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La filosofia dell’assurdo tra Nietzsche e Camus

Il mito di Sisifo risale ad Omero, e, nelle sue varianti, ci presenta un uomo reo nei confronti degli dei. Si è incerti su quale sia veramente la colpa di Sisifo. Si dice che egli sia colpevole di aver denunciato il rapimento di Egina da parte di Giove, o addirittura che sia riuscito ad incatenare la morte. Ciò che più interessa, però, è la punizione divina che viene riservata a Sisifo: confinato negli inferi, Sisifo è costretto a spingere un macigno fino alla cima di un monte. La tragicità di questa punizione sta nel fatto che l’opera di Sisifo non sarà mai completata, infatti ogni volta che il masso sarà giunto vicino alla cima, rotolerà giù e Sisifo dovrà inseguirlo e ricominciare la salita

Albert Camus (1913-1960), scrittore algerino, ci offre la sua interpretazione di questa risalita eterna nell’opera “Il mito di Sisifo“, pubblicata nel 1942,  facendo del colpevole Sisifo il prototipo dell’eroe assurdo. Immaginiamo un uomo che sosta in ginocchio ai piedi di una montagna infernale, la sua pelle gronda di sudore, il suo sguardo si leva verso la cima. Nei suoi occhi non risplende la minima luce di speranza, eppure egli con gioia si rialza e comincia a camminare. Quest’uomo è Sisifo, la sua schiena è schiacciata da un grande macigno, che egli trascina su per la montagna. Sul suo destino pesa una condanna, la colpa eterna di un uomo che ha osato sfidare gli dei. Sisifo guarda la cima e se ne avvicina sempre di più, ma proprio quando sta per raggiungerla, ecco che il masso rotola giù, Sisifo lo rincorre fino a valle, lo afferra di nuovo e ricomincia a camminare. L’incessante ripetersi di questa commedia è il castigo di Sisifo. Per questo eroe non dovremmo provare pena, ma ammirazione: Sisifo non è affatto frustrato, perché egli, al contrario dell’uomo comune, non desidera raggiungere la cima. 

L’uomo del Novecento è esattamente come Sisifo, un uomo in lotta verso una cima che sa di non poter raggiungere. Dietro le sue spalle si ergono secoli addormentati da sublimi illusioni (il Progresso, l’esistenza di Dio ecc..),  davanti a lui si stende la notte eterna, ricolma di stelle spente che lasciano spazio al vuoto più buio. Accanto a Sisifo camminano tutti gli uomini smarriti. Tra questi ricordiamo K., l’anonimo protagonista del romanzo “Il Castello” di Franz Kafka (1922) . K. è un agrimensore chiamato a lavorare in un villaggio. Tuttavia non svolgerà mai tale funzione, che pare essergli stata assegnata per errore dai funzionari del Castello, un complesso misterioso che avvolge il villaggio tenendo i suoi abitanti all’oscuro di tutto. L’intera vicenda di K. è l’inutile tentativo di raggiungere il Castello alla cima del villaggio, in cerca di spiegazioni. K. aspira alla stessa cima a cui Sisifo rinuncia, pur continuando a camminare.

Gran parte della filosofia del Novecento, a partire da figure come quella di K., ci mostra un uomo rimasto solo, abbandonato e schernito, orfano della verità. Tutto questo ha come solenne punto di partenza il grido di Zarathustra, il profeta di cui il filosofo Friedrich Nietzsche (1844-1900) si serve per annunciare agli uomini che Dio è morto. La precedente espressione non significa semplicemente che l’uomo moderno ha smesso di credere in Dio, ma deve essere assunta nelle sue più tragiche conseguenze: non esiste più nessun principio che giustifichi l’azione degli uomini, nessuna espiazione per le loro colpe, nessun valore stabile a cui essi debbano richiamarsi. La morte di Dio distrugge la nave delle certezze che avrebbe dovuto trasportare l’uomo al sicuro verso la riva dell’eternità e lo lascia alla deriva, naufrago nel mare del nichilismo. Così Nietzsche, ne “La volontà di Potenza“, definisce il termine “nichilismo”:

Che cosa significa nichilismo? Significa che i valori supremi si svalutano. Manca lo scopo. Manca la risposta al “perché?”

