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All’Ultimo secondo

La settimana scorsa si è tenuto il Festival di Sanremo. Io non sono un grande amante della musica italiana, ma ho sempre amato come questo carrozzone nostrano, per una settimana, annienta tutto e impedisce di parlare d’altro. Per qualche giorno ci trasformiamo tutti in opinionisti su cose di cui non sappiamo granché ma di cui è facile fingersi esperti- una cosa che altrimenti ci spetterebbe solo una volta ogni quattro anni, durante i Mondiali (Ventura permettendo). Per una settimana, poi, tutte le polemiche ed i veleni del dibattito pubblico italiano si fermano per lasciare spazio ad argomenti su cui si litiga con lo stesso livore, ma decisamente più leggeri. Almeno fino a quest’anno.

La storia è arcinota, quindi non mi dilungherò troppo: come sovente accade in trasmissioni di questo tipo, il vincitore della kermesse era determinato da una somma del televoto e dei giudizi di una giuria di esperti e giornalisti. Uno dei tre finalisti, Ultimo, ha raccolto quasi il 50% dei consensi del pubblico da casa; la giuria ha però ribaltato il risultato, attribuendo un punteggio assai maggiore ad un altro concorrente, Mahmood, che ha così vinto il Festival. Lo sconfitto non l’ha presa proprio benissimo e non si è mostrato molto sportivo nei confronti del vincitore, postando un video sui social in cui sostanzialmente si autoproclamava vincitore morale del concorso forte della “legittimazione popolare” del televoto (e ne approfittava, guarda caso, per annunciare il lancio di una canzone sul tema della volontà popolare).

Ora, un comportamento del genere francamente mi pare una cafonata- persino in Miss Italia vige la sacra ed inviolabile regola della concorrente sconfitta che abbraccia e bacia la vincente- ed anche un po’ ipocrita, poiché Ultimo l’anno scorso aveva vinto la sezione “Nuove proposte” del Festival proprio grazie allo stesso tipo di votazione. Ma Sanremo è Sanremo, e le polemiche di questo tipo sono una costante della kermesse della città dei fiori. Non me la sento nemmeno di prendermela troppo col ragazzo sconfitto, considerando che io ci rimanevo male se perdevo le partite a Ruzzle, e un pochino posso capire l’amarezza del momento. Il dibattito poteva chiudersi in una bolla di sapone, e invece sono arrivati i vicepremier Salvini e Di Maio a soffiare sul fuoco.

Prima di giungere al nocciolo del mio discorso, vorrei premettere un paio di cose: la prima è che trovo poco professionale che delle alte cariche dello Stato si mettano a polemizzare su questo punto ed in questa maniera coi loro follower alla stregua di tredicenni che sbustano carte di Pokémon su YouTube, ma sono consapevole che in Italia c’è la libertà d’espressione- la stessa di cui mi avvalgo io per criticarli- e non voglio perciò scivolare in un facile “devono starsene zitti”. La seconda è che non voglio addentrarmi nel ginepraio di polemiche sulle origini egiziane del vincitore che, secondo alcuni, sarebbero implicitamente alla base delle critiche del ministro Salvini. Io non dubito che alcuni dei suoi seguaci possano sentirsi offesi dalla vittoria (gasp) di un pezzo arabeggiante nel tempio della musica italiana e possano aspettarsi una presa di posizione da parte del loro Capitano; ma, pur trovandomi in disaccordo con lui su praticamente tutto (manco tifiamo per la stessa squadra), gli riconosco di curare molto la propria comunicazione e credo che lui sia perfettamente consapevole che la maggioranza dell’opinione pubblica non avrebbe gradito un’esplicita polemica in merito. Il risultato è stato un post furbo, in cui non viene detto esplicitamente alcunché ma ciascuno può leggerci, a seconda dei propri preconcetti, un velato attacco razzista o una difesa dei valori della canzone italiana; ma appunto, non mi sembra corretto fare dietrologie su un’idea che non è stata espressa in modo esplicito.

L’intervento di Di Maio è stato assai meno aggraziato: sostanzialmente la giuria di esperti è una elite di radical chic [sic!] lontani dal popolo e perciò l’anno prossimo dovrebbe essere ghigliottinata nel nome del giacobino televoto, espressione della democrazia diretta. Eccolo qua, il problema: l’idea che, anche dopo quasi un anno di governo populista, ci siano ancora dei non meglio specificati poteri forti che controllano ogni aspetto della vita statale contro l’interesse di un popolo affamato di democrazia ed onestà. È un’operazione intellettualmente disonesta, poiché identifica una percentuale inferiore al 50% con la volontà di un’intera massa, anziché della metà di essa, svilendo il parere di chi la pensa altrimenti (anche se il tenore di queste considerazioni, per cui una percentuale del 50% equivale ad un plebiscito, è in linea col resto dell’operato del governo). Ma soprattutto è l’ennesimo attacco alla competenza e al merito degli esperti (e dei membri della stampa) in favore di una visione esasperata e distorta del principio per cui “uno vale sempre uno” a prescindere dalle sue conoscenze e dalle sue qualifiche (un bel concetto di uguaglianza che lo stesso governo dimentica quando invece andrebbe applicato, lasciando morire dei disperati per strada o in mezzo al mare). Per assurdo, poi, la giuria era quanto di più lontano ci possa essere da un grigio gruppo di professoroni, essendo composta da gente famosa ma senza particolari competenze in campo musicale (e perciò probabilmente più vicina al telespettatore medio che non ad un esperto di musica). Una soluzione sicuramente censurabile, ma che finisce per essere avvalorata dalle idee di Di Maio: applicando alla lettera il suo post, sarebbe meglio dare peso ad una giuria di incompetenti, vicina al popolo, che ad una giuria di esperti. Capisco che per un governo populista il continuo richiamo alla lotta contro i poteri forti sia un po’ come la guerra perpetua contro Eastasia in 1984, ma a leggere questi messaggi mi viene voglia di ricordare a Di Maio che ad essi è sotteso che, in un anno di governo e pur avendo riempito la Rai di proprie cariche, non sono riusciti a liberarsi di queste elite, come ci avevano promesso.

Questi continui attacchi alla competenza, anche per un motivo così puerile, non sono però il problema più grande. Quello che più mi turba, infatti, è che degli esponenti dello stato insinuino che un risultato conforme alle regole precedentemente stabilite ma difforme dal sentore popolare maggioritario sia ingiusto. Magari lo è, e si può lavorare per migliorare le regole in futuro; ma ciò non toglie che il risultato sia pienamente legittimo. La giustizia non è il diritto, e per fortuna: è un concetto troppo mutevole e personale- ciò che è giusto per me non lo sarà per chi ha idee diverse dalle mie- e le regole servono ad avere dei binari condivisi entro cui operare. Quella su Sanremo è una controversia insignificante, ma è allineata in modo preoccupante a delle tendenze che vediamo evocate troppo spesso- la credenza che una legittimazione popolare, ancorché risicata come nel caso di Ultimo o del governo stesso, possa porre chi ne beneficia al di sopra della legge (basti pensare, ad esempio, alla gestione del caso Diciotti). Un pensiero pericolosamente illiberale che, sommato agli incessanti attacchi alla stampa, al penoso stato dell’economia del nostro paese e alle discutibili scelte di politica estera perseguite, dovrebbe farci suonare qualche campanello d’allarme sul modus operandi del governo del cambiamento.

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