Conflitto russo-ucraino: ecco cosa è emerso dalla conferenza della Scuola di Studi Internazionali

Il giorno 10 marzo si è tenuta, presso il dipartimento di economia, una conferenza organizzata dalla Scuola di Studi Internazionali dell’Università di Trento riguardo alle cause scatenanti del conflitto russo-ucraino. Nel corso del seminario si sono affrontati i prodromi della guerra dai vari angoli di prospettiva dei relatori presenti: Neil MacFarlane, professore di relazioni internazionali presso l’Università di Oxford ed esperto di politica estera russa e delle dinamiche regionali dell’area ex Unione Sovietica; Sara Lorenzini, professoressa di storia contemporanea presso l’Università di Trento; Giuseppe Nesi, professore ordinario di diritto internazionale presso l’Università degli Studi di Trento e componente eletto della Commissione del diritto internazionale delle Nazioni Unite (2023-2027); Alessandra Russo, ricercatrice di politiche e relazioni internazionali presso l’Università degli Studi di Trento.

Le premesse dalle quali sono partiti tutti i relatori sono due: l’attuale conflitto nasce dallo sconfinamento militare ingiustificato dell’esercito russo in territorio ucraino e che la NATO, alleanza difensiva dell’occidente atlantista, non ha mai praticamente suggerito di ammettere l’Ucraina all’interno del Patto. Tali requisiti, il primo come conseguenza del secondo, sono i punti su cui il prof.re MacFarlane si è più soffermato:

Sembra che la Russia e Putin siano spaventati dalla NATO e dall’europeizzazione dei paesi dell’ex blocco sovietico. Secondo lei, quanto c’è di “costruito” da parte di Putin? C’è qualcosa di più profondo, che potrebbe non essere compreso dal punto di vista dell’Occidente? Che effetto ha la narrazione portata avanti da Putin a livello nazionale?

MacFarlane: Per quanto riguarda le preoccupazioni di Putin sulla NATO, non c’era alcun motivo di sentirsi minacciato, poiché la NATO (e Putin lo sapeva) non aveva alcuna intenzione di espandersi in Ucraina: il programma di ampliamento della NATO, infatti, richiede che gli Stati producano sicurezza; inoltre, si tratta di un paese troppo vicino alla Russia (come d’altronde la Georgia). Penso che la narrazione portata avanti da Putin in Russia (mistificazione della NATO – che comunque non aveva intenzione di ammettere l’Ucraina) abbia certamente alcuni effetti a livello nazionale interno. Un’altra cosa su Putin, analizzando le sue azioni in Ucraina si può affermare che: ha valutato male la resistenza degli ucraini, ha valutato male la forza della NATO e dell’UE e probabilmente non si aspettava neanche la neutralità della Cina. Sembra che Putin sia disconnesso dalla realtà che lo circonda. Dunque, cosa vuole la Russia? Loro vogliono la neutralizzazione dell’Ucraina, la parte del territorio per poterla annettere alla Russia, l’uscita dalla NATO dei paesi che si sono uniti dopo il 1997 come la Polonia e la Romania. Il fatto che interessa il professore stesso è che la Russia sapesse che la NATO non si sarebbe allargata all’Ucraina, era già nelle carte sul tavolo nel 2008, anche se le aveva promesso l’adesione ma non era stata mai definita; non aver definito la situazione è stato essenzialmente sinonimo di “mai”. Adesso, pensando agli avvenimenti fino ad ora, credo che la caduta dell’unione sovietica sia stata la più grande catastrofe del XX secolo.

Successivamente il prof.re Nesi si è espresso sullo scoppio del conflitto russo-ucraino citando le premesse giuridiche del rapporto russo-ucraino dopo la caduta dell’URSS, per poi parlare di quale sia il rapporto del diritto internazionale rispetto agli Stati cofirmatari che lo infrangono.

Uno dei risultati della caduta dell’Unione sovietica ha simboleggiato nascita di trattati internazionali ed entrata di alcuni paesi, Russia inclusa, nelle Nazioni Unite. Si parlava di un’esclusione della Russia dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è possibile una cosa del genere? È possibile che la Russia esca dall’ONU come ha fatto già dal Consiglio d’Europa?

