Parlamento europeo, due italiani e un terzo incomodo per la presidenza

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TRENTO Da quando nel 1979 il Parlamento europeo è eletto a suffragio universale, non è mai successo che il presidente fosse un italiano. È capitato prima nella storia dell’Europa, quando ancora l’assemblea era una rappresentanza non eletta degli Stati membri e sul più alto scranno riuscirono a sedersi (in fasi diverse) Alcide De Gasperi, Giuseppe Pella, Gaetano Martino, Mario Scelba ed Emilio Colombo.

Potrebbe succedere ancora dopo l’elezione di martedì 17 gennaio, quando si eleggerà il successore del socialista tedesco Martin Schulz, ormai a fine mandato e con già lo sguardo rivolto alle elezioni tedesche di settembre.

strasburgo

La sede del parlamento europeo

Sono infatti due italiani i candidati dei gruppi europarlamentari più rappresentati nell’assemblea di Strasburgo. Il candidato dei socialisti (S&D) è il lucano Gianni Pittella (Pd), uomo di lungo corso. Ha 58 anni, gli ultimi 18 li ha passati al parlamento europeo. Il romano Antonio Tajani (Forza Italia) è l’attuale vicepresidente vicario del Parlamento, ha 63 anni. È il candidato del Ppe, il partito popolare/democristiano di maggioranza.

Fra i due litiganti – come dice il proverbio – alla fine a godere potrebbe però essere il terzo. Che nel caso specifico sarebbe l’ex premier belga Guy Verhofstadt, candidato dei liberali (Alde) e fortemente europeista. Fra i candidati di bandiera, espressione dei gruppi minori e senza alcuna speranza di farcela, c’è pure un’altra italiana: Eleonora Forenza, già comunista, candidata della sinistra eurocritica di Tsipras.

Cosa succederà martedì? È difficile dirlo. Dopo che il socialista Martin Schulz è stato l’unico presidente del parlamento europeo a esser stato eletto per due mandati (5 anni in totale), la regola dell’alternanza vedrebbe Tajani come favorito. Ma i sostenitori di Pittella ricordano che il Ppe può già contare sul presidente della Commissione europea (Jean-Claude Juncker) e su quello del Consiglio europeo (Donald Tusk).

Alle prime tre votazioni servono 376 voti. Impresa pressoché impossibile, se si considera che i popolari hanno 216 eurodeputati, i socialisti 190, i conservatori 75, i liberali 70, la sinistra eurocritica 52, i verdi 50, i due gruppi euroscettici 45 e 38.

Si arriverà al quarto scrutinio, quando a vincere sarà chi ha più voti. Sulla carta Tajani potrebbe farcela. Ma non è scontato, perché ci sono altri fattori difficili da prevedere: i voti dei gruppi minori, i possibili franchi tiratori, accordi dell’ultima ora. Tutti elementi che potrebbero favorire Pittella. Il voto dei Verdi potrebbe andare a Verhofstadt, che però avrà bisogno anche del sostegno di altri europarlamentari (compresi probabilmente i grillini) per intromettersi nel derby tricolore.

Daniele Erler

Giornalista praticante all'Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino (www.ilducato.it), collaboratore quotidiano Trentino dal 2012, stage in redazione a la Stampa, direttore de L'Universitario dal 2016, laureato in Storia all'Università di Trento // Twitter: @daniele_erler

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