Le strategie del Dragone

di Elisabetta Brentegani e Gabriele Figoli

Nel cuore delle strategie globali di investimento cinesi si cela una mappa ambiziosa che sta trasformando il volto dell’economia e della geopolitica mondiale. Dai primi anni ’50, quando ha concesso le prime sovvenzioni e prestiti senza interessi ai paesi in via di sviluppo, in particolare a quelli africani, il gigante asiatico ha compiuto ulteriori passi audaci verso l’Europa e l’Africa. 

In Europa, la Cina sta tessendo una rete di infrastrutture, porti e ferrovie che promettono di ridisegnare le rotte commerciali del continente. In Africa, invece, i finanziamenti cinesi stanno alimentando un’ondata di sviluppo infrastrutturale senza precedenti, con progetti che spaziano dal settore energetico alla sanità, dalla costruzione di strade all’edilizia abitativa.

Tuttavia, dietro il velo del progresso economico si celano interrogativi cruciali sulla sovranità nazionale, sul debito e sulle implicazioni geopolitiche. Mentre alcuni applaudono l’arrivo di capitali cinesi come un’opportunità di crescita senza precedenti, altri sollevano dubbi sull’indipendenza economica delle nazioni coinvolte e sui potenziali rischi finanziari legati alla BRI.

 La Belt and Road Initiative rientra nella strategia cinese che mira ad aumentare l’influenza e il peso di Pechino nel mondo, sia sul piano economico che su quello politico – militare, aumentando, inoltre, la connettività e l’integrazione internazionale del paese. L’iniziativa è presentata come “win-win”, in quanto si propone di generare benefici condivisi per la Cina e i paesi coinvolti, promuovendo lo sviluppo economico, la cooperazione internazionale e lo sviluppo sostenibile. 

Attraverso i progetti BRI, la Cina si sta dotando della capacità di estendere la propria influenza oltre i confini nazionali. Infatti, citando ciò che venne dichiarato nel Libro Bianco del Congresso Nazionale del Popolo del marzo 2015, con questa iniziativa la potenza punta alla creazione di “uno spazio strategico stabile e favorevole allo sviluppo a lungo termine dell’economia cinese”. 

Proprio per perseguire e giungere a questo scopo, l’ambiziosa iniziativa affianca investimenti sul piano infrastrutturale, logistico e commerciale a quelli sul piano culturale energetico e finanziario, diventando un vero strumento di politica estera. 

Interessante è cogliere da dove prende storicamente le sue mosse questo progetto. È ben noto che l’iniziativa affonda le proprie radici e si ispira al famoso passaggio che attraversava gli altopiani dell’Asia centrale, mettendo in comunicazione la Cina con l’India e la Persia. Il percorso, conosciuto ai più con il nome di Via della seta, si estendeva per circa 7.000 chilometri, e costituì, fino all’VIII secolo d.C. uno strumento di comunicazione essenziale per i cinesi, che già dal II secolo a.C. erano abili mercanti ed esportatori di seta. Sebbene i suoi percorsi variassero nel tempo, per adattarsi a circostanze politiche ed economiche, la Via della seta può essere considerata il più grande sistema di import – export del mondo antico.

La “Nuova via della seta” intende riproporre proficui scambi commerciali, interculturali e religiosi, estendendosi, tuttavia, su una rete molto più vasta. 

Innanzitutto, due sono gli assi principali: la Silk Road Economic Belt e la 21st Century Maritime Silk Road. Il primo, collega la Cina attraverso l’Asia centrale e la Russia con i porti europei del Baltico e del Mediterraneo, mentre la seconda tratta, coinvolge l’Asia del sud, costeggiando la Cina, l’Indocina, la Malesia, l’Indonesia, la Birmania, l’India, i paesi del Golfo (e gli immediati rivieraschi africani), fino al Mediterraneo attraverso il Canale di Suez. Come elemento ulteriore di organizzazione dello spazio vi sono sei corridoi principali sui cui far convergere i progetti e gli investimenti. È ragguardevole la forte partecipazione di rappresentanti dai paesi del Sud del mondo. Proprio questa notevole partecipazione ha rivelato dove la BRI riesce ad intercettare i maggiori consensi e dove Pechino probabilmente si concentrerà sempre di più nei prossimi anni.