Nesi: all’inizio dell’attacco a febbraio, è ritornato un vecchio dibattito attorno alla successione diretta, all’interno del Consiglio di Sicurezza ONU, da Unione Sovietica a Russia: nessuno approvava, ma nel diritto internazionale se non obietti è come se approvassi. Tuttavia la caduta dell’URSS non è la fine di questa storia, perché sia la Russia che l’Ucraina si sono sentite obbligate ad avere ulteriori accordi che riguardavano le nuove capacità della Russia. Russia, Ucraina e Kazakistan erano i posti dove le armi nucleari consapevolmente erano presenti, anche durante l’era sovietica: così nel 1994 c’è stato un accordo tra Ucraina e Russia riguardante, appunto, le capacità nucleari. Da una parte c’è stata la promessa scritta in cui i russi dichiaravano che si sarebbero presi cura della propria capacità nucleare e dall’altra rispettava l’integrità territoriale e l’indipendenza dell’Ucraina. Non c’è dubbio che la Russia si stia comportando da aggressore, è il titolo della risoluzione dell’Assemblea Generale adottata a febbraio con 141 voti; dunque, riguarda anche la sua appartenenza al consiglio di Sicurezza, che è la domanda che mi è stata posta. È chiaro che questo può essere fatto solo tramite accordi dai russi. L’unica via di uscita è coinvolgere la Russia per delle negoziazioni, creare un canale di comunicazione e questo può essere fatto solo dalle organizzazioni internazionali, dato che è il loro scopo e la loro competenza. Escludo un’uscita della Russia dall’Onu.

Abbiamo assistito a numerosi atti contro la popolazione civile: bombardamenti a città, ospedali, ecc. In un contesto di guerra, purtroppo, è inevitabile. C’è la sensazione che il diritto internazionale sia incapace di fornire una risposta a tali violazioni.

Nesi: Mi dà l’opportunità di ripetere qualcosa che dico sempre ai miei studenti: la violazione del diritto internazionale non avviene per colpa del diritto internazionale, ma a causa di qualcuno che lo viola. Persino Putin, quando decise di invadere l’Ucraina, indicò le ragioni per cui stava violando il diritto internazionale. La Russia ammise subito che “l’operazione militare speciale” era contro il diritto internazionale, ma allo stesso tempo dichiarò le proprie motivazioni: prima di tutto, la protezione delle minoranze in Donbass (come successe in Crimea nel 2014). Alcuni esperti di diritto internazionale ammettono l’intervento umanitario in caso di situazioni simili. La seconda “scusa”, che venne alla luce con il discorso del 24 febbraio, era l’intenzione dell’Ucraina di unirsi alla NATO. Tuttavia, come ha sottolineato Neal, era qualcosa che aveva percepito la Russia: l’Occidente non aveva alcuna fretta. La terza ragione riguardava l’autodifesa (art. 51 della Carta). Dunque, le violazioni del diritto internazionale sono sempre compiute da coloro che cercano di trovare una scusa per tali violazioni. Non dovremmo sottostimare il fatto che la Russia voglia dare una propria interpretazione del diritto internazionale, individuare delle “eccezioni” al rispetto del diritto. Dico questa cosa perché il diritto internazionale è qualcosa che è lì per restare, che dovrebbe impedire certe azioni. Nell’attuazione delle violazioni, purtroppo, c’è sempre qualcuno che cerca buone ragioni per giustificare l’intervento. Il diritto internazionale, come ogni tipo di ordine legale, ha le sue regole e le sue eccezioni: il problema è capire quando le eccezioni sono giustificate e giustificabili, e questo non è il caso della Russia.

MacFarlane: Se posso intervenire, vorrei aggiungere qualcosa. Prima di tutto, per quanto riguarda le questioni di diritto internazionale, è chiaro che la Russia abbia un ruolo di supporto fondamentale: si pensi alle Nazioni Unite e al suo Consiglio di Sicurezza. Il problema – per essere pratici – è semplicemente che non lo segue. Guardiamo alla Georgia: non so se i miei colleghi abbiano seguito la litania di giustificazioni legali (international legal justifications) a supporto dell’invasione della Georgia. Comunque sia, nel caso ucraino la Russia sta reagendo al genocidio commesso dagli ucraini nei confronti dei russofoni nell’Ucraina orientale. Sono un uomo pratico: se quello è il problema, perché mai invadere e bombardare tutto il paese? Andando avanti si potrebbe parlare della presunta debolezza dell’Occidente. La Russia dall’invasione della Georgia nel 2008 non ricevette sanzioni, mentre nel 2014 ci furono sanzioni modeste che non influirono particolarmente sull’economia russa. In questa guerra NATO e UE hanno adottato consensualmente misure significative: NATO e UE si sono coordinate perfettamente. Se la Russia pensava che l’Occidente fosse debole, si sbagliava.

