Rivoluzione, storia ed eredità di un concetto politico

di Vincenzo Colaprice

Cento anni dalla Rivoluzione d’ottobre. Cosa ci apprestiamo a ricordare e cosa è ancora vivo, o può essere salvato, di quell’esperienza fondamentale per la storia del Novecento? È difficile fornire una risposta precisa, ma è giusto porsi queste domande per provare a comprendere meglio cosa il termine “rivoluzione” abbia significato per masse sterminate di persone che l’hanno compiuta, subìta e vissuta.

C’è un prima e un dopo nella storia di questo concetto, il cui punto di non ritorno è segnato dal 1789. Fino ad allora il termine rivoluzione era stato adoperato in ambito astronomico per indicare il moto dei corpi celesti, salvo affacciarsi con valenza politica alla fine del Seicento per indicare le due rivoluzioni inglesi del 1640 e del 1688. Le sommosse popolari, il rovesciamento della monarchia e la conquista del potere da parte di una nuova classe dominante sono le tappe che scandiscono la Rivoluzione francese e che assumono valore paradigmatico per quel concetto, ormai associato ad «una trasformazione radicale dei rapporti sociali», come ha sostenuto Luciano Gallino.

Marx ha individuato in quella rivoluzione uno dei più fulgidi esempi del passaggio da un sistema di produzione ad un altro, dal crollo dell’ancien régime al dominio della borghesia, avvalorando la propria teoria di storia interpretata unicamente come «storia di lotta tra classi». La storiografia marxista ha associato a quella rivoluzione anche la nascita dello Stato moderno e della politica come la conosciamo oggi: è all’interno di questo quadro che si sono mosse le idee di uguaglianza, progresso e giustizia sociale espresse dal marxismo. D’altra parte non sarebbe stato possibile concepire, ma anche comprendere, la Rivoluzione russa del 1917 senza Marx e senza la diffusione del suo pensiero.

L’impatto della Rivoluzione d’ottobre, immersa nel contesto del primo conflitto mondiale, sconvolse il mondo e assunse un significato maggiormente paradigmatico dell’esperienza francese, poiché simbolo non di un avvicendamento tra classi dominanti ma di un totale sovvertimento del sistema produttivo, economico e sociale. E soprattutto, nonostante i mille limiti e le oggettive difficoltà di gestire il processo rivoluzionario in Paese immenso e arretrato come la Russia, essa si poneva come punto di riferimento per una riscossa che sarebbe dovuta essere planetaria. Si diffonde in questo modo un mito collettivo, quello del riscatto dei lavoratori e dei popoli oppressi, che diventerà estremamente popolare e conoscerà una fortuna vastissima. Sebbene la rivoluzione non abbia mai varcato fisicamente i confini dell’Unione Sovietica, numerose altre esperienze nasceranno in tutto il mondo.

In Italia il tentativo di avviare una rivoluzione sul modello bolscevico ha trovato luogo durante il “biennio rosso” del 1919-1920, sebbene la sconfitta del movimento operaio abbia poi lasciato posto ad un’altra rivoluzione, quella fascista, autoproclamatasi tale e di stampo reazionario e conservatore. La repressione del movimento operaio, avvenuta tra gli anni Venti e Trenta tutta Europa, è accompagnata dal sorgere di numerose dittature fasciste. La nascita dei regimi autoritari fu vista dal filosofo Walter Benjamin come una netta sconfitta dei movimenti rivoluzionari europei: «ogni ascesa del fascismo è un fallimento della sinistra ma al tempo stesso reca testimonianza di una rivoluzione fallita». Il fallimento di ogni prospettiva rivoluzionaria in Occidente porta ad una cesura quanto si sviluppa in Oriente. Nel secondo dopoguerra infatti il concetto di rivoluzione si lega sempre di più ai movimenti di liberazione nazionale e alla lotta anticoloniale, innestandosi nella rivoluzione cinese, conclusasi nel 1949, ed estendendosi a macchia d’olio tra estremo oriente, America Latina e Africa. La necessità di recuperare l’indipendenza e la sovranità nazionale porta alla trasformazione del processo rivoluzionario e del socialismo adeguandolo ai tratti culturali e politici locali e favorendo la nascita di variegate esperienze che spaziano dal maoismo, al castrismo, passando per il socialismo arabo.