Per quanto riguarda il continente europeo i paesi che hanno ufficialmente aderito alla BRI sono più di venti. È importante, però, sottolineare che a trattare con il gigante asiatico sono i paesi europei e non l’Europa, perché la Cina ha trattato prevalentemente in modo bilaterale con le sue controparti europee, senza una sostanziale mediazione delle istituzioni dell’Unione, ponendo Pechino in una posizione negoziale di vantaggio nei confronti dei partner europei.

Per quanto riguarda l’Italia, anch’essa inizialmente parte dell’iniziativa, nel 2022 dopo la decisione da parte del governo Meloni di non rinnovare il Memorandum of Understandings, il paese è uscito dagli accordi con il gigante asiatico. Nonostante la firma del Memorandum of Understandings sulla Belt and Road Initiative, avvenuta nel 2019, rappresentasse il culmine della cooperazione tra i due paesi, riavviatasi lentamente in seguito al congelamento dei rapporti, conseguenza della nascita della Repubblica popolare cinese, le preoccupazioni strategiche sollevatesi tra gli alleati tradizionali e il peggioramento della percezione della governance cinese, dopo lo scoppio della pandemia, hanno frenato notevolmente la cooperazione sino – italiana. 

I principali fattori di adesione sono la promessa di prosperità, vista come un miglioramento della propria connettività marittima e terrestre; e l’apparente non condizionalità che accompagna gli investimenti. Tuttavia, la “facilità”, soprattutto nei primi anni della BRI, con cui molti paesi del Sud Globale hanno avuto accesso ai finanziamenti cinesi ha provocato un forte dibattito internazionale che ha legato l’approccio cinese alla cosiddetta “trappola del debito”.  L’accusa verso Pechino è di fornire prestiti agevolati ai paesi in via di sviluppo, con l’obiettivo di ottenere concessioni politiche ed economiche nel momento in cui tali paesi dovessero rivelarsi insolventi.  

I casi più emblematici e rappresentativi di questo problema sono lo Sri Lanka e lo Zambia. Il primo, a causa dell’incapacità di ripagare i debiti contratti con la Cina per costruire il porto di Hambantota nel 2018 ne ha ceduto il controllo a Pechino per 99 anni. Il secondo paese invece, non essendo riuscito a risarcire un primo pagamento dei debiti verso la Cina nel 2020, per due anni ha cercato di rinegoziare il proprio debito con il governo cinese. 

Nonostante la Cina smentisca le accuse di indurre in “trappola” i paesi a basso reddito, altre nazioni hanno preso consapevolezza della difficoltà di ripagare determinati progetti infrastrutturali e hanno chiesto di rinegoziare i prestiti o i progetti previsti con la Cina, portando alla cancellazione o al ridimensionamento di alcuni di essi.  

Sebbene ci siano paesi che hanno considerevolmente aumentato la propria esposizione debitoria nei confronti della Cina, non risulta però provato che esista questa strategia deliberata. Non è dunque detto che la maggior esposizione verso la Cina si traduca necessariamente in un rischio di insostenibilità del debito. La crisi del debito che questi paesi rischiano non è quindi imputabile solo ai finanziamenti cinesi ricevuti, ma alle preesistenti condizioni del rapporto di debito estero su PIL. 

Tra i motivi, invece, che hanno portato la Cina a sviluppare un progetto così ambizioso, oltre alla volontà di espandere e promuovere la sua economia e consolidare la sua posizione di potenza globale, vi è l’intenzione di mitigare il surplus di capacità industriale, soprattutto nel settore delle costruzioni e delle infrastrutture. Infatti, prima dell’avvio della BRI la crescente sovracapacità produttiva che si trovava ad affrontare in quei settori, ha causato un calo dei prezzi interni, danneggiando la redditività delle imprese e minando la stabilità economica. Questa strategia suscita non poche preoccupazioni sia in merito alla qualità delle infrastrutture costruite sotto l’egida della BRI, che potrebbero ovviare gli standard di sicurezza e qualità al fine di soddisfare le esigenze di esportazione della sovracapacità; sia per quanto riguarda la sostenibilità finanziaria dei progetti per i paesi ospitanti, preoccupazione legata alla già citata trappola del debito.

