Chernobyl, a trent’anni dal disastro

Chernobyl è una città situata a circa 100 km da Kiev, capitale dell’Ucraina. È stato un polo importante per l’industria ed il commercio sino alla primavera del 1986: da questa stagione il nome della cittadina verrà indissolubilmente legato ad uno dei disastri ambientali più conosciuti a scala mondiale.


L’esplosione nella centrale nucleare

Il 26 Aprile 1986 uno dei quattro reattori della centrale nucleare di Pryp’jat‘, una città che dista da Chernobyl circa 15 km, esplose. I fatti che concorsero alla distruzione del reattore sono da imputare ad una serie di errori umani e al basso livello delle norme di sicurezza. All’interno del rapporto del 1992 realizzato dal “International Nuclear Safety Advisory Group“, pubblicato dopo un’attenta indagine realizzata dalla comunità internazionale, è possibile leggere l’elenco dei fattori che portarono al disastro nucleare: una errata progettazione dell’impianto che prevedeva insufficienti mezzi di sicurezza; un’analisi dello stato di sicurezza inadeguata; alcune operazioni non rispettose delle procedure prescritte;  infine le incompetenze degli operatori, i quali non erano assolutamente a conoscenza delle possibili implicazioni delle loro azioni.

Durante un test di sicurezza, in cui si voleva testare la capacità dell’impianto di generare energia nonostante l’interruzione dell’erogazione della corrente elettrica (fondamentale per il sistema di refrigeramento dei reattori), la temperatura e la pressione all’interno del reattore arrivarono a dei valori talmente alti da provocare la scissione dell’acqua di refrigerazione in idrogeno e ossigeno e la rottura delle tubazioni del sistema di raffreddamento. Il contatto dell’idrogeno e della grafite (materiale delle barre di controllo) con l’aria innescarono un’esplosione fortissima, tanto da scoperchiare il reattore e provocare un incendio.

Dopo alcuni secondi dalla prima esplosione ne seguì una seconda, ed insieme vaporizzarono il 30 % del carburante presente nell’area attorno alla centrale, del quale l’ 1-2% fu emesso nell’atmosfera. Un vastissimo numero di particelle radioattive si mosse per l’atmosfera non limitandosi a raggiungere i paesi limitrofi (Russia, Ucraina, Bielorussia, Polonia e Romania), ma riuscendo ad arrivare nella gran parte dei territori europei per mezzo di una nube atomica letale.


Le conseguenze del disastro

Dopo l’esplosione vera e propria la centrale continuò a bruciare per altri 10 giorni, rilasciando nell’atmosfera tra i 9.35×103 Petabecquerel [PBq] e i 1.25×104 [PBq] di diversi radionuclidi. Molti di questi radionuclidi si dissiparono o decaddero in qualche giorno, ma il 137Caesium (137Cs), lo 90Strontium (90Sr) e gli isotopi di 239Plutonium (239Pu) continuarono a persistere nell’ambiente per decine di Km attorno a Chernobyl, per un’area di circa 200 000 Km2.

Questo avvenimento, tanto invasivo quanto sconvolgente, ebbe una risonanza incredibile e delle enormi ripercussioni di carattere ambientale, alimentare, sanitario e politico a scala globale; riuscì a mettere in discussione la produzione di energia mediante le centrali atomiche, portando numerosi Stati a prendere ulteriori misure cautelative (Francia) o a interrompere la costruzione vera e propria delle centrali stesse (lo Stato Italiano decise di abbandonare il Progetto Unificato Nucleare e chiudere le tre centrali ancora funzionanti, di cui due erano comunque giunte a fine vita).

In seguito all’incidente, l’Ucraina e la Bielorussia decisero di impedire l’accesso alla popolazione nelle zone maggiormente a rischio. L’Ucraina istituì il 2 Maggio 1986 la Chernobyl Exclusion Zone, un’area circolare con raggio pari a 30 km attorno alla centrale nucleare, mentre la Bielorussia istituì il 18 Luglio del 1988 la Polesie State Radioecological Reserve; entrambe avevano funzione di proteggere la popolazione dalle radiazioni più forti e trarre in salvo gli abitanti dei territori più colpiti.



Gli effetti a breve e lungo termine

La zona interdetta all’uomo ha però confini fisici facilmente valicabili dalla flora e dalla fauna, consentendo agli individui contaminati di disperdersi nelle zone circostanti e agli individui sani di attraversare la regione inquinata. Questa situazione da un lato ha consentito una diminuzione dei livelli di attività dei radionuclidi, interrompendo, in parte, il fenomeno della magnificazione, dall’altro ha espanso ancor più un fenomeno che già di per se aveva caratteristiche ad ampio raggio.

