Pablomatic: l’ultimo infelice lustro della memoria di Pablo Picasso

L’8 aprile del 1973, nel piccolo villaggio di Mougins, Francia, si spegne uno degli artisti più influenti dell’arte moderna, se non il più influente di tutto il XX° secolo: Pablo Picasso muore lasciando dietro di sé una produzione artistica imponente, composta da decine di migliaia di dipinti, stampe, illustrazioni e sculture. Così come per la sua arte, il lascito della sua vita terrena darà da parlare per generazioni, tenendo conto che oggi, a distanza di cinquant’anni dalla sua morte, il dibattito è più acceso che mai.

Sia chiaro: non vengono messe in discussione, almeno tecnicamente, le sue opere d’arte. Quello che non si confà assolutamente con i nostri giorni, figli del #MeeToo nella migliore delle accezioni possibili, è il suo morboso rapporto con le donne, madri, seppur involontariamente, della sua arte. La prospettiva personale dell’artista lascia davvero l’amaro in bocca, non c’è mai stata una via di mezzo: Picasso ama una donna, ne è dipendente, ne ha bisogno perché i dipinti vengano partoriti dalla sua mente, ma Picasso odia le donne, le consuma e dopo averlo fatto le abbandona. “O sono dee, o zerbini”, parole sue. Questa relazione di estremo odi et amo non è stata costruita ex-post su millantazioni o accuse arrivate da fonti tanto anonime quanto poco attendibili, è stata la stessa Françoise Gilot, musa nel periodo del “Guernica” e ora ultracentenaria, a far saltare fuori, chiaro e tondo, la natura di Picasso. Dal ’43 in poi, per i 10 anni a seguire, l’amore tormentato dei due porta la donna sull’orlo dell’esasperazione e – solo dopo altri dieci anni, quando siamo ormai nel ’63 – viene alla luce il libro “La mia vita con Picasso”, dove emerge un uomo degno del Due Facce di Bob Kane: un lato della moneta lo vede come l’amorevole pittore che la protegge dal sole, come nella splendida foto di Robert Capa datata 1948, dall’altro è un crudele e violento, capace di umiliare moglie e figli senza indugi, che lo porterà a essere definito, dall’unica donna capace di dire di no a Picasso, come un uomo “ammalato della Sindrome di Barbablù, che lo spingeva a voler tagliare la testa di tutte le donne che collezionava nel suo piccolo museo privato”, in maniera più che funzionale per la sua creazione artistica. Gilot è l’unica superstite: la prima fu Fernande Olivier, amata nel periodo cubista, rosa e in quello blu, dimenticata e morta in povertà anni dopo; poi fu il turno di Marcelle Humbert, “Eva”, morta di tubercolosi, ma tradita in maniera costante durante il calvario; ancora Olga Khokhlova, nel periodo surrealista, “ritratta” nelle grinfie del minotauro, morta esasperata e pazza, dopo aver subito il tradimento con la minorenne Marie-Thérèse, rimpiazzata a sua volta da Dora Maar, che morirà suicida, così come la sua “ultima donna”, Jacqueline Rouge, morta anch’essa suicida. Dee o zerbini

Le domande che dovremmo porci in questo periodo storico, dove la parola woke è sempre più svalutata, anche per “colpa” della cancel culture (“come può essere cultura se cancella?”), potrebbero essere: perché scegliere l’estremismo? Come si può sempre arrivare al bivio tra arte e artista? Dobbiamo davvero dare un peso maggiore ad uno dei due? Un po’ come per la Life of Pablo, non c’è una via di mezzo. C’è chi sembra essere totalmente dimentico della vita di questo artista, un po’ come capitato per altri casi simili (vedi il caso del fuggitivo Polanski, applaudito in plenaria nonostante l’assenza per evitare un processo per aver avuto un rapporto sessuale con una 13enne, poi ammesso dallo stesso, ndr), e dall’altro lato chi invece sceglie di condannare totalmente l’arte, come per i tanti che volevano cancellare gli Aristogatti per la rappresentazione di stereotipi razziali, nello specifico il gatto dalle fattezze orientali, quando basterebbe riuscire a coniugare artista e arte, avere una comprensione piena di cosa c’è dietro la maschera. L’arte è “bella” perché ognuno sceglie di vederci cosa preferisce dentro in moltissime occasioni, sarebbe sufficiente essere coscienti di quale sia stato il processo maieutico dietro un quadro perché l’idea maturi fino a diventare completa. È bene mettere in dubbio la persona, poi il resto viene da sé: è solo analizzando l’artista che si può giungere ad un criterio più oggettivo per sviluppare la propria idea, per quanto l’esistenza dell’arte sia impossibile in funzione dell’oggettività.

Il processo di informazione, in questo caso, è stato portato avanti negli ultimi anni con mostre, articoli e dibattiti sulla sua figura, al punto che risulta essenziale sottolineare come quanto si dice su di lui non è sicuramente frutto della fantasia di un qualsiasi disturbatore che, svegliandosi, sceglie di demolire Pablo Picasso. Epurata la sua persona arriva il fatidico momento: quello dell’accettazione. Lungi da me l’accettare le condotte del pittore, il suo essere narcisista e violento, parlando di accettazione è più giusto riferirsi a una successiva assimilazione nella nostra mente che lui, come tanti artisti del suo calibro, è stato capace di fare arte a spese di chi aveva vicino; sarebbe giusto per la memoria di chi ne è finita suicida: è stato un genio, un visionario, così come è stato un “mostruoso misogino (letteralmente il minotauro), un narcisista, capace di lasciarsi indietro tradimenti e suicidi”, parola del critico del The Guardian, Adrian Searle. Quest’idea di informare e dibattere, prima che gli estremismi facciano il loro corso, sembra essere stata accettata anche dalla stessa Cécile Debray, Direttrice del Museo Picasso di Parigi, non tanto quando ha, inizialmente, definito le accuse come “congetture prive di referenze storiche, anacronistiche”, quanto nel suo ammettere come sia giusto che l’arte debba essere messa in discussione dai posteri: è difficile trovare un’espressione migliore per questo momento.

Sembrano proprio essere queste le intenzioni di Hannah Gadsby, scrittrice e attrice australiana, che si è occupata della mostra “Pablo-Matic: Picasso According to Hannah Gadsby”, che andrà in scena dal 2 Giugno al 24 Settembre presso il Brooklyn Museum, ma non sarà Picasso-centrico. Oltre che mostrare le opere dell’artista spagnolo, naturalizzato francese, il focus verrà spostato su un centinaio di opere di donne che daranno la loro prospettiva su Picasso stesso, una prospettiva “critica, contemporanea e femminista, capace comunque di riconoscere il suo potere di trasformare l’arte e la sua incredibile influenza”. La strada per la Gadsby sembra però tutta in salita: le critiche pioveranno, fu proprio lei a definire Picasso – nello speciale Netflix “Nanette” – un “passionate, tormented genius, man ballsack”, dopo averlo prima additato come un misogino e confermato poi come innovatore, nulla che non si sapesse già, in ogni caso.

La soluzione potrebbe essere nelle intenzioni di questa mostra, ed è sotto gli occhi di tutti, ma in un’infinita guerra di ideologia si finirà per fare male all’arte: se le Weeping Women, quadro dell’andaluso, sono “arrabbiate” (come da titolo della mostra dell’artista ORLAN, “Weeping Women are Angry”, una gigantesca messa in dubbio di Pablo sotto le vesti di fotografie, ndr) che gli sia data la parola, ma che tutto il mondo ascolti.

Diego Morone

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