LEGGERE LOLITA A TEHERAN, IL ROMANZO PRIMA DEI 50 GIORNI DI PROTESTA IN IRAN

Sono passati 60 giorni dall’inizio delle proteste in Iran nate dall’uccisione nascosta e più volte negata dalle autorità iraniane della ventiduenne Masha Amini, arrestata e uccisa dalla polizia morale iraniana il 16 settembre del 2022 per non avere indossato correttamente l’hijab. Da quel giorno, in Iran sono seguite 1085 proteste in 156 differenti città e 143 università iraniane


Ho deciso di scrivere dopo circa un mese dall’inizio delle proteste non solamente per il numero di manifestanti morti, attualmente 445, molti dei quali studenti liceali e universitari, ma anche perché recentemente il Parlamento iraniano ha valutato la condanna a morte di 18170 persone arrestate tra studenti universitari, giornalisti, attori… (in questo numero sono incluse anche figure professionali provenienti dall’estero) e qualunque civile abbia preso parte o abbia sostenuto le manifestazioni negli scorsi giorni. Inoltre, è stata recentemente emessa la prima condanna a morte nei confronti di una delle persone arrestate.


In questo articolo vorrei illustrare alcune delle problematiche in Iran analizzando il romanzo di Azar Nafisi “Leggere Lolita a Teheran” per tre motivi: in primo luogo per raccogliere quelle poche informazioni che sono reali e vere in un racconto che è stato reso in parte fittizio per volere dell’autrice. In secondo luogo, il libro mi permette di tracciare una linea più o meno marcata tra fatti ed opinione personale e in ultima istanza mi consente di esplorare ed analizzare meglio la situazione accademica in Iran, dimensione che voglio approfondire, considerato che, come già descritto nei precedenti paragrafi, le principali vittime e persone arrestate sono stati e sono studenti e uno dei luoghi principali dove avvengono le proteste è proprio all’interno delle università.


“Leggere Lolita a Teheran” racconta la storia di un seminario segreto di letteratura inglese della professoressa universitaria Azar Nafisi con sette delle sue migliori e brillanti studentesse ogni giovedì mattina a casa sua. Il seminario, così come la trama del libro, si sviluppa attorno ad autori e opere censurate da parte del regime in quanto indecenti e immorali: “Lolita” di Nabokov, “Il Grande Gatsby” di Fitzgerald, “Orgoglio e Pregiudizio” di Austen e “Daisy Miller” di Henry James. L’autrice riporta sia quello che accade in questi seminari che quello che stava accadendo in Iran a cavallo tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Novanta. Questo lasso temporale disgregato ci permette di comprendere le trasformazioni avvenute all’interno dell’università durante l’ascesa del Regime dell’Ayattolah e come ciò abbia impattato chiunque facesse parte della comunità accademica.

In primo luogo possiamo osservare l’esclusione dalla possibilità di insegnare per professori e accademici i quali si rifiutavano di sottostare al codice vestiario, tra cui la stessa professoressa Nafisi all’ascesa del regime, e per coloro che avevano preso parte alle attività di associazioni o movimenti politici non conformi durante il Periodo della Rivoluzione. In seguito al suo licenziamento e all’inizio della sua collaborazione con una rivista letteraria accademica iraniana, Nafisi riporta la propria preoccupazione per le colleghe che rischiano di rimanere intrappolate in una situazione di precarietà, andata a peggiorare con l’avvento dello scontro in Iraq.


Un’altra parte interessante riguarda il controllo da parte della direzione sui libri su cui la professoressa Nafisi teneva corsi. Tale fatto ha limitato non soltanto la docente ma anche gli studenti che seguivano le sue lezioni. Nafisi prima di licenziarsi ha delle accese discussioni con la direzione dell’università Allameh Tabataba’i a Teheran, cosa che la porta a lasciare l’Iran e a tenere delle lezioni su libri banditi dal Comitato della Cultura o su aspetti che non poteva discutere in classe in quanto sovversivi o immorali.

Bisogna anche fare un accenno al clientelismo all’interno dell’università: la professoressa Nafisi ha potuto rientrare e insegnare agli inizi degli anni Novanta in una delle poche università iraniane considerate “liberali” con l’avvento del nuovo Ayattolah non solamente grazie al suo prestigio accademico, ma soprattutto grazie ad un’altra professoressa universitaria, Revzan, la cui famiglia aveva dei contatti con le autorità religiose dell’epoca.


Ma torniamo al principio: perché la professoressa Nafisi decide di organizzare un seminario segreto a casa sua selezionando e contattando privatamente sette differenti studentesse? In primo luogo, per eludere la sorveglianza nei suoi confronti da parte dell’università: se avesse deciso di organizzare un qualsiasi progetto all’interno dell’istituto, la direzione avrebbe innanzitutto potuto controllarlo, e poi avrebbe inviato solo gli studenti ritenuti adeguati. Nafisi ci illustra inoltre la figura dei basij, membri appartenenti alla polizia morale i quali hanno il compito di controllare e limitare le attività dei dissidenti sia in Iran che all’estero. Un ulteriore motivo per cui ha deciso di tenere il seminario all’interno della propria casa è che l’università non costituiva un luogo sicuro né per gli insegnanti né per gli studenti non solamente per via del regime, ma anche a seguito di una serie di episodi di minacce di morte e di intimidazioni che Nafisi subisce da parte di alcuni studenti ignoti, episodi su cui l’amministrazione non fa alcuna inchiesta, non prendendo nemmeno dei provvedimenti per aumentare la protezione nei confronti della professoressa. Perciò, l’università, come spazio ed istituzione, è un luogo in cui viene controllata la diffusione del sapere e dove sono permesse forme di intimidazione e abuso nel più totale silenzio.

NOTE

  1. Le informazioni fornite nell’introduzione e in alcuni paragrafi dell’articolo sono state raccolte dalle stories del profilo Instagram di Pegah Moshir Pour che continua, anche attraverso interventi in programmi televisivi, a diffondere aggiornamenti sulla situazione in Iran.
  2. Durante gli anni Novanta in Iran venne favorita una liberalizzazione economica, la quale portò alla riduzione di opere censurate dal Comitato e alla diffusione di prodotti provenienti dall’estero. Tuttavia, questa liberalizzazione non ha comportato a sua volta lo smantellamento delle istituzioni e l’interpretazione delle leggi vigenti all’ascesa del Regime (source: https://www.treccani.it/enciclopedia/iran).
  3. Gli studenti facenti parte della rete dei basij hanno il compito di monitorare e fare rapporto alle autorità iraniane di attività o di pubblicazioni anche sui social di dissidenti noti al regime; se è necessario, tali attività all’estero vengono represse per diminuire la diffusione di messaggi critici o richieste di aiuto. Non si conosce con precisione il numero di cellule attive di basij all’estero a causa della discrepanza tra le fonti pubblicate dalle autorità iraniane e quelle di organizzazioni indipendenti (source: https://it.wikipedia.org/wiki/Basij).




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