Nell’Europa post-Yalta, al contrario, al netto degli stati finiti nell’orbita sovietica, si assiste ad un’attenuazione della prospettiva rivoluzionaria grazie all’adesione dei maggiori partiti comunisti e socialdemocratici alle democrazie liberali europee. In Italia il PCI, fin dal 1944, attraverso la svolta di Salerno, promossa da Togliatti, proclama la nascita di “una via italiana al socialismo”, implicando l’adesione alla democrazia costituzionale come ambito in cui giungere alla conquista del potere. Sulla stessa scia si collocano gradualmente i comunisti francesi, tedeschi e successivamente quelli spagnoli e portoghesi, dopo la fine dei regimi dittatoriali iberici. Percorso alternativo è quello invece compiuto dalla socialdemocrazia europea, con l’SPD nel ruolo di battistrada, quando nel congresso di Bad Godesberg del 1959 annunciò l’abbandono del marxismo e di ogni altra ipotesi rivoluzionaria. I socialisti europei e i laburisti inglesi non tarderanno a seguirne l’esempio.

Da allora ogni concetto di rivoluzione, tanto d’ispirazione marxista, leninista o d’altra foggia, è scomparso dal dibattito pubblico europeo, relegato nel dimenticatoio della storia dalla caduta del Muro di Berlino in poi. Dunque cosa viene ricordato oggi della rivoluzione? Ne viene spesso ricordata la dimensione drammatica dell’esperienza rivoluzionaria, rammentando le brutture del socialismo reale e le tragedie connaturate ad un qualsiasi sistema politico totalitario. Se agli inizi degli anni Ottanta del Novecento quasi un terzo della popolazione mondiale era governato da regimi socialisti, oggi il socialismo sopravvive solamente a Cuba e nel bacino geografico comprendente Cina, Corea del Nord, Laos e Vietnam.

Il dibattito politico odierno è ormai impermeabile a qualsiasi riflessione puramente rivoluzionaria, anche per merito di una campagna finalizzata alla depurazione della politica di qualsiasi scoria estremista dopo la caduta del socialismo reale. Eppure lo scenario politico internazionale racconta una realtà ben diversa e non pacificata, con la forte avanzata delle destre xenofobe e radicali in tutta Europa e con la preoccupante amministrazione Trump alla guida degli USA. Il messaggio rivoluzionario può ancora dirci qualcosa o può risultare utile in questa fase?

C’è chi sostiene di sì, recuperando non la rottura violenta con il sistema ma il messaggio intrinseco e profondo attraverso cui rigenerare la politica contemporanea. Alcuni validi esempi possono essere scorti nell’America Latina, dove tra Venezuela, Uruguay, Ecuador e Bolivia si sono avviate rivoluzioni progressiste che fanno della giustizia sociale e dell’uguaglianza i loro capisaldi. Non molti anni addietro, i movimenti no-global, invadendo le piazze delle nostre città, invocavano una rivoluzione planetaria nonviolenta contro una globalizzazione diseguale, favorevole alle grandi multinazionali e penalizzante per i popoli.

Oggi è possibile individuare due figure che a loro modo tentano di dialogare con quell’eredità politica. Uno è Pablo Iglesias, leader di Podemos, il quale è solito nei suoi discorsi richiamare Lenin o la Rivoluzione d’ottobre per spiegare la narrazione populista-democratica che il suo soggetto politico ha creato in Spagna: «il tizio calvo [Lenin, nda] non parlò ai russi di “materialismo dialettico”, gli parlò di “pane e pace”. E questa è una delle lezioni più importanti del ventesimo secolo». Dunque trarre dalla rivoluzione il suo messaggio centrale per declinarlo con gli strumenti e le parole della politica contemporanea. L’altro è il filosofo Slavoj Zizek, il quale nel recentissimo Lenin oggi (edito per Ponte alle Grazie), ha definito il pensiero rivoluzionario come necessario per confrontarsi con la realtà, anche quando appare scomoda, per immaginare e costruire scenari alternativi.

Il concetto di rivoluzione dunque, come si è visto, ha attraversato epoche e secoli. Oggi è adoperato nei più svariati usi ed anche la storiografia e le scienze sociali lo adattano ai diversi contesti. Tuttavia quello che resta della rivoluzione è la sua grande carica trasformativa, capace di offrire sempre una chiave di lettura alternativa all’interpretazione comune della realtà e di stimolare la nascita di un progetto collettivo che superi l’individualismo estremo di cui è affetta la nostra società.

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

More Posts - Website

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi