Geolier, Sanremo e la questione meridionale

La storia è sempre la stessa, ormai la conosciamo: la politica deve rimanere fuori. Ma è così facile? La nostra società, sul modello della network society, ci consente davvero di escludere la politica da una qualsiasi nostra affermazione? E se poi la volessimo escludere, volontariamente, non sarebbe per certi versi anche questo, a suo modo, un atto politico? Il Festival della Canzone Italiana è un ottimo caso studio per raccontare di alcuni leitmotiv spesso esclusi se si vuole fare politica. C’era da aspettarsi una timida presa di posizione, per temi generali, un po’ qualunquisti e un po’ incompresi, come “la pace” e “le guerre”, di cui hanno parlato Cocciante e Ramazzotti, come potevamo aspettarci invece una presa di posizione più chiara e forte da parte di altri artisti, più attivi politicamente – come Ghali, l’unico capace di pronunciare la parola con la “G” in diretta nazionale e a farla riportare da varie testate nazionali, solo tra virgolette e come sue dichiarazioni. Ci sono state le parentesi di Enrico Lucci – qualcuno li chiamerebbe siparietti, con quel mix di comicità che inizia a sapere di dolceamaro, visti i risultati – tra le varie conferenze stampa, ma il grande dibattito politico e sociale potrebbe essere un altro, per quanto discutere di “fascismo-antifascismo-comunismo”, sia un hobby di molti opinionisti da bar: il vero pomo della discordia è stato Geolier. Geolier, Emanuele Palumbo, “col codice 18”, è l’emblema di un tema discusso da almeno un secolo e più di un lustro, la questione meridionale. Geolier canta nella “sua” lingua, che è quella parlata da una decina di milioni di persone in Italia, ed è stato capace di attirare l’odio e l’ira funesta di un’intera sala stampa, di mezza platea e di una buona porzione del Belpaese, quella che, chiaramente, quella lingua non la parla – nascondere poi i fischi come dettati “da un posto in classifica immeritato”, è ipocrisia: abbiamo visto prestazioni peggiori raggiungere posti migliori, a buon intenditor poche parole. Guardando Geolier come singolo, approfondendo quindi il tema, ci troviamo di fronte anche a un simbolo parteonepeo, perché di cantanti del Sud, in gara, ce ne sono stati tanti, a partire dalla Mango stessa.

Da quella che potremmo chiamare una breve indagine, svolta via Instagram – consistita nel leggere e considerare in maniera più oggettiva possibile i suddetti dati – i commenti lasciati in giro qui e lì da centinaia e centinaia di persone, sono stati più offensivi per il “Geolier persona” che per il “Geolier cantante”. C’è chi “non capisce la lingua”, chi invece ancora critica “la tecnica dell’esecuzione dei brani”, ed altri che persino si prodigano nel dire che “i voti sono frutto di una truffa, napoletani”. La sentenza è lapidaria, l’offesa diventa meme, il meme frainteso da una generazione preistorica e il risultato sono domande poste con una scioltezza folle: “Non senti di aver rubato la vittoria?”, “Non senti il disagio che la vittoria dovrebbe dare, di fronte ad altre prestazioni?”. Per quanto la risposta sia in punta di fioretto, anche nei confronti delle accuse di aver spiegato ai propri supporters “come votare con cinque schede sim in uno stesso telefono”, il fatto che sia stato bersagliato un singolo cantante, rapper e napoletano, è abbastanza autoesplicativo. Non è una questione di rap, nemmeno il migliore (o peggiore?) Achille Lauro ha affrontato una gogna del genere, ma allora è un fatto linguistico? La canzone non sarebbe piaciuta perché non si è capita: ma Bayna, di Ghali – per cui va sicuramente spezzata una lancia, in favore chiaramente – l’avete capita? L’arabo nella testa di qualcuno potrebbe suonare meglio del napoletano, è una questione di preferenze, magari. O magari no, perché Ghali si è preso la sua stessa montagna di offese nella Salvini-prime-era: oggi tocca a Geolier, per ricordare ancora una volta che l’Italia sarebbe una sola, ma come lo si può affermare se le due parti sono divise da un’immaginaria linea Maginot, quasi culturalmente congenita? Se il rapporto si riduce alla ghettizzazione durante un Festival come quello di Sanremo per una delle due parti?

Senza dubbio un esperto nel settore, come tanti sono già intervenuti, potrebbe dire che Emanuele non meritava la vittoria, né di fronte alla Mango, né di fronte ad Annalisa, ma magari nemmeno di fronte ai Santi Francesi, per qualità canore e per il testo – la parentesi testi impietosa, per quantità di autori, minima, e per la maggior parte dei testi stessi, Lazza avrebbe vinto anche da fuori concorso. Il punto, per il successo di Geolier, è che non sarebbe mai bastata la voce del popolo, votando per 1/3 il pubblico, per 1/3 le radio e per 1/3 la sala stampa, questo è lo stesso motivo che ha generato questo trambusto mediatico, principalmente, diventando una questione “culturale”, più che politica. Geolier ha rappresentato la musica che l’Italia ascolta veramente, il 60% al televoto è chiaro. La serata cover-duetti ha rappresentato un punto di contatto tra varie generazioni e aree di interesse per il panorama musicale italiano, specialmente con Geolier-Guè-Luché-D’Alessio: Brivido è imprescindibile, ogni serata o notte (universitaria o meno che sia, perché sono vent’anni quasi che la cantiamo come fosse il primo ascolto), l’ha portata con sé, ma anche Chiagne e O Primo Ammore rappresentano delle pietre miliari per il rap italiano, con Luchè che significa tanto, tantissimo, e lo ha sempre fatto, scandali e diatribe a parte, Geolier ne è una naturale prosecuzione. È stato raccapricciante vedere che dopo un’esibizione del genere che l’odio territoriale, basato su luoghi comuni, si sia riversato addosso a un ragazzo di 23 anni, che ha avuto il coraggio di portare il vero rap su uno dei palcoscenici più importanti d’Italia: chi avrebbe mai pensato che oltre la “quota-Indie” e gente che è in giro dal Festival Bar (i Ricchi e Poveri nascono tre anni dopo), avremmo potuto trovare il genere più ascoltato in Italia, a prescindere da tutti i pregiudizi e gli stereotipi che porta con sé. Quest’odio per il singolo, esteso poi a un intero gruppo, non è nuovo: il Napoli calcistico, con il suo scudetto, sono un altro emblema di apoliticità trasformata in odio territoriale – . Di strada ce n’è ancora tanta, nonostante siano passati 163 anni.

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