Girls Code It | Programmi per Ragazze

Ringraziamo per questo articolo Davide Giovanni Steccanella, studente presso la facoltà di Scienze Cognitive a Rovereto e membro della sezione Grafica de l’Universitario.

 

È una giornata piovosa e grigia a Trento. A Valentina Servile, programmatrice nell’azienda di sviluppo XPeppers (http://www.xpeppers.com), scappa un sorriso mentre mi racconta un aneddoto sui classici stereotipi sulle ragazze nel mondo della programmazione.

Il mondo dell’informatica, mi dice, è  un universo dove c’è una forte prevalenza maschile.

Poco è lo spazio lasciato per ora alle donne e una situazione del genere è ingiustificata e deve essere modificata.

Per questo  Valentina ha aderito con entusiasmo alla proposta lanciata dalla sua collega Erinda Jaupaj: creare una serie di incontri dedicati esclusivamente alle donne per insegnare loro a programmare e approfondire tematiche legate al mondo del coding e della tecnologia. Un momento aperto a tutte, qualunque sia il background di provenienza, perché non sono richieste skills di coding.

Sono queste le basi che hanno dato origine al progetto “Girls Code It” e non solo.

Erinda racconta, infatti, di quando ha cominciato la sua triennale in informatica con un rapporto 150:10 tra studenti e studentesse, che si è ridotto sempre di più. Una differenza che nel corso degli anni ha riscontrato anche nel  mondo del lavoro, dove la sproporzione tra uomini e donne è evidente.

Un’esperienza simile la racconta  Valentina, concordando con la collega sul fatto che le donne siano una categoria sottorappresentata nel mondo dell’informatica.

È impossibile non domandarsi da dove possa avere origine un fenomeno del genere. Lo chiedo loro e la loro risposta  è  netta: stereotype threat, la minaccia dello stereotipo.

Con tale termine si identificano tutti quei processi che portano a rinforzare in modo tossico e ciclico uno stereotipo attivo.

Se la programmazione e l’informatica sono ambiti prettamente e principalmente maschili, allora le donne si autoescludono in automatico dal scegliere quella carriera, fuggendo dall’ambiente oppure, se già all’interno, riducendo la loro performance a causa della pressione psicologica.

Molto spesso, inoltre, si viene educati a un simile stereotipo fin dall’infanzia, quando alle bambine vengono regalate prevalentemente bambole e vengono indirizzate verso percorsi più umanistici, in un condizionamento mutuo che agisce sia su chi dovrebbe incoraggiare le ragazze sia sulle ragazze stesse.

“C’è sempre quella paura inconscia di riconoscere sé stessi nello stereotipo e nelle categorie a esse collegate” afferma Valentina, “Ma quando programmo io non ho un genere, io sono Valentina-la-programmatrice”

Quello che agisce è un meccanismo ciclico e vizioso che porta, così facendo, a escludere un potenziale 50% della popolazione mondiale da un settore in continua espansione e che è già parte integrante delle nostre vite.

“Perché metà del mondo dovrebbe rinunciare al futuro?” si chiedono le due organizzatrici.  All’interno di quella fetta di popolazione che viene esclusa o spesso si autoesclude a prescindere si nascondono talenti e ingegni che potrebbero portare grande arricchimento alla società e al mondo del lavoro odierno.

La programmazione è, infatti, un potente strumento per concretizzare idee e progetti e la necessità di abbattere tale stereotipo non è giustificata dalla necessità di un tocco femminile tengono  a sottolineare le organizzatrici. Molto  semplicemente si aprirebbero le porte a un vasto panorama di potenzialità possibili.

Se ingegneria, architettura o medicina sono tutti mondi non esclusivamente al maschile, perché non dovrebbe esserlo anche l’informatica e la programmazione?

Girls Code It”, dunque, si inserisce in un panorama del genere e fa eco a tutta una serie di eventi gender-exclusive che riguardano tale ambiente sparsi per il mondo, quali “PyLadies”, “RailsGirls” e “Girls In Tech”.

Il fatto che sia rivolto solo alle donne, infatti, non è per nulla irrilevante perchè permette così   la creazione di un’area sicura libera dal rischio del rinforzo dello stereotipo ed evita il rischio di un evento generico e non mirato in modo specifico alle donne: l’80% della partecipazione sarebbe stata maschile.

Ed è paradossale scoprire, come mi informano divertite Valentina ed Erinda, che le prime programmatrici siano state delle donne, quali Grace Hopper e Stephanie Shirley, che passarono dal scrivere il codice a matita negli anni Sessanta ad aprire la prima azienda software per sole donne.

Nonostante sia passato mezzo secolo, però, molto è ancora il lavoro di sensibilizzazione da fare, soprattutto su tematiche base del femminismo: al giorno d’oggi, gli uomini si dividono a metà tra chi segue lo stereotipo e chi invece appoggia coloro che cercano di romperlo, ed è ancora ritenuto normale considerare mosche bianche le ragazze programmatrici.

Eppure, mi dice Erinda, l’informatica è bella, impegnativa se la si vuole imparare bene (come tante altre cose), appassionante ed è un mondo dove non bisogna snaturare se stesse per starci, perché femminile, maschile o neutro non c’entrano nulla col programmare.

Con orgoglio, a fine dell’intervista, Valentina ed Erinda m’informano che in due giorni i dieci posti messi a disposizione sono andati sold-out con un alto tasso di interesse per chi non ha avuto modo di iscriversi e partecipare, generando anche un elevato traffico di interazioni e di visualizzazioni del loro sito internet (che trovate qui: https://girlscodeit.github.io).

Un tale risultato ha lasciato lei e noi speranzosi che, in futuro, molte più  decideranno di andare contro lo stereotipo e sviluppare appieno le loro potenzialità.

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

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