Pillole di storia: Ottobre rosso

di Lorenzo Bertoli

Sono passati esattamente cento anni da quel fatidico ottobre 1917, quando dopo otto mesi, il
governo provvisorio guidato prima dal principe di stampo liberale Georgij L’vov, e poi, in seguito alle sue dimissioni in luglio, dal socialrivoluzionario di destra Aleksandr Kerenskij, venne deposto dai bolscevichi guidati da Lenin in un colpo di stato relativamente incruento che culminò nella presa del Palazzo d’Inverno.

La situazione cominciò a cambiare già a partire dalle dimissioni di L’vov il 21 luglio, in seguito ad
una fallimentare offensiva in Galizia: i soldati russi avevano inizialmente conquistato vasti territori,
salvo poi incontrare la tenace resistenza delle truppe tedesche. I russi, totalmente demoralizzati,
non riuscirono a bloccare i contrattacchi tedeschi ed austro-ungarici, che li spinsero ben oltre i
territori galiziani, portandoli fino alle sponde del fiume Zbru č . Il posto di Presidente fu quindi
assunto da Kerenskij.

Appena salito al potere, cominciò a portare avanti una dura repressione nei confronti dei
bolscevichi, i quali, durante il mese di luglio, avevano capeggiato una rivolta di operai e di soldati a
Pietrogrado, repressa immediatamente, con il tentativo di abbattere il governo provvisorio. A causa
di ciò, Lenin si vide costretto a fuggire in Finlandia, accusato di essere una spia al soldo della
Germania, mentre altri esponenti del partito bolscevico, tra i quali anche Trockij, furono arrestati.

La situazione tuttavia andò poco a poco degenerando: durante il Consiglio di Stato del 12 agosto, in
cui furono invitati esponenti di tutti i partiti russi, tranne di quello bolscevico, il generale Kornilov,
capo dell’esercito, tenne un discorso chiedendo apertamente poteri dittatoriali allo scopo di
salvare la Russia. Da parte loro, alcuni esponenti bolscevichi fuggiti alla cattura indissero uno
sciopero a Mosca come risposta al discorso di Kornilov.

E così, il 19 agosto, Kornilov aveva abbandonato il fronte, lasciando Riga ai tedeschi e mettendosi a
capo di un esercito di soldati a lui fedeli, con lo scopo di marciare sulla capitale. Kerenskij, dopo
aver cercato di ridurre inutilmente il generale alla ragione, chiese il supporto delle milizie
bolsceviche nel tentativo di respingere le forze controrivoluzionarie: in due giorni gli operai delle
officine Putilov riuscirono a produrre duecento cannoni, mentre le unità dell’esercito che avevano
partecipato alla rivolta di luglio. A loro si unirono anche alcuni marinai provenienti dalla base
navale di Kronstadt. Il tentativo controrivoluzionario risultò essere un totale fallimento, mentre il
generale Kornilov venne arrestato, ma non processato, e nel mese di ottobre fu nuovamente
messo in libertà.

A partire dalla metà di settembre, con il fallito colpo di stato di Kornilov, Lenin riuscì a convincere
ogni esponente del suo partito della necessità di un colpo di stato prima delle elezioni della
Costituente, previste per il 28 ottobre, e dell’apertura del Secondo Congresso dei Soviet, che
avrebbe potuto legittimare la sua presa di potere. Conquistare la città sarebbe stato relativamente
facile, grazie al supporto del contingente militare presente a Pietrogrado e dei marinai della base di
Kronstadt, mentre il governo provvisorio disponeva di poche centinaia di uomini presenti nelle
scuole ufficiali.

Così, sin dalle prime ore del 24 ottobre i bolscevichi, grazie anche all’aiuto del contingente militare
presente a Pietrogrado, cominciarono ad occupare i punti nevralgici della capitale, senza incontrare
alcuna resistenza. Il 25 ottobre Kerenskij fuggì dalla città grazie ad una macchina dell’ambasciata
americana per andare a cercare supporto nelle caserme fuori dalla capitale, mentre gli altri ministri
si barricarono all’interno del Palazzo d’Inverno, che venne espugnato verso sera. Non appena
venne conquistato il palazzo, i rivoluzionari si riunirono in un congresso dei soviet, a cui venne
affidato ogni potere: nacque così il Consiglio del Commissari del popolo, presieduto da Lenin, ed in
cui sedevano anche Trockij e Stalin, altri due esponenti di spicco del partito.

Subito dopo aver preso potere, Lenin fece varare una serie di leggi per la confisca delle terre da
riassegnare ai contadini, per la nazionalizzazione delle banche e delle ferrovie, oltre che affidare la
gestione delle fabbriche agli operai e annunciare un armistizio con gli Imperi Centrali: l’intenzione
era quella di accrescere ancora di più la propria popolarità tra i contadini e tra gli operai in vista
delle elezioni per l’Assemblea Costituente prevista per novembre: un tentativo tuttavia
fallimentare, in quanto i bolscevichi riuscirono a conquistare solamente un misero 25%, mentre i
socialrivoluzionari il 62%, nonostante Lenin mantenesse il controllo dei soviet di Pietrogrado,
Mosca e della flotta del Baltico.

Pertanto, l’Assemblea che si riunì nel gennaio del 1918 sfiduciò e non riconobbe come legittimo il
governo di Lenin, che in tutta risposta la fece sciogliere, introducendo la dittatura a partito unico
dei bolscevichi: questo viene considerato dalla maggior parte degli studiosi come il primo passo
che condusse la Russia sovietica a diventare una dittatura autoritaria ed intollerante verso le
opposizioni. Intanto, in molte parti dell’impero, cominciarono le reazioni al bolscevismo, che
sarebbero sfociate nel violento conflitto civile del ’18-’21.

 

Ci ritroveremo tra qualche giorno per seguire il tragitto di Lenin dalla Svizzera alla Russia.

 

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

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