesto diverso e in particolare in quello della Finlandia, di cui avevo sempre sentito tessere le lodi. L’esperienza in Finlandia e i moltissimi spunti che ne ho tratto hanno poi fatto maturare la mia riflessione. Cominciando a lavorare, infine, mi sono dovuta scontrare con la realtà, con tutte le sue problematiche ma anche i suoi aspetti positivi.

Raccontaci allora della tua esperienza in Finlandia: quali sono gli aspetti che hai apprezzato di più e che ti piacerebbe portare in Italia?

In Finlandia ho avuto la fortuna di frequentare un’università che aveva una scuola primaria all’interno del campus: questo permetteva uno stretto contatto e un continuo scambio fra vecchie e nuove generazioni di insegnanti. Ciò che ho apprezzato di più di questo ambiente si può riassumere in: un circolo virtuoso di autonomia, responsabilità e fiducia; il concetto di “benessere” nella scuola; infine, l’enfasi sull’ambiente di apprendimento.

Il circolo virtuoso autonomia-responsabilità-fiducia, cioè il dare una certa libertà in cambio di responsabilità ed efficienza, riguarda sia gli insegnanti che gli studenti. I bambini, ad esempio, cambiavano classe autonomamente all’intervallo e spesso venivano a scuola da soli. Per gli insegnanti, invece, questo si riflette sulla formazione: è un percorso molto difficile, che richiede una grande vocazione e non tutti coloro che lo tentano hanno successo. Forse proprio l’alto grado di responsabilità assunta dagli insegnanti si trasforma in fiducia da parte di tutta la società finlandese, che ha un grande rispetto per loro.

Il concetto di “benessere” si esprime invece, innanzitutto, in una scuola vista quasi come una seconda casa: i bambini devono togliersi le scarpe prima di entrare, e possono godere di spazi che replicano proprio quelli di una casa, come la cucina. È un aspetto molto forte non solo alle elementari ma anche alle superiori: la scuola è una casa e gli insegnanti sono persone che ti accompagnano e ti aiutano a crescere.

In effetti è questa l’immagine della Finlandia che emerge dai media, ma che per molti versi è difficile pensare di replicare in Italia. Quali soluzioni, secondo te, sarebbero altrettanto efficaci qui da noi, e quali aspetti sono invece propri della cultura finlandese? 

Di certo alcuni aspetti sono legati alla cultura, ad esempio l’idea di giustizia e correttezza molto radicata. Tuttavia, se ogni insegnante provasse a mettere in pratica l’idea di dare una giusta autonomia correlata ad una grande richiesta di responsabilità, da parte di tutti coloro che sono coinvolti nel sistema scuola, dagli studenti ai genitori alle amministrazioni locali, sarebbe già un enorme passo avanti. Anche l’idea di benessere potrebbe essere replicata: sarebbe certo più facile con le strutture edilizie e la strumentazione adeguata di cui spesso le nostre scuola non dispongono, ma ho visto molti insegnanti riuscire comunque con le proprie forze a creare l’ambiente giusto per l’apprendimento.

Quali sono invece gli aspetti della scuola italiana che hai imparato ad apprezzare, proprio attraverso il confronto con un sistema diverso?

Una tradizione sicuramente molto più radicata qui in Italia è quella dell’inclusione della diversità, in tutte le sue accezioni. In Finlandia, ad esempio, esistono ancora le scuole speciali; questo è sicuramente un punto a favore dell’Italia, sebbene anche noi siamo ancora in un percorso di crescita. L’altra nostra ricchezza è il patrimonio lasciato da pedagogisti illuminati come Maria Montessori o Alberto Manzi: una ricchezza che andrebbe valorizzata molto di più, senza dimenticare che ci sono già tantissimi insegnanti pieni di capacità e di buona volontà per innovare i propri metodi di insegnamento.

Le opportunità di vivere esperienze dirette all’estero, come il tuo Erasmus, sommate alla quantità di informazioni sempre a nostra disposizione in Internet, impensabili fino a qualche decennio fa, stanno sicuramente influendo sulla visione della scuola non solo degli insegnanti, ma di tutti gli attori coinvolti in questo sistema. Con il tuo sguardo sì interno, ma più nuovo e fresco rispetto a chi nella scuola lavora da tanti anni, sapresti dirci se secondo te si sta “muovendo qualcosa”? 

Sì, sono fiduciosa che qualcosa si stia muovendo, in primis proprio perché l’Italia fa parte di qualcosa di più grande: l’Unione europea. Io apprezzo moltissimo le linee guida nazionali che seguiamo oggi proprio perché sono modellate sulle competenze chiave del Consiglio dell’Unione europea, seguite anche dalla Finlandia. L’idea di tendere a degli obiettivi comuni a tutti gli stati europei incentiva sì a migliorare, ma a volte purtroppo rimane anche sulla carta, soprattutto perché la formazione continua degli insegnanti, che dovrebbe seguire la formazione iniziale, è spesso carente se non quasi assente, non obbligatoria e poco chiara.

Come hai trovato, personalmente, la formazione ricevuta nei tuoi anni di studio? 

Sono molto soddisfatta del mio percorso di Scienze della formazione primaria a Padova. Prima di tutto a livello di contenuti, sia per la conoscenza delle singole materie (italiano, matematica, storia) che per la didattica, ma anche a livello pratico, di laboratorio e si esperienza diretta nelle scuole. Infine, il livello della riflessione, sulle buone pratiche di insegnamento e su di sé come insegnanti, che penso abbia guidato il mio percorso di formazione anche ai primi due livelli. Questo per me è decisamente un punto a favore, anche perché ora, lavorando concretamente a scuola, mi sembra che altri aspetti più burocratici o marginali tendano invece a sovrastare quello della riflessione, che secondo me dovrebbe essere il più importante.

E che, secondo te, in Finlandia è più valorizzato?

Sì, indubbiamente, perché anche tra gli insegnanti è radicato il concetto del “benessere”, cioè che a scuola si debba star bene. Sembra banale, ma le aule insegnanti in Finlandia sono spazi enormi, con sofà e poltrone, persino piccole cucine, e diventano luoghi d’incontro e di scambio reciproco fra loro come professionisti e come persone. In Italia, invece, ho la sensazione che gli insegnanti siano un po’ abbandonati a loro stessi e poco riconosciuti.

Di certo non c’è lo stesso apprezzamento nei confronti del ruolo dell’insegnante e della sua importanza per la società intera, un’importanza di cui la Finlandia sembra quindi essere più consapevole. Per concludere, ti chiedo: secondo te la fama internazionale di cui gode la scuola finlandese è effettivamente meritata?

Sì, assolutamente, e spero che si potrà prendere sempre più esempio da tutto ciò che di buono ha da offrire, anche per migliorare la società. Io posso dire che questa esperienza in Finlandia mi ha fatta crescere non solo come insegnante, ma come cittadina.

Potete trovare il podcast completo dell’intervista nei canali Spotify e Apple podcast di Sanbaradio e al link www.sanbaradio.it

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