La storia dei rapporti tra il continente africano e la superpotenza asiatica, oggi più che mai tematica caldissima all’interno dello scacchiere geopolitico internazionale, come già precedentemente accennato, in epoca contemporanea affonda le sue radici nella conferenza Afro-Asiatica di Bandung tenutasi nel 1955, ove il paese ha ribadito il suo supporto ai movimenti di liberazione anticoloniale. 

Di lì in poi, le relazioni sino-africane possono essere divise in 3 fasi: la prima, durata fino ai primi anni ‘70, con la Cina che ha operato quelle che sono state definite dagli esperti in materia come vere e proprie “trasfusioni di sangue”, vista la non florida situazione economica interna, con consistenti aiuti di tipo finanziario e internazionale, spesso inefficaci, diretti in maniera cieca verso i neonati stati africani. Nonostante ciò, Mao stesso ha ritenuto tale operazione di sacrificio fondamentale; ne è epitome la sua proclamazione “sono i nostri fratelli africani che ci hanno portato dentro l’ONU”  nel 1971, quando ricevette dai soli paesi africani 34 % dei voti per scalzare la Repubblica di Cina. La seconda, a cavallo tra la fine degli anni ‘70 e i primi anni ‘90, fortemente influenzata dalla politica della cd. “Porta Aperta” adottata da Deng Xiaoping a partire dal 1978, fu concentrata sul commercio e la cooperazione economica, con risultati ben più efficaci rispetto alla prima. La terza, invece, rappresenta l’inizio della significativa cooperazione a tutto tondo a cui assistiamo oggi: in questa fase, gli aiuti esteri provenienti dalla Cina hanno conosciuto un picco significativo; imparando dagli errori passati, il dragone nel 1995 ha cambiato il proprio modo di fornire aiuti finanziari, con l’introduzione dei cd. “concessional loans”, o, per meglio dire, prestiti agevolati, passando dalla già menzionata “trasfusione di sangue”, a una “formazione di sangue”. Con l’istituzione del FOCAC (Forum on China-African Cooperation) nel 2000, inoltre, le relazioni, gli aiuti e gli investimenti tra le due parti sono state portate su un altro livello, con la presenza del Dragone nel continente in continua ascesa nel terzo millennio. Altra data fondamentale, in questo senso, è stato il 2012, con l’ascesa di Xi, tant’è che v’è chi, tra gli studiosi, ritiene siamo entrati in una quarta fase: con la presa di potere dell’attuale leader cinese, l’approccio verso il continente è ancora mutato, divenendo caratterizzato da una maggiore ricerca di vantaggi politici ed economici, come dimostra la già menzionata BRI, riflettendo il suo nuovo ruolo di potenza globale. Nel “2021 white paper on foreign aid” il paese ribadisce di “aver potenziato l’assistenza estera a un modello di cooperazione internazionale volto allo sviluppo”, sottolineando la centralità del suo dispiegamento internazionale.

Per farci un’idea della portata di tali aiuti, come ricostruito dall’agenzia AidData, la Cina ha speso tra il 2000 e il 2014 $354,3 miliardi di dollari, principalmente utilizzati per la costruzione di infrastrutture (famoso del resto è il detto cinese “per diventare ricco, costruisci una strada”), di cui solo il 22 % rientra nella categoria dei cd. “ODA” (Official Development Assistment) regolati dall’OCSE, gettando un alone di mistero e controversie su tali aiuti.

La tematica, infatti, risulta oggi non solo divisiva sul piano politico, ma anche all’interno del mondo accademico, con la dura contrapposizione tra 2 scuole di pensiero: i “sino-scettici” e i “sino-ottimisti”.

La principale criticità mossa verso gli aiuti del Dragone diretti verso l’Africa è dovuta all’ambiguità del sistema di aiuti cinese, che ancora oggi rimane una questione enigmatica, nonostante una maggiore trasparenza sui dati e le informazioni a partire dal 2010, specie quando si arriva alla distinzione tra aiuto ed investimento: ci si trova qui infatti di fronte a una linea estremamente sottile, nel momento in cui il PCC incoraggia i suoi enti a combinare aiuti, investimenti, commercio e cooperazioni lavorative in un unico pacchetto e rifiuta ancora oggi l’etichetta di “donatore ufficiale”, accettando silenziosamente questo quadro sfocato.

