Un mondo salvato dalla paura

È il 2017 quando, negli Stati Uniti, l’American Psychological Association afferma che i cambiamenti climatici “stanno colpendo la salute mentale su larga scala”. Di ecoansia, d’altro canto, si sente parlare ormai dall’inizio del secolo, ma al passare dei mesi e degli anni e all’aumentare dei disastri climatici, è diventata una compagna di viaggio sempre più ingombrante, soprattutto tra i più giovani. 

A monte di questo concetto è necessario un chiarimento: se quando sperimentiamo ansia, la possiamo affrontare tentando di proporzionare la preoccupazione rispetto alla realtà affrontata, nel caso dell’ecoansia la questione riguarda la collettività. Non sono le persone a dover trovare una soluzione per se stesse, è il mondo a stare male. A questo punto le reazioni possibili sono due: sprofondare nel cinismo e nell’indifferenza o provare a reagire in maniera concreta. Potremmo parlare di una specie di reazione “fight or flight”, dove però i nostri gesti non riguardano solo la salvezza personale, ma il più ampio spettro di quella che negli ultimi anni è stata chiamata “società civile globale”, nella quale ogni azione intrapresa genera infinite conseguenze, in un effetto domino dove spazio e tempo diventano praticamente intangibili.

La paura, dunque, ha la potenzialità di trasformarsi in un movimento di resistenza collettivo, forse mosso dal senso di colpa, forse rinforzato dalla tracotante convinzione di poter dire, un giorno, “qualsiasi cosa sia successa, la responsabilità ha sede altrove”, ma in ogni caso carico di futuro.

Se ci raggeliamo quando i politici del nuovo millennio negano l’esistenza del cambiamento climatico, se il terrore ci assale quando continuiamo ad ascoltare i vari impegni generici e poco trasparenti presi durante le varie COP che si ripetono anno dopo anno, ma se decidiamo di non scappare, forse questa stessa paura può essere il mezzo della nostra salvezza.

Certo, a volte quest’ansia, questo terrore del futuro può portare a gesti estremi: ce lo mostrano frequentemente i ragazzi di Ultima Generazione, attraverso le loro manifestazioni e proteste che non mancano mai di dividere l’opinione pubblica. Siamo di fronte al più umano grido di aiuto.

Quando siamo spaventati urliamo e, se nessuno ci ascolta, urliamo ancora più forte. I mezzi possono essere discutibili, certo, ma non dobbiamo mai dimenticare che se questi stessi mezzi esistono, forse il motivo risiede proprio nella mancanza di ascolto. Ormai le proteste non bastano più, e creare dibattito forse è rimasto l’unico modo per alzare la voce, per farsi sentire da un mondo che continua a scacciare la paura man mano che essa stessa si avvicina

Ignorare i propri sentimenti è sempre un male per se stessi. In questo caso, poi, si tratta di un male che affligge tutto il pianeta. Di fronte a questo scenario, non dimenticate che la vostra paura potrebbe salvare il futuro.

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