Il nichilismo è l’orizzonte del non senso. Non esiste niente né prima né dopo di noi che possa sorreggere la nostra esistenza, nessuna condotta morale su cui dobbiamo basare le nostre azioni, eppure la vita resta la stessa, con tutte le sue contraddizioni. Se Dio non esiste tutto è concesso, non c’è nulla di sbagliato a priori, e gli stessi concetti di “bene” e “male” diventano irrilevanti. È con il nichilismo che l’uomo prende finalmente coscienza dell’assurdo. Un mondo assurdo è un mondo in cui l’uomo vive come un estraneo, un mondo in cui i conti non tornano mai. Un mondo in cui l’uomo può essere indifferente nei confronti della morte, della fame, del riscaldamento globale. Un mondo in cui ci si può svegliare una mattina e decidere di commettere un omicidio semplicemente perché si è annoiati o perché fa troppo caldo e quest’ultima è la spiegazione che dà in tribunale Mersault, protagonista del romanzo “Lo straniero” di Camus, colpevole di omicidio. Un mondo come quello de “Il processo“, di Kafka, in cui K., che viene arrestato e sostiene la sua innocenza, non si impegna veramente per evitare di essere condannato a morte, come se la faccenda, tutto sommato, non lo riguardasse.

Una vita del genere è veramente degna di essere vissuta? Se siamo condannati a non ricevere risposte e a veder fallire ogni nostro tentativo, perché non rinunciare in partenza? Quella del suicidio è la questione filosofica fondamentale, da cui parte l’analisi di Albert Camus nella sua opera “Il mito di Sisifo“. Secondo Camus, che accoglie perfettamente la lezione di Nietzsche, l’uomo vive una condizione assurda. L‘assurdo è precisamente il divorzio tra la profonda irrazionalità di ciò che accade nel mondo e la drastica esigenza umana di verità. Senza dei principi che guidino la propria vita, l’uomo percepisce se stesso come un viandante smarrito nell’arido deserto dell’oblio. Ognuno di noi desidera impegnarsi per ottenere qualcosa, ma anche colui che rimane sempre coerente con i propri propositi non raggiungerà mai alcuna meta, dal momento che la vita stessa finisce con la morte che è istantaneo annullamento ed eterna dimenticanza. L’uomo assurdo è nostalgico, perché desidera recuperare un’unità con il mondo e dunque continua a gridare, a chiedere perché, ma al contempo sa che il mondo sarà sempre sordo davanti alle sue urla di disperazione. Camus definisce l’assurdo come un peccato senza Dio, dal momento che chi di noi sa che Dio non esiste continua comunque a percepire la vita come un peccato e la sua condizione come incompleta e mancante. Cerchiamo di supplire a questa mancanza elaborando delle strategie e sembra che tutto si riduca al seguente binomio: speranza o suicidio. Ma l’uomo non può fuggire dall’assurdo e la speranza è sterile, perché la cima non sarà mai raggiunta nonostante lo si creda e desideri con fervore.  Ad esempio, la sola speranza che la vita continui dopo la morte non dà alcuna garanzia del fatto che le cose stiano veramente così. Allo stesso modo, il suicidio non risolve l’assurdo, semplicemente lo rifugge.

Speranza e suicidio dunque falliscono perché sono dei tentativi di fuggire dall’assurdo, mentre secondo Camus questo esige di essere vissuto dall’uomo in maniera radicale. L’uomo assurdo non è miope come l’uomo che spera, al contrario è estremamente lucido e la sua dignità sta nella consapevolezza della limitatezza della sua condizione. L’uomo assurdo è l’uomo in rivolta, una rivolta senza speranza, ma non per questo disperata. L’uomo assurdo cerca la molteplicità e la varietà delle esperienze e, come Don Giovanni, può amare molte donne, perché ognuna dà a lui qualcosa di diverso. L’uomo assurdo rinuncia al sogno dell’unità e della coerenza e, come l’attore, mette in scena drammi e personaggi sempre diversi. L’uomo assurdo è un collezionista di sconfitte, egli agisce e crea “per niente”, impegnandosi in un’opera senza avvenire. L’uomo assurdo di Camus, come Sisifo, non conosce sollievo né riposo, solo la vana fatica della lotta gli è familiare. Rinunciando alla cima, cioè a tutte le sterili promesse di verità, sicurezza e gloria futura, accoglie in sé la vita presente, e per questo prova gioia autentica.  Così recita l’epilogo del “Mito di Sisifo“:


Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.

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