Inoltre, il fatto che i progetti infrastrutturali, che, come già detto, rappresentano il cuore progettuale degli aiuti finanziari diretti verso l’Africa, costruiti con prestiti agevolati, rimangano proprietà cinese fino a che il debito non venga ripagato, permette alla pila del debito di accumularsi e crescere, alimentando i dubbi sulla già discussa “trappola del debito”.

Tra i più ottimisti, dall’altra parte, v’è chi sottolinea la positività del fatto che si tratti di una cooperazione tra il cosiddetto “Sud del mondo”: a differenza delle relazioni “Nord-Sud” con l’Occidente, che avrebbero relegato il continente africano al ruolo di esportatore di materie prime, i progetti cinesi in Africa offrirebbero al continente l’opportunità di migliorare la propria produzione economica attraverso un graduale sviluppo industriale. Non imponendo, inoltre, una visione liberale del mondo o di un sistema economico liberale, ma, in virtù della politica di “non -interferenza”, uno dei 5 pilastri della filosofia cinese quando si parla di investimenti/aiuti internazionali, permettendo agli stati di fiorire e prosperare nel modo più adeguato alle loro identità culturali.

Oltre a rappresentare dunque, sempre secondo i più ottimisti, un “culture sharer”, disposto a mettersi alla pari, a differenza degli Occidentali, piuttosto che un impositore di valori, la presenza del Dragone in Africa è stata sottolineata come positiva in quanto, come confermato dagli studi di Jean-Claude Masnawa, professore di economia presso la Ritsumeikan University, nel 2007 prima e nel 2018 poi, essa rappresenterebbe la prima vera opportunità che il continente ha avuto di recidere il cordone ombelicale con il proprio quadro coloniale, costruendo di legami più eterogenei e godendo di una migliore crescita economica.

Tuttavia, nonostante il propagandato principio di “non-interferenza”, che ormai pare essere divenuto più un mito che altro, pare chiaro, alla luce delle stesse intenzioni dichiarate dalle autorità cinesi, come il Dragone, attraverso il suo “soft power”, stia esercitando una forma di neocolonialismo: attraverso accordi pesantemente sbilanciati, le nazioni africane stanno stringendo un rapporto di forte dipendenza con un governo autoritario che influenza la diplomazia, migra i suoi cittadini (vi sono più cinesi oggi in Nigeria che britannici durante il periodo coloniale) e importa materie prime in maniera non sostenibile. Epitome di questo è il caso del piccolo Gibuti, che ha ricevuto dalla Cina più soldi di quanti se ne potesse permettere, concedendo la costruzione di una grossa base militare nel Corno d’Africa al Dragone al fine di sdebitarsi, oppure il fatto che sempre più paesi africani abbiano interrotto i rapporti diplomatici con Taiwan, con l’eSwatini, oggi ultimo stato sul continente a riconoscere la Repubblica di Cina.

La lista delle criticità e dei punti a favore della presenza finanziaria, e non, del Dragone in Africa potrebbe dilungarsi ancora di molto, essendo, come già detto, un “heated topic” che coinvolge i 3 livelli di opinione pubblica, politica e accademica. Tuttavia, la citazione di Deborah Bräutigam, una dei massimi esperti in materia, racchiude in nuce perfettamente quanto raccontato finora: “L’aiuto allo sviluppo della Cina in Africa è cresciuto rapidamente, ma questo è l’unico fatto su cui abbiamo un ampio accordo quando si tratta di aiuti cinesi”.

Pare evidente come l’argomento sia estremamente delicato, e di estremo interesse anche per le potenze occidentali, che allo stesso modo della Cina ancora oggi hanno pretese geopolitiche, talvolta neocoloniali, senza nascondersi dietro a un dito. Il fatto che nell’ultima decade si abbia iniziato ad assistere di nuovo ad un passaggio dal mondo unipolare retto dalla cd. “Pax Americana” ad una bipolarizzazione, o quantomeno a una multipolarizzazione, dello scacchiere geopolitica, oramai sempre più evidente,  non aiuta davvero a sciogliere il bandolo della matassa.

Ciò che può essere detto, con sicurezza, è che qualsiasi generalizzazione di una tematica così complessa possa essere fuorviante nella comprensione del fenomeno e delle strategie cinesi, dal momento che, anche in questo caso, la realtà potrebbe non essere né bianca né nera, ma piuttosto grigia.

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

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