Per quanto riguarda l’allargamento dell’UE, cito una frase di Romano Prodi sulla politica europea di vicinato: “la politica di vicinato non riguarda l’ingresso di nuovi membri [nell’UE], ma la cooperazione. Non abbiamo bisogno di nuovi membri, ma di maggiore collaborazione”.

A seguito ha preso parola la docente Lorenzini, la quale ha ripercorso le dinamiche storiche che hanno portato l’Ucraina, come i limitrofi paesi ex sovietici, ad un progressivo distacco dall’egida moscovita e al contestuale avvicinamento al blocco occidentale: un’emancipazione ritagliabile da accordi internazionali e costituzioni e oggi incrinata dall’aggressione dell’esercito e dall’irruenza militare. Ma questi atteggiamenti di apertura rispecchiano un sostanziale avvicinamento o si è solo trattato di strategia politica?

Lorenzini: Come storica mi soffermerei sulla mancanza di entusiasmo da parte di NATO e UE di cui parlava Neil. Non si tratta di qualcosa di nuovo: bisogna ritornare al collasso dell’URSS nei primi anni Novanta del secolo scorso, concentrandosi soprattutto sul 1991. Al tempo si discusse molto sulla questione ucraina e sul suo possibile futuro nella NATO. Nelle relazioni del tempo emerge chiaramente la volontà dell’Occidente di non far entrare l’Ucraina nella NATO. Lo stesso distacco dell’Ucraina dalla Russia veniva percepito come qualcosa di quasi tragico da parte dell’Occidente, come una questione difficile e pericolosa da trattare. Non c’era alcuna impazienza, dunque, nel far entrare l’Ucraina nella NATO. Nel 1991 la priorità della NATO era piuttosto la rimozione degli armamenti nucleari dal suolo ucraino. Aggiungo qualcosa sulle motivazioni di Putin e sul prospetto di un futuro ingresso nella NATO e nell’UE dell’Ucraina e di altri paesi ex URSS. Uno dei maggiori obiettivi di Putin è mostrare che l’Occidente è dalla parte sbagliata della storia. Inoltre, è convinto che l’Occidente e l’UE siano deboli: probabilmente i discorsi legati alla Brexit ecc. hanno contribuito a rafforzare la visione di Putin. Quando i leader dell’UE ribadiscono la necessità di mantenere una forte unità tra gli Stati membri, lo fanno razionalmente e strategicamente: vogliono mostrare che in realtà l’Occidente non è per nulla debole, non è in declino solo perchè non è abbastanza mascolino (“gendered idea of power”). Credo che Putin sia il primo ad aver ri-inventato la “Grande Russia” e allo stesso tempo abbia mostrato la debolezza dell’Occidente. Nessun dubbio sulla vittoria dell’occidente durante la guerra fredda, la costruzione della superiorità del capitalismo dell’occidente, il comunismo sovietico e il concetto della “fine della storia” di Fukuyama 1989. Quello che Putin sostiene è che dopo la Guerra fredda la storia non è finita, quindi non è finito il ruolo della Russia come centro di potere. Putin oggi vuole dimostrarlo.

Come pensa che i paesi vicini alla Russia, anche reduci dalla caduta dell’unione sovietica dovrebbero comportarsi oggi dopo questo?

