Alla ricerca del proprio equilibrio

Articolo di Alessia Balducci e Ilaria Tonini

L’equilibrio è un ingrediente fondamentale quando si parla di salute mentale. In questo campo, infatti, non si tende più ad usare il termine ‘guarigione’, ma piuttosto quello di ‘recovery’: un concetto che va oltre all’idea di traguardo e di superamento del malessere, ma che si basa invece sul costruire un percorso di accettazione, dove la chiave è un equilibrio tra benessere e sofferenza, tra salute mentale e disagio psichico. 

In occasione della Giornata mondiale della salute mentale, che si tiene ogni 10 ottobre, la redazione de l’Universitario ha avuto modo di intervistare C. che, dopo una diagnosi di depressione maggiore, è riuscita a trovare un nuovo equilibrio mettendo il suo vissuto e la sua esperienza a disposizione degli utenti del Servizio di Salute Mentale di Trento. 

Accettare di avere una malattia mentale e scegliere di affrontarla non deve essere stato facile. Cosa ti senti di raccontarci del tuo percorso?

Quando mi sono rivolta al Centro ho innanzitutto conosciuto uno psichiatra, poi ho sperimentato il day hospital, dove ho fatto terapia per diversi mesi. Passato questo periodo ho iniziato ad assumere farmaci per la mia patologia, depressione maggiore, e così gli anni, tra alti e bassi, sono andati avanti. All’inizio ero molto confusa ed impaurita dall’ambiente che mi circondava, perché vedevo persone che soffrivano tanto e di questo avevo una grande paura: dicevo a me stessa di non voler “diventare come loro”. In questo senso, il discorso del pregiudizio è tuttora molto forte ed io stessa ne avevo verso la malattia: volevo rinnegarla, non volevo rendermi conto che avevo bisogno di conoscerla e imparare a gestirla. Questo mi è stato insegnato dai dottori e dal percorso di psicoeducazione dove, con un medico, un’infermiera e un operatore e altri pazienti, ho potuto comprendere a fondo quello di cui soffrivo.

Adesso lavori nel Centro come UFE, cioè Utente Familiare Esperto. In che modo questo lavoro ti ha aiutata a raggiungere un equilibrio tra la tua sofferenza del passato e i progressi di oggi

Essere un UEF significa, con la propria esperienza di malattia, mettersi a disposizione delle altre persone che soffrono, che “parlano la tua stessa lingua”, come dico sempre io, e che ti fanno stare meglio: ti rendi conto di poter dare una mano a qualcuno e che, allo stesso tempo, stai aiutando te stessa. Ho cominciato quindi a seguire, nei percorsi di cura condivisi, un cammino molto importante per coloro che, vivendo una crisi, vedono solo un grande buio davanti a loro. Fargli ascoltare l’esperienza che hai vissuto e capire che da lì è possibile uscire, porta speranza che questo succederà anche a loro, che assolutamente staranno meglio. É quindi importante credere in se stessi e imparare a gestirsi, aiutati ovviamente anche dalla terapia.

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