Alcuni tra i più recenti articoli scientifici hanno riaperto il dibattito in merito agli effetti a lungo termine del disastro di Chernobyl, riportando dati che sembrano mostrare un aumento della fauna selvatica nella zona colpita. Questi studi arrivano a paragonare l’abbondanza della fauna selvatica nella Chernobyl Exclusion Zone a quella di quattro riserve naturali incontaminate nella stessa regione.

Si riassumono brevemente gli effetti a diversa scala temporale riscontrati durante una ricerca bibliografica focalizzata sullo studio degli effetti delle radiazioni sulla fauna selvatica presente sui territori contaminati:

  • gli effetti a breve termine sono caratterizzati da conseguenze ben visibili quali la diminuzione dell’efficienza riproduttiva delle specie (facilmente riscontrabile mediante l’osservazione di una diminuzione del numero di individui) e mutazioni genetiche e istologiche (alcune delle quali possono portare a malformazioni somatiche);
  • gli effetti a lungo termine sono meno visibili ad occhio nudo, ma ugualmente impattanti. Grazie alla forte capacità di resilienza di alcune specie, diversi individui hanno sviluppato comportamenti e mutazioni tali da sopportare la contaminazione radioattiva.

L’assenza (o la forte diminuzione) della pressione antropica nel territorio contaminato ha consentito alla fauna selvatica di svilupparsi e prosperare senza la limitazione che la presenza dell’uomo comporta in un ecosistema. Con questa considerazione non si vogliono negare gli effetti collaterali dati dall’influenza prolungata delle radiazioni tuttora presenti nel territorio, ma si vuole semplicemente sottolineare come la natura, seguendo i suoi tempi e le sue dinamiche, tenda sempre a ritrovare un equilibrio se non impedita dall’uomo.

I risultati più recenti hanno senza dubbio evidenziato come le catene trofiche e i meccanismi biologici siano in grado di ridurre, o quantomeno di mitigare, gli effetti delle radiazioni in modo naturale; questo fatto, però, non deve giustificare una parziale o completa noncuranza dei possibili effetti di una gestione errata della materia nucleare (dalla fase di produzione alla fase di stoccaggio delle scorie), soprattutto se si considera la percentuale di radiazioni che viene, in ogni caso, dispersa nell’ambiente durante tutto il processo e degli effetti che, il passato lo dimostra, devono ritenersi d’interesse globale e non mere questioni a scala regionale.


Il rischio delle centrali nucleari

Le centrali nucleari sono la prima risorsa energetica in 30 paesi e l’energia nucleare viene spesso descritta come una soluzione più sostenibile dei carbon-fossili. L’incidente di Chernobyl, nel 1986, e quello di Fukushima Dai-ichi, nel 2011 (non considerando i molteplici altri incidenti avvenuti in giro per il mondo che hanno, fortunatamente, avuto ripercussioni minori sull’ambiente), dimostrano che, nonostante il progredire della tecnica e nonostante la crescita delle innovazioni in merito alle questioni di sicurezza, il livello di rischio legato alle centrali nucleari rimanga sempre molto elevato.

Il tema riguardante la gestione delle scorie radioattive continua ad essere un problema aperto e di dubbia soluzione, basti pensare all’ammontare di scorie annue prodotte dall’industria nucleare mondiale: 200 000 m3 (dal sito del INSC, International Nuclear Societies Council) per le quali, ad oggi, non si è ancora trovata una strategia di gestione ed eliminazione a lungo termine se non quella dello stoccaggio (che, in diverse occasioni, permette la fuoriuscita di materiale nucleare).

Gli avvenimenti del passato ci offrono la possibilità di raccogliere i dati necessari per stimare nel modo più approfondito possibile le conseguenze diacroniche di tali disastri ambientali. Come già affermato in precedenza, il migliore approccio possibile da adottare sarebbe quello sistemico: non limitarsi ad affrontare il fenomeno in maniera settoriale ma adottare una prospettiva olistica comporterebbe una maggior comprensione e previsione degli effetti su larga scala che una catastrofe ambientale potrebbe avere sull’ecosistema.


Per chi fosse interessato ad approfondire questo argomento, mettiamo a disposizione un articolo più argomentato:

Livia Serrao – Chernobyl

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