Russo: Si, mi vengono in mente la Moldavia e la Georgia che si sono subito mobilitate per fare richiesta di entrare nell’Unione Europea e non (la Moldavia) nelle Nazioni Unite. Mi ha sorpresa la reazione di preoccupazione che immediatamente hanno interessato Georgia e Moldova, loro hanno chiesto di riconsiderare la loro richiesta di ammissione dentro l’UE, questa richiesta è stata davvero accolta da parte dei paesi balcanici e la Polonia. Parzialmente sorprendenti sono degli elementi nella reazione della Georgia per questo evento: il distacco tra i leader e la società georgiana. Quest’ultima è stata più pronta a reagire alla guerra, in contrasto con l’esitazione dei politici anche per sanzioni e misure. Altro punto interessante da trattare: mettere delle restrizioni alla Georgia per coloro che abbandonano la città per andare a difendere il territorio ucraino. Oltre i vicini come mai prima di adesso stiamo osservando il comportamento di voti di diversi paesi nel Consiglio di Sicurezza o anche nell’Assemblea generale. Il nostro sguardo è veramente disperso in diverse latitudini. Nonostante lo scoppio di questo evento, non posso smettere di pensare che non mi sarei aspettata nulla e mi sento anche un po’ colpevole, fino ad oggi mi sento un pochino tesa a vedere tutto ciò che stava accadendo. Anche Zelens’kyj ha rilasciato un’intervista al giornale ucraino dove diceva che nemmeno lui se lo sarebbe aspettato. E perché non se lo sarebbe mai aspettato? Perché alcuni degli eventi che sono avvenuti che stanno distruggendo dell’Ucraina sono molto simili a eventi che noi possiamo già osservare negli ultimi 20 anni, almeno nei paesi vicini, come la guerra del 2008, la situazione in Georgia, e questa è la ragione per la quale io ho tracciato delle similitudini e predizioni sulla stabilizzazione delle linee di confine, contro le ipotesi di una piena scala di operazioni militari e agli eventi del 2004. I paesi limitrofi sono rimasti sopresi dalle dichiarazioni di Putin che negavano la sovranità dell’Ucraina e la legittimazione della sua statualità. Questo è stato dichiarato, almeno, in similitudine col Kazakistan. Ho immediatamente osservato i paesi vicini per le similitudini, anche per la rilevanza della loro reazione e per i coinvolgimenti. Ovviamente, la Bielorussia e il suo presidente Lukašėnka e l’accettazione ed essere veramente dentro le dinamiche. Questo conflitto ha permesso l’uso del suo territorio da parte delle truppe russe e permettere costituzionalmente riforme per abbandonare lo stato di neutralità del suo stesso paese. Ho osservato anche il Kazakistan e il suo presidente Tokayev che si sarà sentito in qualche modo risentito per il coinvolgimento, dove c’erano lì fino a 2 mesi fa peace-keepers.

Commento di redazione sul tema:

Durante il seminario il conflitto russo-ucraino è stato trattato alla luce del contesto storico-giuridico e politico, partendo infatti dai due presupposti anzi detti (la NATO non ha manifestato ad oggi una seria intenzione di includere l’Ucraina nel patto atlantico e, per conseguenza, l’atto di Putin è considerabile come un’aggressione, un gesto unilaterale). Sul lato politico, è facile (perché è impensabile il contrario) concordare con la visione secondo la quale l’invasione militare russa sia un gesto gravissimo, che entra in contraddizione con le premesse della propaganda putiniana (ossia che il fraterno popolo ucraino è anzitutto russo, quindi viene bombardato per farlo ridiventare russo). L’involuzione reazionaria che la presidenza di Putin ha operato negli anni non è solo interna alla frontiera russa, bensì anzitutto esterna nel tentativo di ricostituire il centro di potere russo invadendo territori e costruendo una nazione belligerante, che da decenni espone il suo hard power, contrapponendolo al soft power della NATO. Posto quindi che oggi la Russia non voglia giocare solo contro l’Occidente bensì davanti a tutto il mondo (Cina inclusa) nella dimostrazione che lo spirito russo non sia mai finito dopo il 1991, nella conferenza del 10 marzo è mancata una domanda fondamentale: perché adesso? Perché, dopo decenni di politica espansionistica della Russia e dopo 8 anni dall’invasione della Crimea, i vertici del potere moscovita hanno accelerato la pressione al confine ucraino e iniziato una politica a toni serrati? Le risposte possono essere molteplici: per quanto concerne l’Europa vengono in mente la crisi economico-politica causata dalla pandemia, le conseguenze economiche del Recovery plan e delle leggi sulla transizione ecologica e il periodo di minore sicurezza politica in UE dopo la fine dell’era Merkel, le prossime elezioni presidenziali in Francia e il de facto commissariamento della politica italiana a nome Mario Draghi. Il tempo è un elemento che va necessariamente considerato, perché ogni accelerazione produce conseguenze più intense, ha un impatto più forte sul contesto. Così una crisi regionale oggi può diventare il principio di uno spartiacque della storia recente. Quante sono le probabilità che l’attuale conflitto diventi un nodo della storia, intorno al quale si stringono lacci provenienti da molteplici ambiti (economie regionali e globali, equilibri energetici e monetari, questioni geopolitiche, politiche e ordinamentali interne e internazionali, ecc)? Una visione d’insieme, addirittura storica, è fortemente prematura ma si possono già osservare alcune premesse che rendono questa crisi ogni giorno più globale, più centrale nella vita di tutti gli Stati. Vedremo se attorno a questa vicenda si stringeranno sempre più lacci o la matassa si scioglierà senza cambiamenti epocali.

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